La storia del calcio sovietico in dieci episodi

Il calcio arrivò in Russia già prima della rivoluzione e della creazione del giornale “Sovietskij sport” (che inizialmente nacque come “Krasnij sport”). Ma dal 1924, anno in cui iniziò ad essere pubblicato questo giornale sportivo, che trattava in particolare di calcio, fu possibile leggere ogni giorno notizie riguardanti quest’ultimo. In occasione dei Mondiali del 2018, la casa editrice Artkitchen ha pubblicato il libro “Sovietskij sport. Il secolo del calcio”, in cui è possibile trovare articoli, caricature, fotografie tratte dai giornali usciti tra il 1924 e il 2017.

Il libro è suddiviso per decenni ed è evidente di come, con gli anni, mutino sia lo stile che il contenuto del “Sovietskij (krasnij) sport”: dagli articoli satirici, dedicati ai giocatori indisciplinati, alle spiegazioni delle regole per i lettori, agli estratti della stampa straniera. C’è anche tutto quello che il “Sovietskij sport” tralasciò: non fu scritta neppure una riga a proposito dell’arresto del fondatore dello “Spartak” nel 1942, dello scioglimento della CSKA dopo la sconfitta dell’URSS contro la Jugoslavia ai Mondiali del 1952, dell’incidente aereo che coinvolse la squadra del Paxtakor nel 1979. Nel libro è spiegato cosa accadde e perché non fu fatta parola di tutto questo all’epoca.

  1. Il calcio amatoriale e le “sanguisughe”

 

Lo sport nell’Unione Sovietica era esclusivamente praticato da dilettanti, o meglio, era chiamato in questo modo in contrapposizione allo sport professionistico borghese. I calciatori giocavano e si allenavano solo nel tempo libero: tutti avevano un lavoro ufficiale. Nella Lokomotiv giocavano i dipendenti delle ferrovie, nella Dinamo gli agenti di polizia, nella Torpedo gli impiegati della fabbrica Stalin (dopo il 1956 divenne fabbrica Lichčaev). La stampa sovietica condannava le cosiddette “sanguisughe”, che cercavano di passare direttamente alle società più famose alle migliori condizioni possibili.

Nel 1942 il fondatore dello Spartak, Nikolaj Starostin, fu arrestato (si ritiene che l’iniziativa sia stata del patrono della Dinamo, Lavrentij Berija). Fu accusato di speculazione monetaria, furto di beni, propaganda anti-sovietica e, persino, tradimento della patria. E oltre a tutto questo, fu incolpato di fare propaganda per le usanze dello sport borghese:

“Le tradizioni dello sport borghese, che ho trasferito nello sport sovietico, sono le seguenti:
1) Professionismo nello sport;
2) Drastico miglioramento delle condizioni economiche degli sportivi;
3) Riconoscimenti di un maggior valore ai concetti di record e vittoria;
4) Organizzazione di incontri sportivi internazionali;
5) Trasferimento gratuito di atleti da una società a un’altra.
Chiarisco che tutti questi punti erano estranei allo sport sovietico e, naturalmente, hanno portato all’indebolimento del ruolo dello sport di massa nella classe lavoratrice”. (Dal file investigativo su Nikolaj Starostin, materiali raccolti durante l’interrogatorio)

Oltre al cambio delle magliette e del luogo di lavoro, il trasferimento da squadra a squadra poteva includere altri cambiamenti. Qualcuno era riuscito ad allettare i giocatori con la possibilità di avere un permesso di residenza nella capitale: proprio di questo fu accusato lo Spartak. I patroni del CDKA (in seguito CSKA), provenienti dalle più alte sfere dell’esercito sovietico, potevano semplicemente consegnare al giocatore un mandato di comparizione, e rifiutare non era possibile. La battaglia più feroce per i calciatori ebbe luogo nel periodo postguerra tra la Dinamo di Berija e il VVS Mosca di Vasilij Stalin. Ma anche in epoche successive, ai giocatori continuarono a offrire soldi, appartamenti, privilegi, a volte venivano quasi prelevati all’aeroporto, solo per soffiarli alla concorrenza.

