Intervista a Zachar Prilepin

Zachar Prilepin viene considerato uno degli autori russi contemporanei più promettenti e significativi a livello mondiale.

Tradotto in 43 lingue, vincitore di vari premi tra cui: il premio “Jasnaja Poljana” per il romanzo San’kja (2007), il “Nacional’nij bestseller” per Il peccato (2008), “Super Nacbest” sempre per Il peccato (nel 2012, come miglior romanzo degli ultimi dieci anni), il “Kniga goda” per Il monastero (2014), solo per citarne alcuni. Figura quantomeno poliedrica, Prilepin è scrittore, pubblicista, attore, conduttore televisivo e rapper (nel gruppo Elefank).

In passato militante del partito nazional-bolscevico di Eduard Limonov, ex-agente dell’OMON (unità speciale antiterrorismo della polizia russa, ndr), veterano dei conflitti in Cecenia e Dagestan, recentemente si è impegnato in prima linea nei moti del Donbas. Zachar è un personaggio estremamente controverso, a partire dalle sue posizioni e dal suo atteggiamento apparentemente intransigente.

In realtà, a sentir parlare questa faccia burbera, si capisce chiaramente che l’invito principale al pubblico che l’ascolta è molto distante dall’intransigenza; Prilepin vuole che le persone non si schierino per partito preso ma, al contrario, che si calino nella realtà dei fatti per ricavarne un punto di vista razionale e coscienzioso. Se l’esperienza della guerra è ciò da cui l’uomo non può prescindere, il topos epico bellico è il fulcro da cui parte lo scrittore per comporre la sua letteratura.

Lo incontro per la prima volta all’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, dove tiene una lectio magistralis proprio sul tema del conflitto e sul ruolo sociale di cui lo scrittore si deve far carico. È affascinante ascoltarlo parlare, sembra essere una di quelle rare persone che riesce a scindere razionalmente gli aspetti più spinosi della realtà dall’altra faccia della medaglia, quella politicamente corretta. Durante il suo discorso, confessa di sentirsi diviso in due profondamente: “Da un lato credo che la guerra sia una patologia, che non ci sia niente di buono in un uomo che spara a un altro; dall’altro, vedo che di pace e di evoluzione parla chi ci ha già tolto tutto, quelli a cui non manca niente”. Estremamente critico nei confronti di una letteratura contemporanea che ha deciso di tirarsi fuori dal “problema guerra”, sostiene l’importanza dei letterati come voce in grado di portare gli echi di conflitti lontani, come portavoce di situazioni che non dovrebbero mai essere taciute come succede al giorno d’oggi.

Ormai determinata a saperne di più, lo seguo anche il giorno seguente a Sora, dove si tiene un incontro con l’autore presso la confortevole libreria “Bibliotè”. Qui Prilepin parla di Russia ma anche di Unione Sovietica. Ricorda nostalgicamente alcuni elementi sovietici che, a detta sua, facevano di quel paese un bel posto in cui vivere.

Zachar appartiene a quella generazione che ha assistito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, una generazione che è passata abbastanza bruscamente dai valori comunitari che animavano la macchina sovietica a una realtà capitalistica non solo sconosciuta, ma spesso demonizzata.

A tal proposito, Prilepin pone molta attenzione su un punto: non giudicare quel che non si conosce. Da noi occidentali la fine dell’URSS è stata vista come un’ovvia conquista per tutti i popoli che vi vivevano, ma raramente abbiamo considerato che il modo di vivere di quelle persone era radicalmente diverso dal nostro, difficilmente giudicabile senza un’adeguata cognizione di causa.

Una volta finito l’incontro, passato attraverso la schiera di libri aperti da autografare, Prilepin mi invita ad uscire fuori per rispondere all’intervista che gli avevo proposto. Sistematici in un angolino, fuori dalla libreria, iniziamo.


il monastero - Zachar Prilepin

Partendo dal recente, gli chiedo de Il monastero, l’ultimo romanzo pubblicato in Italia dalla casa editrice Voland, nella collana Sírin (2017).

RIT: Il monastero è ambientato negli anni ’20 del Novecento, sulle Isole Soloveckij (isole situate nel mar Bianco, sulle quali si trovava il primo “campo speciale” sovietico, prototipo dei successivi gulag, Ndr). Perché proprio questa cornice, questo tempo e questo spazio?

