“Se i georgiani vi sorridono, questo non significa che hanno già dimenticato tutto”

Intervista con Mikheil Saakashvili

Perché l’esercito russo non ha conquistato Tbilisi nel 2008, la “soft power” che deve attirare i territori separatisti e cosa è disposto a sacrificare lo stesso Mikheil Saakashvili in cambio della restituzione dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud in quest’intervista al corrispondente Pavel Kanygin.

Mikheil Nikolozovič, perché non ha chiesto ai suoi alleati americani di intervenire quando è iniziata la guerra? Sapeva che non avrebbero accolto comunque la richiesta?

– Gli americani pensavano che dopo la fine della Guerra fredda la Russia non avrebbe invaso nessuno. Il pensiero strategico era che non sarebbe più stato possibile. Anche se nel nostro caso è iniziata una storia diversa.

Nell’aprile del 2008 i nostri servizi segreti fecero delle fotografie di 200 carri armati russi con la scritta “Abcasia” che si disponevano in fila sulle ferrovie a Soči. Gli americani dissero che si trattava di una provocazione, che non bisognava farci caso.

I loro servizi segreti non avevano queste informazioni, mentre noi correvamo con le fotografie… Tuttavia, gli americani avevano satelliti che volavano lì di tanto in tanto. Un ex separatista ci raccontò che quando spostarono i carri armati russi T-55, gli avvisarono che bisognava spostarli quando il tempo era nuvoloso così i satelliti non li avrebbero visti. Ma i satelliti non guardavano sempre in quella direzione neanche quando il meteo era sereno, perché erano concentrati in Medio Oriente. Non era più l’Unione Sovietica e nel 2008 gli Stati Uniti non seguivano più così attentamente le vicende di questa zona.

Luglio 2008. L’ultimo incontro di Saakashvili con Medvedev ad Astana.

– E Bush instaurò rapporti personali con Putin?

– Sì, si fidava del suo istinto e pensava che Putin non lo avrebbe mai tradito. Ma in quel periodo Bush era molto debole e incastrato con la guerra in Iraq. C’erano già segnali della crisi economica in avvicinamento. E Putin ritenne che questa era la sua vittoria, tutto qui. A quel tempo era sicuro che agli americani non importasse nulla. Ma in agosto Bush, anche se in ritardo, iniziò ad agire. Il primo colloquio si tenne a Pechino, dove si trovavano tutti i leader per l’inaugurazione delle Olimpiadi. Bush non sapeva ancora quello che era successo, la CIA si attivò male. Putin fu il primo ad attaccarlo: sembra proprio che Saakashvili abbia iniziato una guerra contro di noi!

– Un po’ di tempo fa il generale Šamanov, che era uno dei comandanti in quella guerra, ha detto che all’esercito russo non fu data ingiustamente l’autorizzazione ad entrare a Tbilisi e a “prendere Saakashvili per le palle”.

È sorprendente come le mie palle siano entrate in modo stabile nei discorsi degli esponenti russi, da Putin a Šamanov! Anche se ho sempre detto che sarei pronto a tagliarmele da solo e spedirgliele in cambio dei nostri territori, se loro sono disposti. Se questo è il loro vero scopo.

– Si ritiene il bersaglio principale della guerra?

– Sono loro stessi a dirlo! Quando Condoleezza Rice chiamò Lavrov, lui disse che c’erano due varianti: o la Georgia viene completamente distrutta, o Saakashvili se ne va. Allora i russi non bombardarono di proposito l’aeroporto di Tbilisi, dando ad intendere che avrei dovuto prendere un aereo e andarmene. Sarkozy (nel 2008 presidente della Francia) mi propose di andarmene. Anche qualche americano di basso livello diplomatico mi propose di considerare una missione di evacuazione mia, della mia famiglia e del mio governo. Ovviamente non fu Bush ad offrirlo, poiché era inopportuno.

Il Segretario di stato americano Condoleezza Rice in visita in Georgia nel luglio 2008.

L’ex Segretario di stato americano Condoleezza Rice in un’intervista al canale televisivo indipendente ucraino “Gromaskoe” (partner di “Novaya Gazeta”) raccontò di una telefonata del Ministro degli affari esteri russo Sergej Lavrov nell’agosto del 2008. La Rice rivelò il contenuto della conversazione durante la quale Lavrov le avrebbe dettato le condizioni per mettere fine al conflitto:

“Comunico le condizioni per mettere fine al conflitto: i georgiani devono tornare nelle caserme”. Dissi: “Va bene”.