  1. I Baschi in Unione Sovietica

 La stagione calcistica spagnola del 1936/1937 fu cancellata, poiché nel paese scoppiò la guerra civile. Al governo repubblicano, sostenuto da comunisti, anarchici e altri di sinistra, si contrapponevano i ribelli dell’esercito nazionalista sotto la guida del generale Franco. Nei primi mesi, i ribelli occuparono la metà del paese e tagliarono fuori dal territorio repubblicano i Paesi Baschi, al nord. Dalla primavera del 1937, i franchisti, più forti grazie alle truppe e agli armamenti italiani e tedeschi, bombardarono la provincia quasi incessantemente. Allora nacque l’idea di raggruppare i calciatori baschi, molti dei quali avevano combattuto al fronte, e mandarli in tour in Europa, per richiamare l’attenzione sulla resistenza dei compatrioti e guadagnare soldi per aiutare le vittime.

Per l’Unione Sovietica, uno dei due paesi che ufficialmente sostenevano i repubblicani spagnoli (il secondo era il Messico), l’arrivo della squadra basca fu un vero e proprio avvenimento. Oltre al significato politico, vi era un interesse sportivo: i calciatori sovietici non avevano mai affrontato atleti di quel livello. La squadra dei Baschi era composta da giocatori provenienti dai maggiori club spagnoli: il Real Madrid, l’Atletico Bilbao, il Barcellona. Sei di loro avevano preso parte ai Mondiali del 1934.

I Baschi giocarono in Unione Sovietica nove partite. I calciatori sovietici riuscirono a vincere soltanto una volta: fu lo “Spartacus” a compiere l’impresa (anche se vi fu uno scandalo, e dopo il match l’arbitro Kosmačev fu squalificato). Terminò in pareggio la partita con il Leningrado, mentre le altre sette furono vinte dai Baschi.  

  1. La semifinale dopo la finale

 Il 12 settembre 1939 il capitano dello Spartak di Mosca, Andrej Starostin, teneva tra le mani la Coppa dell’URSS (N.d.R. coppa calcistica dell’Unione Sovietica, che si tenne dal 1936 al 1992). Sotto una pioggia battente, lo Spartak sconfisse lo Stalinez di Leningrado e si aggiudicò il trofeo per la seconda volta di seguito. Tuttavia, qualche giorno dopo, il fratello maggiore e leader della squadra, Nikolaj Starostin, venne a sapere che la finale non sarebbe stata l’ultima partita della stagione. La Dinamo di Tbilisi, che aveva perso contro lo Spartak in semifinale con un punteggio di 1-0, aveva contestato il goal: secondo loro, il portiere Šota Šavgulidse era riuscito a bloccare la palla prima della linea di porta. E sebbene all’inizio la richiesta fu respinta, la squadra di Tbilisi la settimana dopo arrivò a Mosca per un rematch.

“All’improvviso l’amministratore dello Spartak, Semen Kabakov, piombò nel mio ufficio e, ancora sulla soglia, mi disse: “Nikolaj Petrovič, ero poco fa alla Dinamo e lì ho inaspettatamente incontrato gente di Tbilisi. Dicono di essere qui per ripetere la semifinale con noi”. Io domando: “Ma sei fuori di testa? Come si può ripetere la semifinale, se la finale è già stata giocata? Ecco, lì c’è la coppa, guarda”. (Nikolaj Starostin. “Il calcio attraverso gli anni”)

I moscoviti erano certi del fatto che la decisione di rigiocare fosse stata presa personalmente dal leader dell’NKVD (N.d.R. Commissariato del popolo per gli affari interni), Lavrentij Berija, che era anche a capo delle squadre della “Dinamo”. La semifinale fu nuovamente rigiocata il 30 settembre. Lo “Spartak” vinse 3 a 2; dopo il loro terzo goal, raccontò Starostin, Berija, presente allo stadio, si alzò, gettò indietro la sedia e se ne andò. La partita finale non fu ripetuta. 

  1. Tour in Gran Bretagna

 

 Nell’autunno 1945, il segretario della Federcalcio inglese (e futuro presidente della FIFA) Stanley Rose inviò attraverso i diplomatici sovietici a Mosca un invito a giocare qualche partita amichevole. Il governo sovietico, sorprendentemente, accettò subito, e già a novembre calciatori e membri della delegazione atterrarono a Londra (all’incontro ci fu un disguido: i riceventi appresero troppo tardi il cambio dell’aeroporto, e ad accogliere gli atleti leggermente scossi ci furono solo numerosi giornalisti).

