Recensione de Un eroe del nostro tempo di Michail Lermontov

Un eroe del nostro tempo è il tipico romanzo che uno studente di lingue si ritrova nella lista, solitamente infinita, di libri da leggere per il corso di letteratura russa. E probabilmente dopo l’esame giacerà dimenticato nella sua libreria, piena di giganti russi che sotto stress da studio non è riuscito a comprendere fino in fondo. Ma, come è capitato a me, presto o tardi lo riprenderà in mano, chiedendosi come mai non avesse riletto un libro con un titolo così altisonante. Un eroe? Per quale motivo Lermontov aveva etichettato il protagonista come un essere straordinario? Con questo interrogativo e molti altri, mi rituffavo nella lettura di un’opera che aveva ricoperto un ruolo fondamentale nello sviluppo del romanzo russo.

Un eroe del nostro tempo Lermontov
Un Eroe del nostro Tempo – Garzanti editore, V edizione, 2015.

La prima cosa che ho notato durante questa mia lettura più attenta è stata la struttura del romanzo: 5 diversi racconti, narrati da diverse voci e apparentemente scollegati tra di loro. Il lettore potrebbe trovare inizialmente confusionario il salto temporale tra le vicende o il continuo cambio di narratore, ma si renderà presto conto che c’è un perno che dà continua linfa alla storia: l’ufficiale russo Pečorin. Ed è così che, nella prima novella, un viaggiatore dall’identità ignota, partito per il Caucaso per trovare nuovi spunti per i suoi appunti, si imbatte nel capitano Maksim Maksimič, che ci introduce il personaggio di Pečorin. Durante la loro permanenza in Cecenia, l’ufficiale si innamora della principessa circassa Bela e decide di rapirla portandola nella loro fortezza. Tuttavia, pian piano se ne disinnamora, arrivando a vivere con indifferenza la morte della giovane fanciulla. Attraverso le parole del capitano il lettore coglie subito i tratti principali di Pečorin: inquietudine, apparente indifferenza ai sentimenti e alle relazioni, cinismo, noia, egoismo, risentimento. Ciò che gli rimane e che lo rende vivo è il continuo viaggiare,il vagabondare senza una meta precisa, poiché nella sua vita sarebbe vano rimanere in una tiepida e sicura dimora o perseguire un obiettivo preciso:

Se volete, io l’amo ancora, […] ma insieme a lei mi annoio… Non so se sono uno stupido o uno scellerato, ma è certo vero che sono degno di commiserazione di lei, o forse di più: la mia anima è stata guastata dalla società, l’immaginazione è inquieta, il cuore insaziabile; tutto mi sembra poco: […] mi è rimasta una sola risorsa: viaggiare”.

Ma viene messa in luce subito anche un’altra caratteristica essenziale del romanzo: la profonda diversità tra il protagonista e gli altri personaggi. Ciò emerge prepotentemente nella seconda novella, quando il viaggiatore ci narra l’incontro inaspettato tra Maksim Maksimič e Pečorin:

[Maksim Maksimič] avrebbe voluto gettarsi al collo di Pečorin, ma questi, abbastanza freddamente, sebbene con un sorriso affabile, gli tese la mano. Il capitano per un attimo rimase interdetto, ma poi la afferrò avidamente con entrambe le sue: non era ancora in grado di parlare”.

Non solo in questo episodio, ma spesso Maksim Maksimič non comprende i comportamenti di Pečorin, rammaricandosene e mostrando senza veli il suo animo bonario e genuino. Il medesimo motivo si ripete anche con le donne (Bela, Vera, la principessa Mary) che rimangono ammaliate dall’animo ribelle dell’ufficiale russo. Pečorin prova piacere nel vedere in loro sofferenza; vuole volontariamente causarla, per ridare al mondo e agli uomini il male che gli è stato provocato e che ora è diventato parte integrante del suo essere. Nonostante ciò queste donne sarebbero pronte a morire per lui e ne sono sinceramente innamorate: sta qui la differenza tra la sincerità dei loro sentimenti e il freddo individualismo di Pečorin.

È quindi il personaggio di Pečorin, la sua psiche e i suoi pensieri, l’elemento che si delinea sempre più durante la narrazione, venendo prima visto dagli occhi semplici di Maksim Maksimič, le cui parole vengono riportate dal viaggiatore, e poi mostrato direttamente dal personaggio stesso nel suo diario. È proprio nel suo diario, la terza parte dell’opera, che ci imbattiamo in Vera, l’unica donna che Pečorin dice di aver mai amato nella sua vita. La vista di questa donna smuove ancora in lui irrequietudine, dubbi, ma soprattutto il ricordo di un amore forse sincero ma che ormai è svanito e non tornerà più. Pečorin vive intrappolato nel ricordo di momenti felici, convinto che non ci sia la possibilità di un loro ritorno. Così, di nuovo, non fa altro che vivere chiuso in sé stesso, nel suo egoismo e nella sua solitudine. L’unico modo che trova ragionevole per relazionarsi con il mondo è provocare dolore, convincendosi in questo modo di non essere l’unico a soffrire per causa altrui.

Michail Lermontov, ritratto di Nikolaj Pavlovich Uljanov

È dunque questo un eroe? Alla fine della lettura, mi sembrava insensato marcare in questo modo un personaggio capriccioso come Pečorin. Anzi, mi sembrava quasi che l’autore si prendesse gioco dei suoi lettori. Ma è lo stesso Lermontov che, in realtà, mi dà la risposta:

L’eroe del nostro tempo, egregi signori miei, è certamente un ritratto, ma non di una persona sola: è un ritratto composto dai vizi di tutta la nostra generazione nel loro pieno sviluppo”. Una generazione vissuta all’insegna degli ideali decabristi di libertà e progresso, ma caduta nell’ozio, nell’individualismo, nell’aridità morale. Tuttavia, da lettrice del ventunesimo secolo, ho l’impressione che Lermontov ritragga una generazione senza tempo, che oltrepassa i confini dell’epoca della Russia di Nicola I e arriva fino a noi. Quanti di noi potrebbero rivedersi nella solitudine e nella sofferenza di Pečorin? Quanti vedono un egoismo e un individualismo imperante nella nostra società? Quanti vivono attaccati a dei ricordi lontani? Molti di più di quel che si crede, forse. E magari, proprio tu che stai leggendo, potresti riconoscerti in queste caratteristiche. Come me, che mi ritrovo nel costante e poco appagato desiderio di viaggiare, di “vagabondare” alla scoperta di una Russia lontana che genera fascino e spavento allo stesso tempo.

Il prossimo passo è, dunque, abbandonarsi alla prosa di Lermontov, nelle sue dolci e maestose descrizioni del Caucaso e nei suoi personaggi accuratamente dipinti sotto ogni aspetto, soprattutto quello psicologico. Perché sì, lui è davvero “eroico” e leggendario.

Recensione a cura di Elena Barozzi

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

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