Seconda condizione: “I georgiani devono firmare un accordo di un utilizzo della forza”. Dissi: “E anche qui tutto chiaro”.

E disse anche: “E Miša Saakashvili deve andarsene. Ma questo solo tra di noi”.

La Rice dichiarò di aver comunicato subito a Lavrov l’impossibilità di accettare l’ultimo punto, dopotutto il Ministro degli esteri pretendeva il rovesciamento di un leader eletto democraticamente. Nonostante Lavrov le avesse chiesto di non divulgare il contenuto della conversazione, il 10 agosto sul sito dell’agenzia Reuters apparve una notizia riguardante l’intenzione delle autorità russe di “sostituire il regime” in Georgia.

Nell’intervista a “Gromadskoe” Condoleezza Rice ricordò anche come all’incontro a Tbilisi in luglio dissuase in tutti i modi l’allora presidente georgiano Mikheil Saakashvili dal reagire alle azioni russe: “I russi proveranno ad invadere il vostro paese, non rispondete, non lo fate, perché nessuno potrà difendervi in nessuna circostanza”.

– Quindi Lei sapeva che il destino della Georgia dipendeva completamente dalle Sue decisioni ed è comunque rimasto. Ovvero ha rischiato mettendo in pericolo la vita altrui?

– Andarsene era inaccettabile. E comunque non distrussero il paese. Šamanov dice a torto che Putin non gli ha dato il permesso di entrare. Ma sono stati gli americani a non permettere a Putin di farlo, poiché avevano già capito come sarebbe potuto finire il tutto. Credo che abbia fatto bene a calmare Šamanov, capendo che in quel caso gli americani sarebbero ricorsi alla forza. Tuttavia, la guerra prese una piega con conseguenze molto pesanti per il mio paese. Morirono moltissime persone, sia militari russi che miei connazionali.

– Sente una responsabilità personale per quegli eventi? Quali azioni rimpiange?

– Ne sento tutta la responsabilità. E, chiaramente, questa per me è un’esperienza molto dolorosa, una tragedia mortale. Ma d’altro canto allora c’erano solo due soluzioni: arrendersi o combattere.

Non mi sarei potuto permettere di non combattere. Odio la guerra e ho odiato ogni secondo di quella guerra. Quando dirigevo l’esercito percepivo la perdita di ogni soldato come una tragedia personale.

Soffro molto per la morta di ogni persona. E in quel periodo i nostri soldati morivano in massa.

Cosa rimpiango? Che avremmo potuto fare diversamente? Bisognava avvertire prima e meglio tutti quanti! Ma ci avrebbero ascoltati? Forse mi avrebbero solo dichiarato pazzo. Ma il problema è che anche noi in fondo in fondo non eravamo sicuri. Quando iniziò la guerra, la gran parte dei nostri ufficiali e quasi tutti i membri del governo erano in vacanza. Non trasferimmo una nostra brigata dall’Iraq, ero titubante. In maggio, quando l’esercito russo entrò in Abcasia, convocai l’ambasciatore americano e gli dissi che bisognava far tornare la nostra brigata perché la situazione si sarebbe inasprita. Lui disse che ci avrebbe pensato, ma dopo due giorni rispose: “E se Mosca percepisse questa cosa come una provocazione?”. Ed acconsentii, io stesso non ero totalmente sicuro.

Rimpiango di non aver richiamato in tempo dall’Iraq la nostra brigata più pronta a combattere e di non aver urlato più forte. Inoltre, quella sera, quando iniziò la guerra, anche io avevo intenzione di partire per Pechino. Ma tornai indietro mentre ero sulla strada verso l’aeroporto.

Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili a Gori durante il minuto di silenzio nel primo anniversario del ricordo delle vittime della guerra dell’agosto 2008.

– Come sarebbe potuto partire se i servizi segreti vi informavano sugli spostamenti dell’esercito russo?