L’Unione Sovietica era rappresentata dalla Dinamo, campioni del paese e finalisti nella Coppa. Inoltre, come supporto alla Dinamo di Mosca, furono chiamati Boris Oreškina e Evgenij Archangel’skij del Leningrado e Vsevolod Bobrov del CDKA. Ciò diede origine a proteste dei giornalisti britannici, i quali affermarono che era arrivata la nazionale dell’URSS.

La Dinamo giocò quattro partite, e ognuna di esse fece clamore: pareggio con il Chelsea, la sconfitta con il Cardiff City 10 a 1, la vittoria contro l’Arsenal di Londra e il pareggio con i Glasglow Rangers. La stampa britannica elogiò i giocatori sovietici, e alcuni di loro vennero chiamati da squadre inglesi, ma rifiutarono con orgoglio.

  1. Sconfitta con gli jugoslavi

 

Nel 1952, per la prima volta, l’Unione Sovietica prese parte alle Olimpiadi. Tutto sommato, la nazionale ottenne risultati positivi in tutte le discipline (71 medaglie, di cui 22 ori), eccetto nel calcio. Nel primo round della competizione, l’URSS sconfisse senza difficoltà la Bulgaria e andò contro la Jugoslavia al secondo turno. A quel tempo, per i sovietici vi era in gioco anche una questione di principi: pochi anni prima, tra le due potenze comuniste vi era stato un conflitto. Stalin accusò Tito di amare troppo il potere e di distorcere le idee marxiste e le relazioni diplomatiche furono interrotte. Al 75° minuto del match, la Jugoslavia conduceva con un punteggio di 5-1, ma nei 15 minuti rimanenti per i sovietici era quasi impossibile un recupero. Nella partita di ritorno, disputata il giorno successivo, persero di nuovo 3-1.

Tutti si aspettavano dei provvedimenti nei confronti dei calciatori: prima della partita, nello spogliatoio della squadra erano entrati uno dopo l’altro tutti i funzionari del partito, che volevano ricordare ai giocatori quanto fosse importante per tutto il paese, e soprattutto per il compagno Stalin, ottenere una vittoria. L’allenatore Boris Arkad’ev, dopo la sconfitta, fu immediatamente chiamato a Mosca. Dopo un mese, fu emessa un’ordinanza da parte del Comitato per la cultura fisica e dello sport:

“La sconfitta della nostra squadra è stata dovuta all’irresponsabile condotta dei singoli giocatori. A causa del comportamento inappropriato dei difensori della squadra, Bašaškin e Križevskij, i quali hanno violato le istruzioni date loro, è stata mostrata indecisione durante la partita, a seguito della quale i giocatori jugoslavi, approfittando dei loro grossolani errori, hanno facilmente segnato e vinto l’incontro”.

La CSDA (ex CSKA, futura CSKA) – la squadra alla base della nazionale, oltre che la più forte negli anni del dopoguerra – fu sciolta, i calciatori vennero distribuiti negli altri club, alcuni vennero addirittura squalificati. Nella rivista “Sovietskij sport” non si fece parola di tutto ciò: semplicemente, dopo due mesi dall’inizio del campionato dell’Unione Sovietica, comparve il calendario delle partite, nel quale non era inclusa la CSDA. La squadra fu ricostruita nel 1954, già dopo la morte di Stalin e l’uccisione di Berjia.

  1. Il boicottaggio di Franco

 Nel 1956 la squadra dell’Unione Sovietica vinse l’oro olimpico, nel 1958 giocò per la prima volta nel campionato del mondo e nel 1960 si preparò a partecipare alla Coppa Europea per la prima volta nella storia. Nei quarti di finale, l’URSS doveva competere contro la Spagna. E di nuovo, come nelle Olimpiadi nel 1952, non si poteva perdere. Il dittatore spagnolo Franco, dopo la vittoria della guerra civile, aveva iniziato una feroce repressione nei confronti dei comunisti e, ancora dal 1930, era ancora uno dei principali nemici dell’Unione Sovietica. Detto ciò, la squadra spagnola era una delle più forti al mondo: la squadra principale del paese, il “Real Madrid”, all’epoca aveva già vinto quattro Coppe europee e già si dava per scontato che avrebbe facilmente conquistato anche la quinta.

