Recensione de Viaggiatori nel freddo di Sparajurij

Viaggiatori nel freddo è un diario di viaggio, un diario molto particolare. La struttura portante è il parallelismo: è tutto diviso in due e, tuttavia, ognuna delle due parti si lega armoniosamente all’altra, divenendo imprescindibile.

Sebbene la narrazione di Viaggiatori nel freddo (Exorma edizioni) si srotoli dalla voce e dalle esperienze di un unico protagonista che parla sempre in prima persona, la storia è stata scritta a due mani, quelle di Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, membri del collettivo letterario Sparajurij. Come se L’esperienza così intima del contatto con una cultura che porta con sé le enormi proporzioni della Russia fosse troppo ingombrante per una persona sola, gli autori si dividono il compito infido di narrare in 240 pagine una fetta di Paese sconfinato.

La dualità è anche storica. Gli autori zigzagano continuamente tra il presente da cui parte la narrazione e quel passato che se ne sta appollaiato pesantemente sulle spalle dell’intera Federazione. Dal presente si snodano altri due binari: uno è quello che ci mostra il quotidiano, le occupazioni concrete che ha portato la nostra guida a Mosca in pieno inverno; l’altro è la ricostruzione della scena letteraria moscovita (e non solo), dall’epoca d’oro a quella tardo-sovietica. Il progetto cardine è quello di attraversare e sopravvivere al gelo russo guidati dalla letteratura e, al tempo stesso, di non rimanere mai indietro, di camminarle a fianco scoprendo com’è stata influenzata dalla Russia e come la Russia ne è stata influenzata. Per questo gli autori ci immergono spesso nella letteratura che troviamo sui manuali universitari, quella dei grandi nomi che l’hanno resa famosa e amata all’estero. Parallelamente siamo condotti in librerie e cene in cui conosciamo, forse per la prima volta, autori e poeti russi contemporanei, molti non ancora tradotti nella nostra lingua.

Boris Kustodiev (1878—1927)
Maslenica, 1916

Il punto di forza di Viaggiatori nel freddo è l’assoluta armonia tra la descrizione delle strade cittadine ai giorni nostri, con le incombenze più banali come trovare un posto dove mangiare succulenti esempi della cucina russa, e la devozione reverenziale che gli autori nutrono nei confronti dei grandi maestri, dei loro poeti e scrittori. Vi porteranno nella casa moscovita di Anton Čechov, coinvolgendovi nella silenziosa fascinazione di calpestare le assi in legno che lui stesso ebbe modo di calpestare più e più volte. Vi parleranno della sua vita, della sua opera e, una volta concluso il giro turistico, si torna dritti nelle problematiche cellette studentesche dell’MGU.

Non si tratta di una guida turistica, non troverete un linguaggio manualistico, né suggerimenti su cosa vedere a Mosca. Viaggiatori nel freddo è una narrazione, il fluire di pensieri e sensazioni di chi ama profondamente una cultura che non è la sua.


– Iniziamo l’intervista con la nostra domanda di rito. Come si è avvicinata al mondo russo?

SJ: In modo piuttosto classico, se così si può dire, tramite le parole degli scrittori. Ci sono due episodi che trovo, riflettendoci ora, emblematici del sentimento complesso e controverso che si può provare verso la Russia, ma anche del potere con cui l’immaginazione letteraria agisce, specie su un giovane. Il primo ricordo si lega a un libro di favole illustrate di Lev Tolstoj ricevuto in regalo a sette anni. Cominciava con il racconto dell’amicizia tra un leone e un cagnolino. Vivevano in uno zoo, ospiti della stessa gabbia, e trascorrevano una vita felice finché il cagnolino si ammalò e sotto lo sguardo disperato del leone morì. Il leone diventò triste e inconsolabile a tal punto che si lasciò morire per il dolore. Ho pianto pensando al vuoto che il re della foresta non aveva saputo colmare, al rapporto di amicizia culminato nella dimostrazione che l’amore può generare una incurabile sofferenza. Non ricordo di storie che mi abbiano toccato così profondamente, eppure di favole crudeli l’infanzia è piena. Ma la differenza stava forse nel fatto che non c’erano protagonisti e antagonisti, buoni e cattivi, era la vita stessa a rivelarsi inesorabile nel mondo di Tolstoj. In quel momento Tolstoj aveva aperto prematuramente il vaso di Pandora della mia sensibilità, tanto da indurmi saggiamente a richiuderlo, promisi infatti di non riaprire più il libro e così feci. La seconda esperienza è legata all’incontro con Fedor Dostoevksij. Credo di raccontare una sensazione nota a molti lettori che da adolescenti si siano avvicinati a Dostoevskij, ovvero lo stupore alla lettura dei Fratelli Karamazov, lo stordimento, la ressa di emozioni, illuminazioni e riflessioni sulla vita che sprigionava. La sua capacità polifonica, in grado di dare pari dignità al cinico razionalista, al puro d’animo, all’iroso. Quello di Dostoevskij mi sembrava un punto di vista affine alla mia sensibilità e allo stesso tempo spiazzante, perché privo della sovrastruttura sociale e comportamentale che cominciava ad agire dentro di me, in modo contraddittorio, proprio nell’età dell’adolescenza. All’università, quando ho scelto di studiare lingua e letteratura russa, ho ritrovato la formulazione di questa caratteristica nelle parole di Virginia Woolf: “A Dostoevskij non vennero imposti questi limiti. Per lui non fa alcuna differenza che siate un nobile o una persona semplice, un barbone o una gran dama. Chiunque voi siate, siete un contenitore di questo liquido perplesso, questa materia nebulosa, in fermento, pregiata: l’anima”.