– Capisce che questa cosa durava da alcuni mesi. Ne eravamo già abituati! E a Pechino si incontravano i leader mondiali. Volevo andare lì per lamentarmi e piangermi addosso. Rimandai più volte la partenza, poi ci furono alcune ore di rasserenamento, ero già pronto a partire quando mi comunicarono del bombardamento. Una nostra delegazione con il capo del Comitato olimpico, i ministri e la mia famiglia partirono, io rimasi.

– Dopo gli infiniti reciproci bombardamenti, il 7 agosto dichiaraste il cessate il fuoco e lo rispettaste alcune ore, finché gli osseti non ricominciarono a sparare. Cosa sarebbe successo se…

Mi chiamò il ministro degli interni Merabišvili piangendo: “Uccidono la nostra gente, dia la possibilità di rispondere”. Dissi che anche se avessero ammazzato tutti, noi non avremmo risposto.

Più tardi mi comunicarono che la popolazione locale ci assaliva di pretese e diceva che se non volevamo sparare, di dargli almeno le armi per rispondere al fuoco…

– Cosa sarebbe successo se non aveste violato il cessate il fuoco?

– A quel punto i ribelli osseti insieme alle formazioni georgiane (avevano 800 georgiani preparati) avrebbero liberato quella zona, sarebbero arrivati a Tbilisi e avrebbero detto che c’era stata una schermaglia tra il governo e l’esercito georgiano con i ribelli che sostengono i volontari osseti. E la Russia, che difende gli interessi dei propri cittadini, non può sopportare che ai suoi confini succeda un tale disordine. E il governo sarebbe caduto e il mondo non avrebbe fiatato perché non era chiaro cosa era successo. Questo non è il Donbass. Dal confine al mio palazzo presidenziale i carri armati ci avrebbero impiegato massimo alcune ore. Immaginatevi: io sono a Pechino e in quel momento occupano il palazzo. E non ho neppure un posto dove tornare. È una fortuna che allora non partii per l’Olimpiade.

– Oggi, dieci anni dopo, la domanda principale è: chi vinse in definitiva?

– Per ora non è ancora chiaro. È una situazione in continua evoluzione. Ma immediatamente nel 2008 la Russia non ottenne proprio niente oltre all’occupazione di alcune decine di villaggi georgiani al prezzo di enormi perdite umane e di reputazione. In quel momento non riuscirono a cambiare il mio governo e il corso politico. Ma in parte questi obiettivi furono raggiunti nel 2012.

Con l’aiuto dell’oligarca russo Ivanišvili (primo ministro della Georgia nel 2012-2013), maggiore azionista privato di “Gazprom”, la Russia riuscì a cambiare l’agenda politica a Tbilisi. Questa fu la prima vittoria di Putin in quella guerra.

2013. Il presidente Saakashvili con il primo ministro Ivanišvili.

Ma nel 2012 non riuscì a continuare i successi e riorientare il corso di politica estera georgiana, ottenendo il riconoscimento dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud in campo internazionale. La Georgia continua lentamente sulla strada dell’integrazione euroatlantica. Penso che Putin in Georgia non abbia raggiunto due terzi dei suoi obiettivi. Per quanto riguarda l’economia, dal 2008 al 2012 la Georgia è cresciuta in tempi pazzeschi. Dal 2009 al 2012 è stato un periodo di costruzione di nuove città, del boom turistico, sono arrivati i turisti russi. Fino al 2008 non ricevevamo molti soldi, poi però abbiamo ricevuto 2-3 miliardi per lo sviluppo, il che, per un paese piccolo, sono un sacco di soldi. Ma nel 2012 fu messa fine allo sviluppo.

– Lei se la prende con Ivanišvili, ma c’è chi pensa che proprio con lui sia iniziato lo sviluppo pacifico della Georgia, aprendola nuovamente agli stessi russi.

– Questo non è vero. Per prima cosa siamo stati noi ad aprire nuovamente la Georgia ai russi nel 2009, quando abbiamo introdotto per loro il regime senza visto. Nel 2011-2012 si sono recati da noi alcune centinaia di migliaia di turisti russi. Questa iniziativa è una strategia di difesa affinché le persone che arrivano vedano e capiscano che la Georgia è la nostra casa comune dove non serve combattere.

Conducemmo una diplomazia popolare con la Russia, la produzione georgiana comparve nel mercato russo e questo grazie ad un accordo con Mosca che avevamo raggiunto in Svizzera con l’aiuto degli americani.

