I russi vogliono lavorare meno come in Europa. Perchè non possono permetterselo

La classe operaia per secoli ha combattuto per la riduzione della settimana lavorativa. Il progresso tecnologico e la crescita del numero di donne nel sistema economico sono fattori determinanti che hanno portato alla diminuzione della settimana lavorativa e al miglioramento della qualità della vita. Paesi sviluppati tuttavia, hanno iniziato a pensare alla settimana di 5 giorni come a qualcosa del passato. L’abbassamento del numero delle ore lavorative ha garantito ai dipendenti più tempo per la cura di sé, della salute, famiglia e per gli hobby. Ciò ha reso loro più sereni, tanto da influire positivamente sulla loro produttività. I sostenitori di questa visione hanno certamente un notevole peso politico,  riusciranno a scardinare equilibri consolidati da tempo? Lenta.ru ci spiega come.

Principio di Efficienza Energetica

Il mutamento degli standard lavorativi non è certo avvenuto in un ambiente asettico. I cinque giorni della settimana lavorativa sono il risultato della rivoluzione industriale dei secolo XVIII–XIX, quando da un’economia di tipo agricolo si è passati ad una basata sulla produzione industriale. Nelle società agricole si lavorava 6 giorni a settimana, e in un primo momento anche il mondo industriale mantenne tale sistema. In seguito, le società occidentali sollecitate dalla pressione esercitata da proteste sociali e  ricerche scientifiche, hanno assistito alla graduale sostituzione della settimana da sei con quella da cinque giorni. Tali ricerche sottolineavano quanto le 10 ore lavorative senza pausa pranzo potessero influire negativamente, causa deperimento, sulla produttività del lavoratore.

Nell’URSS tali cambiamenti sono avvenuti solo dopo la Rivoluzione D’Ottobre nel 1917. Il Consiglio dei Commissari del Popolo allora fissò un massimo di 8 ore lavorative al giorno, tuttavia la settimana di lavoro di 6 giorni rimase in vigore per altri 49 anni.

Richard Branson
Foto: Danish Siddiqui / Reuter

Dopo quasi 50 anni l’opinione pubblica s’interessò nuovamente alla questione della riduzione del carico lavorativo. L’economista John Hiks spiegava quanto difficile fosse convincere i datori di lavori che fosse possibile e soprattutto “indolore” ridurre il monte ore lavorativo, mantenendo gli stessi volumi produttivi. Ai più progressisti, ad esempio, il miliardario messicano Carlos Slim, il cofondatore di Google Larry Page e il presidente del Gruppo Virgin Richard Branson, ciò fu chiaro fin da subito. Tutti loro sostengono che quattro/tre giorni lavorativi a settimana porterebbero a dei benefici per la salute del lavoratore, per la crescita della produttività e qualità della vita, a vantaggi sul piano ambiente e infine alla creazione di un maggior numero di posti di lavoro.

Gli analisti della Fondazione Svedese Gapminder hanno rilevato un meccanismo alquanto curioso: nei paesi dove il reddito medio pro-capite è più alto, si lavora di meno. Alla luce di ciò, la produttività nei paesi sviluppati non è di fatto correlata al numero di ore lavorative.

Ad esempio, in Germania si lavora in media la metà rispetto alla Grecia, dove la forza lavoro è del 70% più alta. Inoltre, nei paesi dove il divario retributivo tra ricchi e poveri è maggiore la settimana lavorativa risulta essere delle più lunghe. I paesi con un monte ore obbligatorie inferiore sono immancabilmente in testa nei rating non solo economici ma anche rispetto alle disparità di genere. Di frequente, inoltre, un problema diffuso è il raggiungimento di un’equa ripartizione delle faccende domestiche nelle famiglie. Di solito i mariti passano tutto il loro tempo a lavoro e a causa di ciò le mogli per portare a termine tali faccende devono spesso optare per lavori part-time. La settimana corta risolverebbe questo problema, garantendo sia a donne che uomini il tempo necessario per crescere professionalmente ma anche per occuparsi dei lavori domestici.

Serenamente Lavoro

In fatto di parità sociale e di genere nel mondo, sono i paesi dell’Europa settentrionale a dare l’esempio: Svezia, Norvegia e Danimarca. Gli scandinavi godono anche del più alto indice di felicità interna lorda, il loro segreto è in realtà semplicissimo: equilibrio salutare tra lavoro e vita privata. Ad esempio, in Danimarca la settimana lavorativa è la più corta d’Europa, 37 ore a settimana. Ma un Danese medio lavora anche meno, per un totale di 34 ore a settimana, comprese pause, con o senza caffè. Per questo motivo ogni anno le ferie pagate arrivano anche a 5 settimane: è come se i danesi in media lavorassero 18,5 giorni al mese. Per questi motivi in Danimarca si lavora serenamente: secondo i dati dell’inchiesta dell’Università di Aalborg, il 70% dei danesi desidererebbe un lavoro anche se in realtà non ne abbia la necessità.

