Recensione de Morfina di Michail Bulgakov

Forse non tutti sanno che Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940), prima di diventare lo scrittore che tutti noi oggi conosciamo, si formò inizialmente come medico. Era il 1916 quando, con menzione d’onore, si laureò in medicina a Kiev e fu inviato a Nikol’skoe, nel governatorato di Smolensk. Poco dopo venne trasferito a Vjaz’ma come responsabile del reparto malattie infettive e veneree dell’ospedale locale.

Una volta, nel 1919, viaggiavo di notte su un treno sgangherato e alla luce di una candela infilata nel collo di una bottiglia scrissi il mio primo racconto”. Così Bulgakov riferì di aver compiuto il suo esordio in letteratura. Aveva 28 anni. Molti episodi della sua vita di allora forniranno lo spunto per Appunti di un giovane medico, in cui rivela la profonda umanità e la carica empatica dei suoi incontri con la gente del popolo nella campagna e nelle città russe del primo Novecento. I cinquanta pazienti al giorno, gli interventi chirurgici, l’esperienza di neolaureato consolato spesso dai manuali di medicina confrontata con la vita vera di dottore in un ospedale di campagna, i dubbi, le emozioni e le paure, stralci di esperienze autobiografiche conditi spesso dall’ironia tipica di Bulgakov, sono gli elementi cardine della trama di tutte queste “cronache”.

Morfina di Michail Bulgakov

Morfina (Morfij) è uno dei sette racconti apparsi dal 1925 sulla rivista “Medicinskij rabotnik”, che compongono proprio la raccolta Appunti di un giovane medico, i cui manoscritti sono andati persi. L’edizione recensita è quella curata da Silvia Sichel per Passigli editori, pubblicata nel 1999. È un libricino sottile, la copertina è meravigliosa: riporta una litografia realizzata per il catalogo dell’Esposizione mondiale di Parigi del 1900. I toni sono quelli del verde e del giallo, l’immagine è astratta, ci si può quasi vedere un’allucinazione del protagonista Poljakov o, perché no, immaginare i cristalli di morfina al microscopio.

Morfina è il racconto più lungo (e forse il migliore) della raccolta. È una storia sofferta: dopo una delusione amorosa, il giovane medico Poljakov cade in un vortice fatto di droga, angosce, bugie, allucinazioni. Morfina è anche la narrazione di un’esperienza autobiografica: il dramma della dipendenza è stato vissuto in prima persona da Bulgakov che ne è stato “vittima” dopo averla assunta una prima volta a causa di un attacco allergico. Quest’opera potrebbe essere un diario ma, come dice lo stesso protagonista, “in realtà questo non è un diario, ma l’anamnesi di una malattia”.

Essere medico ha permesso a Bulgakov di descrivere con accuratezza scientifica gli effetti dell’uso e soprattutto dell’abuso di oppiacei. I deliri di Poljakov sono resi da uno stile sincopato e un ritmo narrativo febbrile. Leggendo le annotazioni del protagonista si percepisce il crescere della sua sofferenza che non è solo fisica (“Aspetto esteriore: magro, diafano come la cera. L’anno scorso pesavo quattro pud, adesso tre pud e quindici funt. Ho gli avambracci e le cosce coperti di ascessi”), ma diventa anche psicologica. Poljakov si rende conto di avere un problema, di necessitare di cure, sottovaluta le allucinazioni definendole “sciocchezze”, ma da medico sa bene che non lo sono.

Quando si rivolge a uno psichiatra, sente tutto il suo disprezzo nei propri confronti. Come nell’episodio datato 14 novembre 1917, in cui descrive il suo ritorno dal dottor N. Poljakov riconosce allo psichiatra di essere stato indulgente, “ma dietro l’atteggiamento comprensivo trapelava il disprezzo. Sono malato. Perché disprezzarmi?”. Egli soffre e la sua dipendenza rovina la vita e la salute anche ad Anna, l’infermiera di cui si è innamorato. Il debole protagonista non riesce a curarsi: “Non posso separarmi dal mio idolo di cristallo solubile”. La sua vita è in frantumi, così come sono sempre più frantumati i pensieri che annota su quel diario a cui mancano pagine strappate, in cui annota spesso con frasi non finite squarci di quotidianità sempre più distaccata e sconnessa dalla vita “normale”.

Appunti di un giovane medico Bulgakov

Nell’ultimo decennio della sua vita Bulgakov continuò a lavorare alla sua opera più nota, Il maestro e Margherita, scrisse commedie, lavori di critica letteraria, storie, ed eseguì alcune traduzioni e drammatizzazioni di romanzi. Tuttavia, la maggior parte delle sue opere rimase per molti decenni in un cassetto. Bulgakov fu uno scrittore amato e odiato. Inizialmente caro a Stalin – sebbene fosse contrario al regime sovietico– nel 1929 vide tutti i suoi lavori messi all’indice. Dalla sua morte, nel 1940, fino al 1961 nessun testo di Bulgakov venne più pubblicato. L’interesse per la sua opera si riaccenderà solamente negli anni ottanta.

Recensione a cura di Luisa Perona

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