È l’accordo del 2011 per il WTO secondo cui la Russia riconobbe i nostri confini doganali in quei confini e zone che riconosce anche la comunità internazionale. Quello che dicono di Ivanišvili si diceva anche quando c’ero io. Ma quello che ha fatto Ivanišvili per Mosca è smettere di stancare gli americani e gli europei con la storia georgiana, questa è la verità. E all’incontro di Trump con Putin la questione georgiana si è rimossa da sola.

E in questo senso il grado di tensione è in qualche misura sceso, poiché la comunità internazionale non disturba più la Russia per la Georgia. Per giunta la Russia non si è calmata. Oltrepassa sempre la cosiddetta linea di confine, ogni anno si avvicina di qualche centinaio di metri alla strada principale e presto potrà superarla. Mosca vuole che Ivanišvili si allontani completamente dalla NATO, vuole che venga aperta in breve tempo una ferrovia per l’Armenia attraverso l’Abcasia perché Erevan sta uscendo molto velocemente dalla sfera di influenza e bisogna fare qualcosa presto. Ovvero Putin vuole che Ivanišvili passi dal flirtare alle carezze dirette e che cada tra le sue braccia.

– Ma se Mosca, come dice Lei, continua a covare piani coloniali, significa che la vostra strategia di “soft power” è fallita?

– No, non è così. Dopotutto il grado di tensione nel complesso è sceso e questa è una buona cosa. E l’abbiamo iniziato noi. Si ricorda cosa mostravano della Georgia per la televisione russa! Tutti sparano, masse di persone affamate vagano frettolosamente per le strade e per poco non mangiano i bambini. Nonostante in quel periodo ci stessimo sviluppando molto, furono costruite buone strade, una buona illuminazione, nuovi e moderni hotel, edifici e città. Mostrando questo sgonfiammo gli argomenti della propaganda russa e la gente che passava da noi raccontava poi la verità a casa. E questo ha funzionato soprattutto per il Caucaso. I nostri vicini caucasici vedevano che i georgiani non erano pericolosi e davano meno spazio alle menzogne del Cremlino. Adesso quando vado da qualche parte in Europa i russi mi riconoscono per strada, si avvicinano per farsi una foto e mi dicono che mi sostengono, nonostante tutto.

Credo che circa il 20% dei russi abbia simpatia per me e questa è una risorsa elettorale all’interno della Russia. Ovviamente non ho intenzione di sfruttarli, ma è divertente

che Putin abbia ricevuto questa reazione paradossale in risposta alla furiosa propaganda che lui personalmente, ne sono sicuro, ha scatenato nei miei confronti.

– Come è possibile che i georgiani hanno già dimenticato tutto dopo che sono passati appena dieci anni dalla guerra?

– Nessuno ha dimenticato nulla. Una cosa è che a livello quotidiano non ci siano mai stati sentimenti antirussi e mai ci saranno. Un’altra è il ricordo degli invasori. I georgiani hanno un’enorme esperienza storica di dialogo con loro. Questo non significa che quando i georgiani vi sorridono non ricordino nulla. Ricordano e sanno bene tutto, ma sanno essere molto gentili con tutti. Per fare un confronto: hanno un atteggiamento positivo verso i turisti russi ma non fanno il tifo per la Russia al campionato del mondo. Sono cose diverse.

Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili durante una commemorazione funebre nell’anniversario della guerra dell’agosto 2008.

– Poco tempo fa sono stato in Georgia e ho incontrato alcune persone che, inaspettatamente, hanno parlato bene delle autorità russe.

– Beh, è fatto apposta. Non capendo chi fosse Lei, volevano farle piacere.

Ma vi dirò che nella società georgiana, per fare un esempio, nessun candidato alla presidenza di posizioni filorusse ha la più piccola chance.

E per questo Ivanišvili non può cambiare orientamento radicalmente. La gente non glielo permette. Possono parlare, sorridere, ma in generale l’atteggiamento è univoco.

