Recensione de Il sosia di Fedor Dostoevskij

Un tuffo nelle angosce del Signor Goljadkin

L’opera di Fedor Michailovič Dostoevskij è stata il principio del mio interesse verso il mondo della letteratura russa. Aggirandomi per gli scaffali della biblioteca del mio liceo mi sono imbattuta in Delitto e castigo, una lettura che mi avrebbe completamente cambiato la vita. Nevrosi, paranoie, follie avevano trovato un corrispettivo letterario, un ritratto nel quale identificarsi, calarsi, fino a soffrire le peripezie di Rodion Romanovič Raskol’nikov come se fossero le mie. Mi vedevo camminare febbrilmente per le vie di Pietroburgo in preda a una febbre paranoide, alla tragedia della caduta di un ego smisurato, dimostrata dalle circostanze: “Non sono stato io a uccidere la vecchia, o lei ad uccidere me”. La genialità di Dostoevskij non consiste dunque unicamente nel suo congelare nel testo una riflessione di tipo filosofico, sociologico e religioso, ma, a mio avviso, nel suo ritrarre fedelmente i moti della psiche umana. Proprio per questo ho deciso di scrivere del racconto Il Sosia (Dvojnik, 1846), piccolo gioiello del periodo giovanile dell’autore, nonché omaggio all’eredità letteraria gogoliana.

Il Sosia Dostoevksij
Il sosia, Rizzoli, 2009

La trama ruota attorno alla progressiva caduta di Jakov Petrovič Goljadkin, povero consigliere titolare vittima delle norme sociali della società russa ottocentesca e delle profonde insicurezze che esse gli provocano. Punto di rottura fra l’eroe e il resto della società è il mancato fidanzamento con la figlia del proprio capo ufficio a causa di presunte attenzioni dello stesso verso un’altra donna. Un episodio dal quale inizierà la lenta e dolorosa discesa del signor Goljadkin. Indirettamente il lettore viene a conoscenza degli antefatti relativi alla vicenda del protagonista, soprattutto nel colloquio fra il protagonista e il medico, Krest’jan Ivanovič, al quale Goljadkin confida il proprio disagio nel rapportarsi all’altro. Nelle parole del protagonista si legge una profonda diffidenza verso il prossimo, solitudine, paranoia, ma l’unico possibile segnale di follia è la medicina che il dottore raccomanda al protagonista.

La scrittura di Dostoevskij è magistrale nel mantenere una forte ambiguità sulla follia di Jakov Petrovič, sempre sospetta, ma mai manifesta. Il ritratto della pazzia di Goljadkin viene restituito al lettore facendolo immergere nei suoi pensieri, una catena paranoica che il povero funzionario si avvolge attorno al collo nell’affrontare i membri della società petrina, dai quali, quando è possibile, il nostro eroe si nasconde. I rifugi del protagonista sono molteplici, ma ad essere preponderante è l’immagine dell’angoletto buio dal quale non può essere visto e da dove assiste passivamente al fluire della vita dell’alta società dalla quale è escluso. La stessa società nella quale si ritrova dentro e fuori allo stesso tempo, vi presenzia in quanto membro fisico, senza sentirsene parte.  Emblematica in questo senso è la sua esclusione dalla festa di compleanno di Klara Olsuf’evna, alla quale insiste per partecipare. Deciderà dunque di entrarvi clandestinamente dopo una serie di peripezie interne finché, come una molla, salterà dal nascondiglio del sottoscala fino alla sala da ballo. Dopo un primo atto spavaldo, l’autore ci restituisce il ritratto di un eroe prostrato, che cerca l’approvazione dell’altro ricevendo in cambio un silenzio imbarazzante, un rifiuto unanime. Da vero combattente tuttavia Jakov Petrovič non si dà per vinto, ignorando il pulsante senso di inadeguatezza che lo contraddistingue per rivolgersi alla beniamina della festa, Klara Olsuf’evna. Anche lui avrebbe voluto ballare con lei, le porge la mano, distrattamente lei la stringe, ma in un confuso muoversi di passi di danza scivola a terra. Caduto sia nel disonore, sia nel vero senso della parola, viene allontanato dal luogo fisico e identitario nel quale non riesce ad amalgamarsi, come un appestato che risulta odioso perfino a se stesso.

