Tra cielo e terra: un viaggio tra le montagne degli Urali

La Russia sembra essere stata creata per le escursioni: a piedi o in bicicletta, in kayak o in catamarano, a cavallo o in quad. L’elemento principale, in tutto ciò, è il piacere del viaggio, il superamento delle difficoltà e il riavvicinamento alla natura, senza abbassare i propri standard e accontentarsi di fare i “turisti”
I giganti di Man’pupuner

I monoliti di pietra erosa sul plateau di Man’pupuner sono una delle mete più insolite nella lista delle sette meraviglie della Russia. Per la loro inaccessibilità, possono essere confrontate solo con la Valle dei Geyser a Kamchatka: d’inverno, ci si arriva solo in sci o motoslitta; d’estate, in elicottero o a piedi, con una camminata di circa una settimana. Ho scelto l’ultima opzione, perchè è l’unico modo per arrivare a conoscere gli Urali settentrionali sul serio.

In cima a enormi scarpate

“State attenti a non calpestare i pulcini di pernice, sono quasi invisibili sul sentiero!” la guida Maxim ci istruisce sull’altopiano. E in effetti, da sotto i nostri piedi saltano fuori pulcini multicolori e trotterellano in tutte le direzioni, mentre la madre cerca di proteggerli da noi. “L’anno scorso abbiamo creato un sentiero di ghiaia, e adesso possono camminare tranquillamente non solo i turisti, ma anche cervi e uccelli” sorride Maxim.

Man’pupuner, le Colonne erose, gli idioti di Mansi o semplicemente Pupi, come li chiamano i locali, sono ciò che rimane delle scogliere nella parte superiore di un altopiano creatosi 200 milioni di anni fa. Le rocce erose si sono da tempo trasformate in polvere, e cristalli di quarzo, che brillano al sole, si sono rivelati, con grossa sorpresa di tutti. “Qui negli Urali le chiamiamo città di pietra, e ce ne sono molte sul crinale. Ma nessuna può competere con lo spettacolo di Man’pupuner.

Ne rimangono solo sette, e la più alta è l’ultima, che misura 42 metri. Viste così ricordano i moai dell’Isola di Pasqua, come se fossero stati miracolosamente teletrasportati nella taiga degli Urali, ma come catturati nell’alba dei troll – con ventri prominenti e grandi orecchie. Infatti, i Mansi che vivono qui li reputano orribili giganti tramutati in pietra. Ecco perchè la Montagna Minore degli Idoli – così si traduce Manpupuner – è un luogo sacro, cui è vietato l’ingresso ai comuni mortali.
“Mi dispiace persino per le persone che vengono qui solo per un giorno”, dice la volontaria Irina. Si sistema comodamente con un quaderno e delle matite su un enorme masso e quasi non guarda i pilastri – li ha già studiati a lungo, e ora disegna a memoria. L’anno scorso, Irina ha trascorso l’intera estate qui, ha aiutato a tracciare il sentiero per i resti, per arrivare ai quali era necessario farsi strada tra fango, pozzanghere e arbusti. E, dopo aver lasciato il lavoro, è tornata di nuovo, ancora per diversi mesi. “Non pensare che io sia misantropa, mi piace solo ascoltare il silenzio, e qui non c’è nemmeno un insediamento nel raggio di duecento chilometri. Libertà! “

Una posizione invidiabile

Man’pupuner si trova sul confine del Riserva della Biosfera Pechora-Ilych (parte della Repubblica di Komi), che nel 1930 è stata creata per proteggere lo zibellino, animale da pelliccia simile alla martora. Il Pernottamento sul territorio è proibito ai turisti, perciò, camminando in salita e riempiendo di foto tutte le nostre schede di memoria, siamo partiti per un viaggio – l’eliporto che si trova sull’altopiano funge da punto di partenza e “Chilometro Zero” per la settimana di trekking attraverso gli Urali settentrionali, che si conclude con la famigerata zona dell’incidente sul passo di Dyatlov (1959, ndt).

Le foreste vergini del Komi

“Camminiamo sul confine tra Asia ed Europa, quindi scegliete voi su quale continente vogliamo piazzare le tende” scherza la guida Dmitry. La sua compagnia “Severny Ural” ha creato e installato per i turisti sul confine orientale della riserva (il lato della Vologda) delle baite di montagna con letti, stufe a legna e pannelli solari. Il piano è di erigerne lungo tutto il percorso di 91 chilometri dal plateau al passo, più o meno ogni 10-15, in cui il turista medio con lo zaino potrebbe fermarsi la notte. Da un lato, costituirebbe un vantaggio non doversi portare il peso della tenda, in aggiunta a tutto il resto; dall’altro, certo depriva la camminata di parte del suo aspetto romantico. Ma noi – persino il diciassettenne Nikita, partito su pressione del padre – siamo d’accordo che tutto va bene così com’è: ogni paio d’ore una sosta obbligatoria per il tè (quando ci togliamo lo zaino, è come se ci fossero cresciute le ali), zuppa, porridge e la loro pasta col manzo ci sembrano più buone che al ristorante, e la mancanza di elettricità e linea telefonica aiuta a dimenticare tutti i problemi che abbiamo a casa. L’acqua dei ruscelli è freschissima – non puoi farne a meno, le nuvole enormi sono come balene che nuotano sopra la taiga color smeraldo, l’aria è ricca di odori sconosciuti, tanto che vorresti fotografare ogni angolo.