– Com’è vivere con il fatto che, dal punto di vista economico, la Georgia si orienta nuovamente sempre di più verso il mercato russo? Il turismo stesso…

– Non si orienta. Se un milione di turisti su sette è russo, allora è normale. Per quanto riguarda il mercato del vino, la Russia ha ricominciato a minacciare una sua chiusura. E penso che questa cosa abbia insegnato alle persone che bisogna acquisire nuovi mercati: in Olanda e in Ucraina è pieno di vino georgiano. In fondo il vino è solo un simbolo, non è il principale prodotto dell’export, ce ne sono molti altri. Logisticamente la Georgia non è per niente orientata verso la Russia: i nostri porti lavorano per l’Asia centrale e l’Europa. La Georgia è fortemente integrata nell’economia turca. Per prima la Turchia, poi l’Europa e infine la Russia. La Russia non è sicuramente il mercato principale, né il principale partner commerciale. E difficilmente un giorno lo diventerà. Questa cosa è iniziata molto prima, non nel 2008, ed approvo favorevolmente il fatto che abbiamo riconquistato una parte del mercato russo ma abbiamo imparato bene che non è possibile dipendere da questo mercato. È troppo imprevedibile.

– Quando inizierà a funzionare la strategia di attrarre i separatisti con l’aiuto della “soft power”?

– Non appena avverranno dei cambiamenti a Mosca. In questi territori non è rimasto nessuno, soprattutto nella cosiddetta Ossezia del Sud. Prima del conflitto militare vivevano 50 mila persone, oggi ne sono rimaste 15 mila. Sono per lo più un contingente della base militare russa e persone a questa collegate. In Abcasia, dove vivono più di 100 mila persone (ma prima della guerra erano più di 600 mila), è già una comunità. Naturalmente la gente vede come si sta sviluppando Batumi, anche se io non sono lì. Ma non è comunque possibile confrontarlo con Sukhumi. Vedono tutto ciò e questo, certamente, provoca delle emozioni. Tra l’altro ho guardato i social network, Batumi è molto popolare tra i giovani abcasi progrediti e anche questa è una reazione alla propaganda russa.

Perciò questo è un problema di tempo, di quando avverrà nuovamente l’unione tra gli abcasi e i georgiani, e in quale forma. Ma senza cambiamenti a Mosca non conviene neppure sperarci.

Se 100 mila abcasi scendono in piazza a gridare per l’unificazione, basterà una brigata dell’esercito russo affinché di questa protesta non rimanga nulla.

– Ma si sono distaccati anche quando la Georgia era in sviluppo, come dice Lei.

– Lì c’era una strana situazione di anarchia, come in Transinistria, dove c’è molto contrabbando. Quando abbiamo liquidato il contrabbando, che non permetteva alla Georgia di svilupparsi, era già iniziata la tensione. D’altro canto, sì, la Georgia stava crescendo così tanto che ha iniziato ad attirarli. Ha attirato l’attenzione anche di Mosca. In un colloquio Putin mi ha detto che prima non aveva mai sentito di questo territorio, dell’Ossezia del Sud.

L’Ossezia del Sud non era mai stata nel radar degli interessi russi. L’Abcasia ovviamente sì, lì soggiornavano Lev Trockij con Stalin, Brežnev e la restante élite. Certamente l’Abcasia è sempre stata attraente, non come l’Ossezia del Sud che era un capriccio di Stalin e di cui, oltre a lui, nessuno si interessava. È comparsa come un progetto solo dopo il fallimento della Russia in Agiaria.

Questo è l’unico caso in cui a Putin è stato soffiato un territorio da sotto il naso.

– Il fallimento in Agiaria è quanto il presidente Abashidze fu evacuato a Mosca?

Mosca, agosto 2008. Sul ponte Lužkov fu installato un cartellone informativo dei “Crimini di Saakashvili”.

– Sì, nel 2004, quando Abashidze fu costretto ad andarsene. Allora il territorio era controllato completamente dalle autorità russe e l’economia era diretta da Lužkov. La situazione gli scappò da sotto il naso e gli ufficiali russi fecero tanto rumore ma non ricorsero alla forza. E Abashidze se la svignò per paura di essere ucciso e di essere fatto a pezzi dal popolo. Questa è la situazione che si crea quando il popolo porta via un territorio a Mosca. E successivamente

in un colloquio telefonico Putin mi disse: “Non avrete più alcun regalo”. Questa è la storia di come l’Ossezia del Sud è entrata nel radar.

– Volete dire che il Cremlino non si aspettava che sareste riusciti a tenervi il territorio?