Il Sosia di Fedor Dostoevksij

Sarà la repulsione verso di sé e verso la propria identità che lo condurrà allo sdoppiamento in due entità separate e diametralmente opposte: la prima, che comprende il nucleo originario del Signor Goljadkin, dunque remissiva, imbarazzata, priva di carattere, e la seconda, ovvero la copia sfrontata, malandrina e male intenzionata dell’originale. Proiezione dei desideri più nascosti dell’eroe del romanzo, il sosia, che ruba perfino il titolo al nostro povero Signor Goljadkin, si impossesserà progressivamente della vita del protagonista, sostituendosi allo stesso e negandogli il diritto ad esistere.

Rinnegando se stesso fin dalle prime battute del testo, il Signor Goljadkin si annichilisce progressivamente, subisce le angherie del proprio gemello, lasciando un vuoto occupato da un sé maligno, ma immensamente efficace nell’ottenere un posto credibile in società.

Il sosia fu pubblicato per la prima volta sulla rivista Otčestvennye zapiski (Gli annali patri) nel 1846 suscitando in prima battuta grande entusiasmo. Dopo l’esordio con Povera gente, Dostoevskij era stato inserito in quello che il critico Visarjon Belinskij aveva decodificato come la scuola realista, attenta alle tematiche sociali e con intento di denuncia. Dostoevskij fu dunque incoronato come possibile voce della scuola realista, della quale Gogol’ era stato identificato come pioniere. Con Il sosia tuttavia Dostoevskij darà una svolta decisiva a quanto lo inseriva in quel canone, suscitando dunque la delusione della critica. In che modo deludeva le aspettative? Il testo non si orientava unicamente sulla tematica sociale, ovvero la condizione tipica del povero impiegato gogoliano, ma inseriva in modo preponderante un elemento definibile sovrannaturale, fatto non ammissibile per la scuola naturale. La reazione della critica si pone nettamente in contrasto con le aspettative del giovane Dostoevskij, il quale scrivendo al fratello Michail descriveva l’opera come un trionfo, se non il superamento del maestro, Gogol’ in persona. Il giudizio della critica tuttavia inciderà notevolmente sulle aspettative dell’autore, portandolo a rivedere completamente il giudizio sul racconto. Esso infatti, subito dopo il periodo di prigionia nel 1866, subirà un parziale rifacimento, atto a eliminare quelle parti che avevano deviato il giudizio della critica e ad evidenziarne l’eredità letteraria. È infatti di vitale importanza il cambiamento del sottotitolo da Le avventure del Signor Goljadkin a Poema pietroburghese, sottotitolo che rimanda a quello delle Anime morte di Gogol’, poema appunto, e a quello del Cavaliere di bronzo di Puškin, anch’esso Poema pietroburghese. L’autore dava inoltre una grande importanza al testo perché  esso, come è possibile leggere nel saggio introduttivo di Vittorio Strada al testo (Il sosia, Rizzoli, 2009), era involucro di un’idea, l’idea di duplicità, fondamentale elemento costruttivo di tutta la narrativa dei grandi romanzi dostoevskiani. Ogni personaggio possiede nell’intreccio narrativo un corrispettivo, un doppio, con il quale confrontarsi nel corso della trama.

Altro elemento interessante evidenziato dalla critica realista del tempo è stata l’eco di Hoffman all’interno del testo, che si manifesta nell’uso dell’elemento sovrannaturale, sinistro e nell’ effetto perturbante. Descritta da Sigmund Freud nel saggio omonimo, quella “perturbante” è una sensazione repellente e di estraneità verso qualcosa che dovrebbe risultare estraneo, ma non lo è del tutto.  Nel caso specifico de il Sosia è emblematico non solo il primo incontro fra Jakov Petrovič e il proprio doppio che si contraddistingue proprio di una sensazione di mal celata inquietudine e familiarità, ma anche una possibile interpretazione psicoanalitica del testo. Avendo Freud definito il perturbante anche qualcosa di “rimasto nascosto”, rimosso, è possibile leggere il riaffiorare del doppio come manifestazione di desideri e pulsioni represse, esplosi nella personalità dell’alter ego malvagio del protagonista. Il disagio, il progressivo annichilimento e l’impotenza del Signor Goljadkin sono un processo angoscioso a cui il lettore viene sottoposto fin dalla prima pagina, fino ad entrare nei pensieri contorti del protagonista e rimanervene imprigionato assistendo impotente alla sua caduta, prima con pietà e poi con disgusto, come un uomo improvvisamene mutatosi in uno scarafaggio.

Recensione a cura di Valentina Bagozzi

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