“Siamo molto fortunati con il tempo”, annuisce Dmitry. “Guarda come ci superano tutti i temporali! Probabilmente tutti qui sono brave persone. Mi ricordo che una volta c’era una tale nebbia e vento che accanto a noi, catturata in un mucchio di pietre, si è schiantata una papera -. Avremmo anche voluto usarla come scorta di cibo, ma eravamo troppo pigri per preoccuparcene”. Ha lavorato in una nave cisterna in Germania per due volte, altre due ha corso l’ultramaratona nel Sahara e ed è sopravvissuto (volontariamente) su un isola deserta in Thailandia: Dima generalmente racconta grandi storie: aiuta a distrarci sulle ripide salite attraverso rocce appuntite, che non è facile attraversare portando il peso dello zaino.

A metà strada ecco il monte Otorten, con un’altra città di pietra e un arco di roccia a forma di U; poi ci arrampichiamo tra rocce laminate verso un cartello improvvisato “Europa-Asia”. Il vento qui è davvero forte, anche se non a raffiche così potenti come quelle che hanno portato via la papera, ed il panorama a 360 gradi è sconvolgente: un cerchio di ruscelli circondati da massi di forme così bizzarre che potrebbero comporre il Tetris dei colossi preistorici, enormi blocchi di neve non disciolta nel letto del lago Lunthusaptur, da cui sgorga il fiume Lozva, e ovunque – distese di fiori leggermente offuscate nel tramonto. “Come una canzone”, sospira Dmitry trasognato, e dopo di lui, in silenzio, tutti gli altri.

Cime tempestose

Da Otorten al passo Dyatlov mancano solo 20 chilometri, ed è facile arrivare alla fine della giornata, anche se il sentiero porta su e giù attraverso cumuli di neve e ruscelli di ciottoli. Cercate solo di non arrivare al monte Holatchahl tardi la sera – al crepuscolo la “Montagna dei Morti” (così si traduce il suo nome Mansi) appare ancora più misteriosa e terribile. La conversazione procede tranquillamente.

“Non c’è da congetturare qui” dice Dmitry, vedendo le nostre facce impallidire. “Non crediamo alle spiegazioni mistiche e aliene dell’incidente di Dyatlov. Molto probabilmente 60 anni fa nell’area di Holatchahl, durante il test dei missili uno di essi si è rotto, e i ragazzi sono scappati in preda al panico alla vista dei fumi tossici – e in inverno, nel buio e nella neve, con un vento del genere non si può resistere a lungo”.

C’è anche un’altra versione dei fatti: che il più anziano del gruppo abbia commesso una serie di errori, non essendo abituato alle condizioni estreme di pernottamento invernale, causando il distaccamento di una valanga e la consegente morte del resto del gruppo, dopo aver perso l’orientamento.

In ogni caso, questo rimane il più misterioso incidente di questo genere nella storia delle camminate in montagna nel Paese. Adesso, accanto al luogo del ritrovamento della tenda, si trova una piramide di alluminio, piccole pietre di montagna segnalano i luoghi di ritrovamento dei corpi, e sulla cima del passo tavole commemorative e un obelisco. La maggior parte dei camminatori iniziano il viaggio proprio dal passo, arrivano a Man’pupuner, tirano un sospiro e rifanno la strada a ritroso. “Tornare indietro sui propri passi, rifare la stessa strada, è privo di fascino” gracida Dmitry. “E’ una perdita di tempo”. E a dir la verità, siamo molto felici di vedere un elicottero che ci aspetta pacifico sulla piattaforma, pronto a riportarci a casa.

“Tornate ai Pupi – la prossima volta andiamo verso nord, e ci portiamo anche le canoe. E’ un’avventura! Là ci sono stati in pochi – tutta un’altra cosa” dice Dmitry. Cercando di camminare bene con le gambe stanche, le spalle doloranti, annuisco per gentilezza – certo, naturalmente, torneremo (ma neanche se ci pagano!). Ma già un quarto d’ora dopo, vedendo dall’oblò la distesa oceanica della taiga – la foresta come uno squadrone di soldati, le anse dei fiumi che riflettono le nuvole, i cervi che camminano sulle distese di neve – capisco che non era nemmeno una proposta, ma un dato di fatto. Dopotutto, a chi ha sentito il silenzio totale al confine tra Europa e Asia almeno una volta nella vita, non importa nulla dei calli.

 

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Studentessa universitaria di russo e arabo, partita da Torino alla volta di Londra con un sogno di traduzione da realizzare. Spinta dal motto di famiglia, “tutto fa cultura”, mi diverto a fare la flaneuse, esplorando Londra a piedi e facendo le tre cose che amo di più: mangiare, leggere e riempirmi gli occhi di arte.

Marta Biino

Studentessa universitaria di russo e arabo, partita da Torino alla volta di Londra con un sogno di traduzione da realizzare. Spinta dal motto di famiglia, "tutto fa cultura", mi diverto a fare la flaneuse, esplorando Londra a piedi e facendo le tre cose che amo di più: mangiare, leggere e riempirmi gli occhi di arte.