Recensione de Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova

Dal 1918 alla metà degli anni Novanta: cronaca di una famiglia, di grandi avvenimenti e delle piccole vite che contribuiscono a realizzare la Storia.

Chi è Lazar’ Lindt? Delle sue origini non sappiamo molto: nato da una famiglia ebrea in uno sperduto villaggio della Russia, a 18 anni si materializza davanti alla porta dell’accademico Sergej Aleksandrovič Čaldonov per pregare di ammetterlo ai corsi universitari di matematica.

Il professore si rende conto dopo un secco duello a colpi di equazioni e problemi matematici che questo ragazzino smunto è un genio, senza alcun dubbio. Esaltato dalle promettenti doti di Lazar’, Čaldonov lo accoglie immediatamente in casa sua, dove sua moglie Marusja si occupa di rapare la testa pidocchiosa del giovane ebreo e di nutrirlo abbondantemente.

Da questo momento in poi, Lindt diventa il figlio che la coppia attempata non ha mai avuto e le sue fortune, accademiche e non solo, contribuiscono ad accrescere l’ego di questa personalità decisamente sopra le righe. Lazar’ è certamente un genio, ma questo suo dono lo porta a comportarsi con le persone che lo circondano in modo del tutto inadeguato. Perciò, assistiamo impotenti alla nascita di una famiglia infelice e a tutte le conseguenze di questa infelicità, che culminano in un finale denso e d’impatto.

“Le donne di Lazar'”, Voland, 2018

Attraverso le pagine del romanzo, scorriamo l’intera vita di Lazar’ Lindt; così, conosciamo sua moglie, l’algida Galina Petrovna, dalla quale avrà un figlio di cui non si curerà mai.
A sua volta Boris Lazarevič avrà una bellissima bimba di nome Lidija o, come viene chiamata più spesso, Lidočka.
Marusja, Galina Petrovna e Lidočka, le donne di Lazar’.

Lindt è sicuramente protagonista concettuale del romanzo, in quanto punto fisso intorno a cui girano le sorti altrui, ma le protagoniste fattuali sono le tre figure femminili attraverso i cui occhi otteniamo varie immagini dello stesso uomo. Una buona parte del romanzo è incentrata sulle storie di vita di queste tre donne, con i loro pensieri più reconditi che diventano materia di indagine.

Il cambiamento è un fulcro importantissimo del romanzo. Ci troviamo sovente di fronte a punti di svolta fondamentali nell’esistenza dei personaggi, fortemente messi in risalto da stacchi netti nella narrazione. Ad esempio Marusja ha la sua epifania in un vicolo sconosciuto dell’indefinita città siberiana di N-sk, mentre Galina Petrovna è costretta a cambiare da un inaspettato colpo di frusta del destino, in un momento preciso, definitivamente e irrimediabilmente. Per Lidočka tutto cambia senza che lei possa accorgersene, quando è ancora solo una bambina di 5 anni. 

Lindt, che nei fatti sembra rimanere sempre lo stesso, nel corso del tempo modifica incredibilmente il suo comportamento, specialmente nel caso delle sue relazioni con Marusja e Galina. Un abisso di differenza, dovuto alla natura del suo amore per queste due donne: la prima è l’amore, quello puro, inimitabile e insostituibile; la seconda è, per sua stessa ammissione, il grazioso giocattolino con il quale trascorrerà la sua vecchiaia.

Tali cambiamenti vanno di pari passo con le sorti del Paese.  Il lasso temporale degli eventi narrati (1918-1996) coincide quasi perfettamente con la vita storica dell’Unione Sovietica. Dunque l’esistenza dell’URSS entra interamente nel romanzo e si percepisce in maniera chiara, poiché i richiami a una cultura e a una società che per 70 anni sono rimaste solide, imperanti, sono ovunque nel romanzo.

In particolar modo, l’autrice si diverte a mettere il dito nella piaga dell’ipocrisia sovietica. La democrazia paritaria predicata per decenni si infrange in mille pezzi contro l’opulenza della casa dei Lindt, la ricchezza sfacciata di Galina Petrovna. Sin dall’inizio in casa Čaldonov ci è chiaro che chi fa parte della cosiddetta “nomenklatura” non è esattamente uguale a tutti gli altri cittadini.

L’autrice

La scrittura di Marina Stepnova è molto particolare ed estremamente piacevole.
Alcuni espedienti conferiscono alla narrazione un carattere molto genuino e realistico, come ad esempio l’intromissione di pensieri di certi personaggi nei racconti di altri, o l’uso frequente del discorso diretto non segnalato dalla punteggiatura adeguata, elemento che in alcuni punti richiama uno stile à la Bulgakov. 
Al tempo stesso troviamo una visione quasi tolstojana del flusso storico e pure un linguaggio ricco, generoso, che nondimeno sa essere rude quando necessario. 

Lo stile dell’autrice è quasi cinematografico nel suo saper rendere a parole, splendidamente, momenti che si riescono a immaginare con estrema chiarezza, descritti con tale precisione e delicatezza che la narrazione si materializza in modo vivido nella mente.

Stepnova ci regala un autentico romanzo russo, nella migliore tradizione, con un’immersione gradevolissima in un’Unione Sovietica che non la fa da padrona, ma spartisce in egual misura l’attenzione dei lettori con un intreccio che si avvicina molto alla saga familiare, profondamente toccante nel suo realismo.

Lazar’ Lindt era nato in un anno agevole – il 1900 – che avrebbe semplificato a un visitatore casuale del cimitero la difficoltà di un calcolo ozioso. Gli altri defunti parevano concedere a sé stessi e agli osservatori una qualche chance, come se le complicate cifre scolpite nella pietra fossero prova di una vita particolarmente lunga e imprevedibilmente interessante, o persino dell’immortalità – che, peraltro, durava né più né meno del tempo necessario per sottrarre un numero di quattro cifre da un altro.


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