In ogni caso, la sconfitta era inaccettabile per le autorità spagnole. Non essendo certi di vincere, specialmente dopo l’amichevole tra Unione Sovietica e Polonia, conclusasi con un punteggio di 7-1, essi vietarono ai calciatori di andare a Mosca a giocare. Ancora meno li convinceva l’idea di accogliere a Madrid la delegazione sovietica, della quale avrebbero sicuramente fatto parte dei membri del KGB. A maggio, la Federcalcio spagnola comunicò ufficialmente che la squadra nazionale si sarebbe rifiutata di giocare contro l’Unione Sovietica per ragioni politiche.

Nikita Khruščev dedicò un discorso all’atto di Franco, i giornali parlarono del “servilismo” di Franco, la Federcalcio dell’URSS, in una dichiarazione ufficiale, affermò di essere “profondamente indignata per l’intromissione delle autorità franchiste e per l’annullamento della partita Spagna – Unione Sovietica”, oltre a ricordare che “il fascista Franco e i suoi collaboratori sono conosciuti per la loro ostilità in contesti del tutto amichevoli”. La squadra sovietica passò direttamente alle semifinali, dove sconfisse la Cecoslovacchia. Nella finale, vinse contro la Jugoslavia, diventando per la prima volta campione d’Europa.

  1. Il boicottaggio di Pinochet

Quattordici anni dopo la mancata partita con la Spagna, la stessa squadra sovietica fu costretta a cancellare un match per ragioni politiche. Durante le qualificazioni per i Mondiali del 1974, i giocatori sovietici non erano al massimo della forma. Per prendere parte al torneo, furono costretti a giocare una serie di match. Quando, alla fine dell’estate del 1973, venne stabilito quale sarebbe stata la squadra rivale nel successivo incontro – il Cile – non si prevedeva alcuna implicazione: il presidente della repubblica sudamericana era il socialista Salvador Allende. Ma l’11 settembre venne spodestato dai militari, guidati da Augusto Pinochet, e in Cile iniziò la repressione.

L’Unione Sovietica doveva giocare contro i cileni due volte: in casa e fuori. Il match a Mosca si concluse in parità, 0-0. Ma i giocatori sovietici non si presentarono per il ritorno. E la ragione era più concreta e valida di una semplice motivazione politica. Lo stadio “Nacional”, dove si sarebbe dovuto svolgere il match, dopo il golpe, venne trasformato in un campo di concentramento: dodicimila persone furono collocate nelle tribune dello stadio, mentre negli spogliatoi venivano interrogati, torturati e giustiziati gli oppositori.

“La Federcalcio dell’Unione sovietica si è rivolta alla Federazione internazionale di calcio con la proposta di giocare quella partita in un altro paese, poiché nello stadio, impregnato del sangue del popolo cileno, per ragioni morali gli atleti sovietici non possono al momento giocare.
Tuttavia, la FIFA non ha voluto tener conto dei mostruosi crimini, noti a tutto il mondo, che ha perpetrato la giunta militare e, sulla base delle dichiarazioni del sedicente Ministro della difesa del Cile, ha affermato che non c’è alcun ostacolo allo svolgimento della partita di qualificazione”. (Dichiaraizone della Federcalcio dell’Unione Sovietica)

La squadra dell’Unione Sovietica fu considerata sconfitta per la mancata presenza e i cileni giocarono una partita simbolica, senza la partecipazione degli avversari, nello stesso stadio di Santiago. I giocatori portarono in campo la palla e segnarono in una rete vuota.

  1. I due campionati del 1976

Nel 1976, il campionato dell’Unione sovietica fu vinto da due squadre: la Dinamo e il Torpedo, entrambe di Mosca. Questo accadde perché il campionato fu diviso in due: primavera e autunno. L’idea fu di Valerij Lobanovskij e Oleg Bazilevič, gli allenatori della nazionale sovietica e della Dinamo di Kiev, campione dell’anno precedente e detentore della Coppa europea.