Prilepin: Perché è l’inizio del potere sovietico, perché c’era ancora l’illusione che gli uomini potessero cambiare e che il lavoro cambiasse gli uomini, come pensava Gor’kij. Sulle Solovki non c’erano solo prigionieri politici, ma anche delinquenti comuni; i bolscevichi credevano che il lavoro avrebbe potuto cambiare anche loro. Perciò, quando paragonano il socialismo al nazismo, c’è un errore di base: il nazismo voleva sbarazzarsi di chi non era in linea con l’ideologia o dei cattivi uomini, mentre il socialismo voleva fare di tutti gli uomini, uomini migliori. Entrambi i metodi si sono rivelati difettosi, ma la differenza del concetto di base è fondamentale.

R: Il protagonista, Artëm, è dotato di una forte resistenza al mondo che lo circonda, un tratto particolarmente russo. Pensa che oggi esista ancora questo genere di resistenza?

P: Beh, esiste tutta una serie di contraddizioni caratteristiche dei russi. L’uomo russo da una parte si sottomette, dall’altra è impulsivo, rivoluzionario in qualche modo. In Occidente molti scrivono che l’uomo russo è di carattere debole, che è schiavo per natura, ma vi prego di considerare che la Russia è stata patria di più rivoluzioni, in realtà. Artëm è esattamente così, è esattamente russo in questo senso: da una parte si sottomette, non si vuole opporre; dall’altra, scoppia e si ribella.

R: In Russia questo romanzo le è valso vari premi, il che lascia supporre che la sua scrittura piaccia a un ampio pubblico. È cambiata la ricezione della sua opera, rispetto ai romanzi precedenti? Perché?

P: Sì, sono diventato uno scrittore molto conosciuto proprio con Il monastero, per due anni è stato il libro più venduto in Russia ed è stato anche introdotto nei programmi universitari. Come ha scritto un famoso critico russo, Il monastero è destinato a diventare un classico. È un grande romanzo e, come sa, i russi amano i grandi romanzi, basti pensare a Tol’stoj, Dostoevskij, Bulgakov. Tuttavia, nel romanzo si può trovare uno sguardo diverso sull’epoca sovietica: non c’è giudizio sull’uomo o sull’epoca stessa, ma esistono vari punti di vista.

R: La sua opinione sull’attuale governo russo è nota a molti e, in Occidente, la Russia non è considerata esattamente un Paese liberale. Pur essendo in disaccordo su molti aspetti della politica, cosa la spinge a rimanere nel suo Paese?

P: La Russia è la mia patria, ci vivrei sotto qualsiasi potere. Ci ho vissuto sotto El’cin, sotto Gorbačëv, sotto Brežnev e ci vivo sotto Putin. Io non vivo solo nella Russia di oggi, io vivo nella Russia di tutte le epoche; ho vissuto la storia del mio Paese (n.d.r. come scrittore) del 1917, nel XIX secolo, nel XVII secolo. Io vivo tutte le epoche della Russia. E poi la Russia cambia molto rapidamente; perché dovrei andarmene, quando tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro, in maniera velocissima?

R: Noi siamo una rivista online che si occupa di tradurre la stampa russa in italiano. Ci limitiamo a riportare i fatti come vengono letti da milioni di russi, senza dare giudizio di alcun tipo. Essendo lei anche un giornalista, come trova lo stato della stampa russa ad oggi?

P: Beh, c’è un problema della stampa russa, ma si può anche certamente dire che tutte le opinioni vengono riportate dalla stampa. In Russia c’è un’opposizione radicale che è in grado di esprimersi, di modo che chiunque abbia modo di conoscere le posizioni di qualunque fronte. Che io sappia, solo di un argomento è vietato scrivere: la vita privata di Putin, su quello non si deve scrivere. Della corruzione di Putin si può scrivere tranquillamente, ma di sua moglie no.

R: Ieri ha tenuto una lezione all’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e ha parlato molto della sua personale esperienza della guerra. Se ho capito bene, il suo pensiero prevede che la guerra, per quanto negativa, sia a volte il mezzo necessario per cambiare lo stato delle cose. Ha anche affermato di biasimare l’atteggiamento dell’establishment letterario riguardo il tema dei conflitti. Pensa che il rifiuto di parlarne nasca dall’indifferenza del pubblico o da quella di chi ha l’opportunità di raccontare i fatti?