Essendo entrati nel vivo degli umori che regolano gli abissi letterari russi, vorrei aggiungere una considerazione riguardo il generale pregiudizio che dipinge questa letteratura come pesante e triste. Da un lato può essere smentito pensando alla leggerezza delle opere di altri classici, come Puškin o Gogol’, dall’altro la tristezza e la felicità sono concetti il cui valore andrebbe ripensato. Ho una mia teoria, forse pretestuosa perché andrebbe argomentata. Che la felicità sia una forma di sedativo somministrato per disperdere e nutrire l’individualismo, per farci provare timore verso uno spettro di emozioni umane fondamentali, molto più ampio della sola felicità.

– Come è nato il progetto Sparajurij e da dove nasce l’idea di Viaggiatori nel freddo?

SJ: Nasce a Torino tra gli spettrali corridoi dell’edificio che ospitava le facoltà umanistiche: Palazzo Nuovo. Nasce come collettivo di scrittura, a composizione variabile, che intende indagare e sperimentare l’ambiguo rapporto tra letteratura e realtà, tra identità singole e molteplici. Anche se, come Celati, preferiamo sostituire alla parola reale, i termini di contingenza, inatteso, impensato, un contatto con il mondo sensibile che ci permette di conoscere ciò che ancora non sappiamo.

Nel tempo abbiamo esercitato un’attenzione anatomica alla scrittura, dove la pratica chirurgica, con il suo intento di aggiustare corpi vivi, ma usurati o malconci, è sostituita da un’ossessione neo-prometeica, dall’idea di assemblare e dare vita a un corpo inesistente e inerme solo apparentemente, perché carico di conseguenze incontrollabili, come l’esperimento di Frankenstein. La scrittura sconfina allora in qualcosa di vitale e tangibile, anche attraverso la pratica, inattuale, della rivista cartacea o in numerose altre propaggini. In questo senso ci ha interessato la riflessione sulla Poesia totale di Adriano Spatola, che poneva la questione dell’evoluzione poetica verso una direzione ibrida, una contaminazione di altri generi e arti, ma soprattutto verso un’interazione con le nuove forme di comunicazione. Ci ha interessato la messa in voce della letteratura, ma anche la messa in video, o l’interazione con altre forme artistiche, come la musica o la fotografia. Una molteplicità di direzioni o pratiche che desiderano innescare il corpo, osservarlo in azione, per questo parliamo di atti (“atti impuri” è infatti il nome assegnato alla nostra rivista periodica – www.attimpuri.it) e siamo meno coinvolti da un’idea di scrittura come filologia.

Muovendo il corpo è poi scaturita la necessità di un orizzonte di neve. Dove la neve è una nave senza rotta, alla deriva tra i flutti del sonno. Viaggiatori nel freddo è stato felicemente traumatico, perché onirico. Un percorso nella mosca contemporanea in compagnia dei fantasmi del passato e delle fantasmagorie del presente.

Nonostante sia scritto a quattro mani questa è un’opera che rimane organica. Nel leggerlo ho giocato ad indovinare chi aveva scritto cosa per poi andare a controllare una volta finito il libro. Devo dire che ho indovinato raramente. Quali criteri avete scelto nel dividervi i capitoli da realizzare?

SJ: La suddivisione per capitoli fa parte di una strategia retorica. È un elemento para-testuale che permette di indossare un’ulteriore maschera. Nel libro (così come in questa intervista) non ci sono segni linguistici che definiscano una biografia. C’è una biografia restituita attraverso un codice. Nel processo di scrittura ci siamo concentrati sul codice prima che sul come dividerci i contenuti. Anche se le mani, i piedi e gli occhi hanno conosciuto ciò che viene raccontato. La singolarità dell’esperienza moscovita è, in questo senso, un’àncora di salvezza verso se stessi, “l’odioso prossimo”, per dirla con Grünbein, un’àncora calata dentro uno specchio d’acqua diversamente narcisistico.