Ryan Carson
Foto: Treehouse

Ciò non accade solo nella penisola scandinava, alcune compagnie di fatto hanno goduto già dei vantaggi della settimana corta. Come ad esempio la scuola di tecnologia statunitense Treehouse che ha fatto della settimana lavorativa a 4 giorni un modello sin dalla sua fondazione nel 2010. Il presidente della compagnia Ryan Carson ritiene che 40 ore a settimana siano disumane, è per questo motivo che i suoi dipendenti lavorano in media intorno alle 32 ore.  L’idea del week end lungo appare più accattivante: tanto che i dipendenti di Threehouse hanno preferito lavorare in una start up piuttosto che all’interno di importanti compagnie tecnologiche.

“Ci riesce molto semplice assumere nuovi dipendenti e conservare quelli vecchi. Se qualcuno intende scegliere tra noi, Google e Facebook, noi giochiamo una carta vincente: lavorare 4 giorni a settimana. Nessuno può offrire condizione migliore di questa” – ammette Carson. 

Secondo l’imprenditore dall’inizio delle attività la compagnia è cresciuta 3 volte tanto, fino a 10 milioni di dollari. In merito a questo è importante segnalare l’esperienza di un’altra compagnia statunitense, la Tower Paddle Boards leader nel settore della produzione di tavole da surf. Il proprietario Stephan Aarstol non ha ridotto di fatto la settimana lavorativa ma ha accorciato il monte ore giornaliero, da uno standard di otto ore a cinque. Inoltre, ha alzato il compenso dei dipendenti, versando loro il 5% degli utili della società. I risultati di questo esperimento sono stati stupefacenti: I dipendenti di Aarstol sono risultati essere molto più produttivi, tanto che la compagnia, con un organico iniziale di 10 dipendenti è rientrata nella lista delle attività americane con maggior crescita secondo l’Inc. magazine. In un anno gli utili sono cresciuti da 7,2 fino a 9 milioni di dollari.

“I miei dipendenti sono più felici, produttivi, ma ancor di più investono in qualcosa, che è anche loro. Riusciamo così ad attirare lavoratori brillanti da altre compagnie, anche con uno salario minore” – spiega il presidente di Tower Paddle Boards.

Questione di spazio

Perché un’attività possa fiorire e i suoi dipendenti possano lavorarvi serenamente, pur garantendo un alto livello di produttività, bisogna tenere conto non solo dell’ammontare delle ore lavorative, ma anche delle condizioni in cui essi svolgono le loro mansioni. La qualità del lavoro è strettamente legata al suo ambiente: temperatura, igiene, qualità dell’aria, luminosità e inquinamento acustico. La maggior parte delle compagnie oggigiorno lavorano in open space, causa principale di rumore ininterrotto dovuto alla mancanza di spazi personali. Ciò influisce sulla concentrazione e per riflesso anche sulla produttività dei dipendenti. Ricerche dimostrano che gli impiegati d’ufficio in media perdono 86 minuti dell’orario di lavoro a causa di un ambiente non adeguato. Inoltre, per effetto del rumore da ufficio è stato registrato in tre ore un aumento dell’adrenalina nell’organismo, nel caso di personale ospedaliero questo è del 62 % maggiore, rispetto a quanto avviene negli studi medici e ambulatori.

Foto: Hypescience.com

Ad esempio, il professore di economia dell’Università di Stanford, Nikolas Blum, durante le ricerche effettuate sulla compagnia turistica cinese Ctrip ha spiegato che gli operatori, lavorando da casa, hanno effettuato il 13,5 % in più di chiamate, rispetto ai colleghi in ufficio. Secondo la ricerca condotta dalla compagnia Staples Advantage nel 2016, il 41% dei dipendenti in smart work sono riusciti a raggiungere un equilibrio tra il lavoro e la vita privata, il 25% degli intervistati ha percepito un calo nel livello di stress, e più del 30% si definisce più felice. Le analisi di oltre 500 ricerche svolte in merito allo smart work presso il Global Workplace Analytics hanno evidenziato che il 36% degli impiegati ha preferito lavorare da casa piuttosto che avere un aumento o un avanzamento di carriera, mentre il 37% dei periti tecnici ha preferito lavorare da casa, seppur con il 10% in meno di stipendio. 