– Erano sicuri che fossimo troppo deboli e l’Agiaria talmente filorussa che non era possibile perderla. È la solita storia di Shevardnadze: fare sempre manovre che non portano da nessuna parte.

– Ma se adesso sia gli abcasi che gli osseti vedono come si sta sviluppando la Georgia, perché questo non li attrae?

– Adesso non hanno la volontà politica di riunirsi alla Georgia, però lì c’è anche la presenza militare russa.

Mosca vuole creare una situazione simile a quella che c’era in Armenia, con i turchi che sarebbero arrivati e che vi avrebbero ammazzati tutti.

Ma se nel caso dell’Armenia c’è una base storica e gli armeni hanno qualche timore che, dal loro punto di vista, possono essere giustificati, in Abcasia il conflitto negli anni Novanta è stato una guerra civile. E allora combatterono soprattutto georgiani contro altri georgiani, mentre gli abcasi giocarono un ruolo secondario. Sì, la storia è stata molto crudele. I volontari del Caucaso del Nord, i militari russi e una parte degli abcasi compirono una pulizia etnica e circa 500 mila persone furono costrette a lasciare la propria casa. D’altro canto, con il tempo l’ostilità è passata perché non ci sono profonde radici storiche di questa malevolenza. Ma una parte enorme del territorio dell’Abcasia è rimasto vuoto. A Sukhumi vive un quarto di popolazione in meno rispetto al periodo prima della guerra. È un fatto, ma nonostante questo i georgiani non sentono l’aggressione nei confronti degli abcasi. E anche in Abcasia, penso, la propaganda contro i georgiani è improduttiva. I due popoli troveranno una lingua comune ma, di nuovo, solo quando in Russia avverranno dei cambiamenti.

Lo stesso Caucaso sta cambiando velocemente, guardate l’Armenia. Non c’è un controllo assoluto, e solamente il controllo militare e la propaganda russa non sono in grado di trattenere il popolo dal manifestare la propria volontà. Anche se ho paura che Putin non si lasci scappare l’Armenia così facilmente. Penso che in autunno inizierà una campagna contro Pashinyan. È evidente che non gli piace. Sebbene Pashinyan proverà in tutti a modi ad accontentarlo. Ma lui è impossibile da accontentare…

In Armenia è successo quello che lui temeva maggiormente. Né i soldi, né i vari meccanismi sono riusciti a bloccare la volontà popolare. Putin non poteva non vedere che questi giovani sono molto filooccidentali, parlano in inglese e si stanno allontanando in modo naturale dalla Russia. In più c’è un grande risentimento per la presenza di militari russi. Soprattutto quando non si comportano come una forza amica, non come si comportavano gli americani in Europa occidentale, ma come invasori, questo non può non irritare la gente nel mondo contemporaneo.

Inoltre, Pashinyan è contro il segretario generale del CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, alleanza difensiva creata nel 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti, ndt) Khaĉaturov, nonché contro il direttore di “Gazprom” in Armenia Kočaryan, ovvero i principali baluardi russi in Armenia.

Non so cosa ha raccontato Pashinyan a Mosca, ma Putin queste cose non le accetta senza reagire.

Ora cercheranno in ogni caso di rovesciare Pashinyan, non ne ho alcun dubbio. Per Pashinyan inizieranno grandi noie, azioni di protesta, oligarchi che si trovano a Mosca pagheranno ingenti somme, contro Pashinyan cospirerà la criminalità organizzata all’interno dell’Armenia.

Ha pochissimo tempo per consolidare il proprio potere e, dal mio punto di vista, ha fatto male a non sciogliere il parlamento quando c’era la possibilità di esercitare influenza e a non radunare nuove persone. Non ha sciolto il sistema di tutela dell’ordine pubblico, prova ad arrestare Kočaryan, ma il vecchio sistema saboterà le sue decisioni. Lui sta facendo tutto bene ma non cambia il sistema e questo sistema vecchio smetterà di eseguire gli ordini e inizierà ad agire contro di lui.

Fonte: Novaya Gazeta, 07/08/2018. Articolo di Pavel Kanygin. Traduzione di Alessandro Lazzari.

Per approfondire l’argomento della guerra in Georgia del 2008 è disponibile anche l’intervista a Dmitrij Medvedev.

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Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

Alessandro Lazzari

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.