La base della squadra di Lobanovskij e Bazilevič era composta da loro pupilli di Kiev, e affinché potessero prepararsi al campionato europeo estivo e alle Olimpiadi di Montreal, gli allenatori decisero di sollevarli dalla fatica di giocare nel campionato primaverile e al posto loro inviarono la squadra dei giovani. In realtà, anche il rischio di giocare male ed essere esclusi dalla lega delle migliori squadre sovietiche li spaventava, così Lobanovskij e Bazilevič riuscirono a convincere la direzione della Federcalcio a organizzare un campionato in primavera e un altro in autunno, e al termine del primo nessuna squadra sarebbe stata esclusa. Infatti, la componente competitiva del campionato andò persa.

L’esperimento, che avrebbe dovuto creare condizioni ideali per i principali calciatori dell’Unione Sovietica, si rivelò un buco nell’acqua. La squadra nazionale fallì al campionato europeo, e alle Olimpiadi riuscì solo a conquistare un bronzo. Inoltre, la “Dinamo” di Kiev quell’anno non vinse neppure un trofeo e nella Coppa europea uscì in fase iniziale. E da allora, come se non bastasse, né la Dinamo, né il Torpedo di Mosca hanno più vinto il campionato.

  1. L’oro olimpico

 Le Olimpiadi del 1976, certo non le meglio riuscite per la nazionale sovietica, si rivelarono le ultime vere Olimpiadi prima di un lungo intervallo. A quelle di Mosca nel 1980 non tutti gli avversari si presentarono a causa del boicottaggio legato all’invasione sovietica dell’Afghanistan. In risposta, i successivi giochi olimpici di Los Angeles vennero ignorati dall’URSS. Quindi, le Olimpiadi del 1988 a Seoul, celavano particolari speranze.

Nella squadra nazionale mancavano elementi di spicco, a eccezione di Aleksej Michajličenko, nel “Dinamo” Kiev. Tuttavia, la squadra superò in modo impeccabile tutte le fasi di qualificazione e poi sconfisse un avversario dopo l’altro: in semifinale vinse contro l’Italia, e in finale, ai supplementari, contro il Brasile, nel quale giocavano futuri campioni del mondo, come Taffarel, Romario e Bebeto. Quelle Olimpiadi furono per la squadra sovietica l’ultimo grande successo: nel 1990 persero i Mondiali e poi il paese cessò di esistere.

 Ultimo campionato dell’Unione Sovietica

Formalmente, l’ultimo campionato dell’URSS si tenne nel 1991. Ma già un anno prima di esso, era chiaro che il successivo campionato non sarebbe stato come i precedenti. Inizialmente, le squadre georgiane Dinamo e Gurija si rifiutarono di partecipare, e poi, dopo un solo match giocato, anche il bielorusso Žalgiris. Di conseguenza, al campionato del 1990 parteciparono solo 13 squadre invece di 16.

Nel 1991, le squadre delle repubbliche sovietiche si incontrarono tutte insieme per l’ultima volta in una competizione: sei squadre dalla RSFS Russa (N.d.R. Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa), sei dalla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, una dalla Bielorussia, una dal Tagikistan, una dall’Uzbekistan. La finale si tenne in novembre. Allora, Ucraina e Armenia avevano già dichiarato la loro indipendenza, e dopo un mese l’Unione Sovietica cessò definitivamente di esistere.

Subito dopo, vi fu un altro problema inaspettato. La nazionale dell’URSS venne selezionata per i campionati europei del 1992. Ma non era possibile giocare con la bandiera di un paese che non esisteva più, e la squadra si presentò al torneo come nazionale della CSI, la Comunità degli Stati Indipendenti. Comprendeva giocatori russi, ucraini e bielorussi, oltre al rappresentante della Georgia, Cchadadze, anche se la Georgia allora non faceva parte della CSI.

Fonte: arzamas.ru, 13/07/2018 di Evgenij Buntman, tradotto da Chiara Faini

Classe 1995, nata a Milano e attualmente studentessa magistrale di Management internazionale. Ho vissuto un semestre a Mosca, dove ho lasciato un pezzo di cuore. In attesa di tornare a riprendermelo, mi dedico alle attività che più amo: leggere, viaggiare, tradurre.

Chiara Faini

Classe 1995, nata a Milano e attualmente studentessa magistrale di Management internazionale. Ho vissuto un semestre a Mosca, dove ho lasciato un pezzo di cuore. In attesa di tornare a riprendermelo, mi dedico alle attività che più amo: leggere, viaggiare, tradurre.