Il libro contiene diversi frammenti di poesie. Alcuni sono stati tradotti da Sparajurij nella figura di Elisa Baglioni. Sarebbe interessante sapere quali pensa che siano le principali differenze nel tradurre poesia rispetto alla prosa?

SJ: Mi è capitato di rivolgere a mia volta una simile domanda, o meglio, di chiedere come andasse intesa la traduzione poetica. Il poeta e traduttore russo Julij Gugolev, ad esempio, aveva tracciato un paragone con il gioco degli scacchi, implicando con questo un principio logico-geometrico, combinatorio alla base. La scacchiera, rappresentazione spaziale del testo poetico, ospita pezzi che non possono muoversi liberamente, né seguono un percorso obbligato, ma ammettono un certo grado di arbitrio, le varianti. In un altro caso, il poeta Durs Grünbein si era appellato al meccanismo compositivo della poesia: fintanto che conserva la giuntura occhio-orecchio rimane autenticamente intraducibile in un’altra lingua poiché la specificità è proprio quella di costruire senso attraverso il suono. In poesia, quando a dominare sono i rimandi visivi e sonori, la disposizione sulla pagina, la posizione di una determinata parola nel verso, così come le figure di suono, il traduttore è tenuto a renderne conto. Ho portato questi esempi per rafforzare la mia impressione che nella traduzione poetica si ragioni per unità minime, che siano un’assonanza consonantica o la posizione in fine di verso di una parola; proseguendo con la metafora scacchistica, la singola mossa determina di volta in volta il cambiamento degli equilibri dell’intero gioco. Banalmente incontrare una parola che non abbia equivalente nella lingua d’arrivo rappresenta un problema che non può essere ovviato attraverso l’uso di una perifrasi, come potrebbe avvenire nella prosa, perché si è tenuti a rispettare la lunghezza del verso o il numero di versi. Il dibattito sulla forma è particolarmente vivo in una tradizione come quella russa che fa ancora uso di strutture metrico-versificatorie. Una celebre poesia di Sergej Gandlevskij, poeta contemporaneo che ho di recente tradotto, Ecco la nostra via, mettiamo, scritta negli anni Ottanta, è stata composta utilizzando l’ottava dell’Evgenij Onegin puškiniano. Cosa fa il traduttore in questo caso? O si arrende all’impossibilità di tradurre o trova una soluzione che riesca a compensare parzialmente una perdita. Senza entrare troppo nei tecnicismi posso dire di aver adottato un verso libero che però tenesse conto il più possibile del ritmo e di rime, interne o in fine verso, per conservare l’ombra di una struttura presente nell’originale e, a meno che non si voglia produrre una traduzione filologica, della piacevolezza del testo.

Le difficoltà di un testo narrativo sono varie e quanto più le sue caratteristiche si intrecciano con gli aspetti fonosimbolici o stilistici della lingua dell’originale, tanto più i meccanismi che andranno adottati si avvicineranno a quelli della traduzione poetica.

Evgenij Evtušenko sostenteva che un poeta in Russia è più che poeta. Viaggiatori nel freddo si sofferma sovente sulla poesia. Che ruolo ricopre nella società russa? È ancora così importante?

SJ: L’affermazione di Evtušenko implica una serie di considerazioni. In primo luogo il fatto che la letteratura russa, nel Novecento, e ancor prima nell’Ottocento, abbia accolto in sé le istanze democratiche e la libertà di pensiero che la censura non permetteva di esprimere in altri campi del sapere filosofico, sociale e nel dibattito politico. In questo senso lo scrittore è stato più che uno scrittore. Ma c’è anche una specificità della poesia russa, ovvero di essere rimasta un prodotto della cultura orale. Ciò implica l’idea della memorizzazione e della recitazione, ma anche l’esistenza di una comunità di ascoltatori che necessariamente, all’incontro e alla condivisione, attribuiscono un valore gnoseologico. Con il passaggio alla Russia democratica, o pseudo-democratica, e del libero mercato, gli equilibri sono cambiati, il ruolo della poesia è diventato gradualmente marginale e si sta uniformando al contesto occidentale.

Si tratta qui di viaggio letterario oltre che fisico, dai grandi classici del XIX secolo passando per la letteratura clandestina fino alle pubblicazioni contemporanee alla caduta dell’Unione Sovietica. Vi chiedo di scegliere un’opera, quale opera è stata la vostra guida nel freddo.

SJ: Ognuno di noi ha la propria personale guida al freddo, come si dice in russo, na vkus i cvet tovarišei net (quando si tratta di gusti e colori non ci sono compari), per cui uno ha scelto Mia sorella la vita di Pasternak, per i treni, le intemperie, la steppa, il senso di pienezza che t’investe leggendolo e l’altro Il Maestro e Margherita di Bulgakov, per il realismo visionario. Chi digiuna di Bulgakov, fa fatica ancora oggi a uscire dalla Russia senza traumi.

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Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

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