Scogli sommersi

In realtà, ci sono anche esempi meno fortunati, dove i dipendenti assaporata la libertà e la “gratitudine” verso il datore di lavoro per l’opportunità, diventano irresponsabili e mancano di serietà. Il presidente della compagnia PR a New York Richard Lermer in via sperimentale ha autorizzato i suoi dipendenti a lavorare da casa su base continuativa, decisione motivata dal fatto che nell’organico della sua compagnia vi fossero persone responsabili e mature.“Io credo che possiate lavorare comodamente da casa, l’importante e che lo facciate”.

A quanto pare, si sbagliava. I dipendenti hanno goduto dello smart work in modo alquanto originale: uno di loro è rimasto offline per qualche ora, un altro non ha risposto a nessuna delle chiamate dei colleghi per tutto il giorno. L’ultima goccia è stata quando una delle dipendenti non ha partecipato ad una riunione perché aveva organizzato un viaggetto fuori città. In meno di un anno la pratica di smart work è stata cancellata.

Infermiera della casa di riposo a Svartedalens
Istantanea: EuroNews / YouTube

Anche dietro gli esperimenti volti all’introduzione della settimana breve si celano non poche difficoltà. Il più importante di questi esperimenti è avvenuto presso una casa di riposo municipale nella città svedese di Göteborg, a Svartedalens, dove per due anni da turni di 8 ore si è passati a turni da 6 ore. L’esito di questa sperimentazione ha evidenziato che a differenza dei dipendenti della casa di riposo non soggetti a variazioni nell’orario, le infermiere a Svartedalens erano “del 20% più felici” e più energiche, tanto che nel tempo libero dai loro assistiti avanti con gli anni, erano del 64% più attive. Tuttavia il prezzo da pagare per la serenità dei propri impiegati è costato all’ente molto caro.  A causa della riduzione dei turni alla casa di riposo è toccato assume 17 nuovi infermiere, costate all’anno 1,3 milioni di dollari. La diminuzione della disoccupazione ha risparmiato alle casse dello stato più di mezzo milione di dollari in assegni sociali, ma i costi in ogni caso sono aumentati.

Per la Russia è ancora presto

I russi in questo senso si danno da fare pur di non rimanere indietro rispetto a questi trend globali. Il 76% dei cittadini sostiene e appoggia la riduzione della settimana lavorativa. A quanto affermano, lavorando 4 giorni a settimana, riuscirebbero a far fronte al carico di lavoro normalmente previsto per 5 giorni. A favore di questa iniziativa ci sono il deputato Vitalij Milonov, insieme al Presidente del Ministero del Lavoro Maksim Topolin che ammette tale possibilità, solo quando i russi saranno definitivamente immersi nell’economia digitale. Le autorità politiche tuttavia ritengono che la Russia non sia ancora pronta a questo tipo di esperimenti.  Il viceministro Ol’ga Golodets nel 2014 definì la settimana a 4 giorni lavorativi come un “sogno” – e da quel momento ben poco è cambiato.

Ol’ga Golodets
Foto: Sergej Guneev/ RIA Novosti

La settimana corta in Russia semplicemente non porterebbe ad alcun effetto economico a lungo termine. Uno dei problemi principali nel paese è il basso rendimento lavorativo. Comparando infatti il PIL annuo con le tempistiche lavorative, i ricercatori hanno rilevato che produzione uomo-ora raggiunge solo i 6,02 dollari, inferiore rispetto a quella dell’Ungheria (7,9 $) e della Polonia (7,2$). Per risollevare la produzione, ridurre il monte ore settimanale intervenendo legislativamente, servirebbe a ben poco. Per riuscirci occorre investire in innovazione, infrastrutture, educazione, gestione e tecnologia.

Un altro problema è la carenza di personale qualificato, quando il fine della settimana corta è proprio quello di assumere l’eccedenza di risorse lavorative. Infine occorre riconoscere che la Russia arriva a stento ai livelli di sperimentazione europei, l’idea di introdurre un reddito base puntava proprio a quello.  Per tali provvedimenti converrebbe aspettare almeno l’esecuzione del decreto di maggio del presidente Vladimir Putin da parte del governo, che punta a far diventare la Russia una delle 5 economie più grandi al mondo.

FONTE: Lenta.ru 1 ottobre 2018 – di Ekaterina Chepur, Traduzione di Federico Lattante

Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all’Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l’ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.

Federico Lattante

Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all'Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l'ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.