P: Come sosteneva Dostoevskij, la guerra cambia l’opinione generale. Riguardo la questione dell’indifferenza… è una domanda difficile. Credo che le opinioni molto radicali oggi non siano benaccette, neanche in Occidente. L’espressione occidentale è molto politically-correct e ben coordinata. Scrittori come Hemingway o Kipling non sono pensabili, oggi. Prendiamo, ad esempio, il cinema: per esprimere qualcosa di radicalmente diverso bisogna essere Lars von Trier, Mel Gibson o Oliver Stone, qualcuno che sia già affermato, in poche parole; e anche così avrai i tuoi problemi. Ci sono persone che controllano, che non vogliono un’opposizione radicale, la combattono. C’è una sorta di auto-censura degli scrittori, che non parlano volentieri di queste cose; se te ne stai calmo e buono, ti danno un sacco di premi– magari non il Nobel, ma comunque cosine abbastanza importanti.

R: Ieri ha anche parlato della sua esperienza nel Donbas. Crede che, da entrambe le parti, saremo mai in grado di farci un’idea chiara, noi che non viviamo il conflitto? C’è una strumentalizzazione sia da parte russa che occidentale?

P: Certamente c’è una strumentalizzazione della verità sul Donbas sia da parte russa che da parte occidentale, ma soprattuto da parte dell’Ucraina. D’altro canto, non è così impossibile farsi delle idee precise su quello che succede perché c’è la possibilità di trovare informazioni, volendo. Nel mio battaglione c’era un italiano, che non parlava una parola di russo, non capiva nulla, ma ha sentito istintivamente il bisogno di schierarsi. C’erano un francese, due cechi, un serbo: gente che ha raccolto le informazioni in Europa e poi è venuta lì. Naturalmente sono comunisti, o comunque guardano a sinistra.

R: Come è successo per Patologie, crede che scriverà, un giorno, dell’esperienza ucraina?

P: Sì, penso che scriverò del Donbas.

R: Ho una curiosità: molti la ritengono un nostalgico di Stalin. Cosa, esattamente, manca oggi dello stalinismo? Sembra strano sentire di uno scrittore che abbia nostalgia dell’epoca staliniana, conoscendo la questione letteraria ai tempi di Stalin.

P: Io non mi sono mai dichiarato stalinista. Un filosofo russo, Fëdor Ivanovič Girenok, ha detto: “Stalin era il più adatto a spaventare la borghesia; l’ideale sarebbe chiamarlo a spaventarli per una sola settimana, ma pare che non sia possibile!”

R: Un’ultima domanda: in un’intervista lei ha accostato a Il monastero l’epigrafe de Il maestro e Margherita, dicendo che Ejchmanis (n.d.r. uno dei personaggi) è colui che, pur perseguendo sempre il bene, finisce per operare il male. Pensa che questa sia una caratteristica imprescindibile dell’essere umano?

P: Lo è, ma può essere vero anche il contrario; si può desiderare il bene, finendo per fare del male, e si può desiderare il male, finendo per fare il bene. Dipende tutto dal singolo e dall’ideologia: il socialismo voleva il bene e ha fatto il male. Il nazismo voleva il male, e ha fatto il male.

Giulia Cori e Zachar Prilepin
Giulia Cori e Zachar Prilepin

Quando Prilepin se ne va, mi resta un grosso dubbio su chi io abbia intervistato. Ha delle convinzioni senz’altro particolari su molti aspetti della vita, della politica e della storia. Da l’idea di una persona che spesso alza volutamente il tiro, esagerando in modo provocatorio, o per divertirsi.

Eppure sembra essere fortemente convinto dei suoi principi, uno che sa esattamente per cosa vivere la sua vita, un intellettuale militante che a quarant’anni ha salutato moglie e figli in Russia per andare a combattere in Ucraina. Questo, per quanto si possa condividere o avversare la sua posizione, è ammirevole nel panorama odierno di saldo immobilismo, di fondamentale indifferenza non solo per i destini degli altri, ma per le nostre stesse vite.

Mi viene in mente una frase sentita dallo scrittore il giorno prima, sicuramente non una delle più belle o più d’impatto ma, a mio avviso, estremamente importante:

La rivoluzione non parte da una scintilla, ma dall’organizzazione


Domande a cura di Giulia Cori.

Un caloroso ringraziamento va a Daniela Di Sora, editrice di Voland, per il suo ruolo di mediatrice, indispensabile per la realizzazione dell’intervista.

 

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Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

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