#GiorniSelvaggi II In cammino verso maggio – Serena Vitale, “La Mite” e Dostoevskij

Serena Vitale, uno dei maggiori esperti di lingua, cultura e letteratura russa in Italia in occasione della rassegna #GiorniSelvaggi ci racconta, assieme al Direttore del Salone del Libro Nicola Lagioia, la storia del racconto fantastico “La mite”, del suo autore Dostoevskij e della sua traduzione. La rassegna, al quinto appuntamento, e alla sua seconda edizione, nata dagli sforzi congiunti del Circolo dei Lettori, Consorzio Librerie Torinesi Indipendenti, Scuola Holden e la casa editrice Adelphi, accompagnerà la città di Torino fino a Maggio, in attesa del Salone del Libro 2019

PH Elizaveta Moshkina
La Mite

Il racconto è la storia di un uomo che rende la confessione più sconvolgente della sua vita. Mentre lui parla nella stanza accanto, distesa su un tavolo, anzi, due tavolini da gioco accostati, con la testa rivolta verso all’angolo delle icone (Krasnij ugol’), c’è il cadavere di sua moglie, morta tragicamente poche ore prima. Il protagonista, di cui non si sa il nome, possiede un banco dei pegni a un separé di distanza dal luogo dove marito e moglie hanno attraversato insieme una vita coniugale che spesso si è trasformata in una vita di inferno, smarrimento e silenzio. Il coniuge sopravvissuto prova a ricomporre il puzzle di ciò che è stato, in un resoconto incessante, vertiginoso, a tratti delirante della vita insieme.

PH Elizaveta Moshkina

Adelphi riporta in libreria un’opera, che diremo di nicchia, poco conosciuta, di un Dostoevskij che si appresta a scrivere quello che rappresenterà il vertice della sua produzione letteraria “I Fratelli Karamazov”. Serena Vitale decide di curare quest’edizione de “La Mite”, edita da Adelphi per diversi motivi: il primo è sicuramente quello di voler avvicinare questo racconto ad una lingua più recente, per svecchiarne il testo, scardinandone gli argini linguistici, dal momento che le edizioni precedenti rimangono alquanto datate. Il secondo motivo ha a che fare invece con uno dei muscoli più importanti per ogni traduttore, ci spiega Serena, il cuore: è infatti il suo grande amore per le opere di Dostoevskij, ad averla spinta a tradurre “Krotkaja”, “La Mite”. L’ultimo è la straordinarietà di questo racconto. Pur essendo di per sé semplice, due protagonisti, un’ambientazione scandita da pochi ma significativi rintocchi, un angolo delle icone, un baule e un letto di ferro, è il clima introspettivo del monologo al suo interno, e l’abilità di uno scrittore stenografo d’eccezione, a rendere questo un grandissimo e fantastico racconto.

Dostoevskij, tradurre e tradire

Serena Vitale conosce a fondo Dostoevskij e il mestiere del traduttore: a 24 anni vede la luce sua prima traduzione, “Praga non tace”, firmata con lo pseudonimo di “Nováková” ed è autrice di best seller come “Il bottone di Puškin” e “La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe”. Il suo sogno più grande è da sempre, e rimane, quello di tradurre tutto Dostoevskij, a partire dai “Demoni” fra tutte, l’opera a lei più cara. Tuttavia, spiega che la sola traduzione de “La Mite”, quaranta pagine in tutto, l’ha vista impegnata in un lavoro lungo 6 mesi dove sono state necessarie almeno 5 redazioni. Questo a causa delle difficoltà non tanto della lingua, ma dello scrivere da geniale guastatore di Dostoevskij e della sua resa in un italiano che non fosse tipicamente ottocentesco.

Se voi lo traduceste, si può fare non è che sia una lingua difficile, non è una lingua trasmentale, non è Majakovskij, non è un poeta. È semplicemente una lingua quasi al limite dello sbaglio, dell’errore e in più essendo il monologo di una persona evidentemente sconvolta, questo discorso si arrovella, mangia stesso, un flusso di coscienza di uomo che sa di averla uccisa. Ma l’avrà davvero uccisa lui? – Serena Vitale

Nel vortice del genio di Dostoevskij, così lo definisce Serena, bisogna entrarci a partire dalla lettura delle sue opere, fino alla sua traduzione, “traduzione che entra dentro, ossessiona”, un divertente esercizio che necessità di buona razionalità e muscoli, cuore e glutei. Tradurre la lingua dell’incongruo, per quanto si rischi di diventar matti accanto a lui, si può, mettendo da parte le paure alla “tradurre è tradire” e rimboccandosi le maniche.

PH Elizaveta Moshkina
Tifare per Raskol’nikov

Durante l’incontro non sono mancate occasioni per riflettere e dialogare su alcuni dei temi più dibattuti degli ultimi tempi, primo fra tutti il rapporto dell’uomo con l’informazione e quello con la letteratura, in questo caso quella di Dostoevskij. L’informazione vive, soprattutto di questi tempi, di un manicheismo sfrenato volto alla caccia del colpevole, un’informazione che molto spesso tende a disumanizzare chi sta dalla parte del torto, spiega Nicola Lagioia. Nella società della generazione look down, della bassa intensità, l’informazione ricopre un ruolo fondamentale ma altrettanto volatile, dal momento che è proprio che a sguardo basso (su schermo) che ormai apprendiamo la maggior parte delle notizie di attualità e politica, che diamo per certe. Se e quanto l’eredità di Dostoevskij è in grado di modificare il rapporto tra uomo e informazione? 

L’informazione è la lingua da cui purtroppo certe volte siamo abusivamente parlati: la parte peggiore di noi viene parlata dall’informazione, la parte migliore di noi è parlata dalla letteratura. L’informazione separa i buoni e i cattivi, il giusto e lo sbagliato. La grande letteratura come nel caso del “La Mite” di Dostoevskij rappresenta l’impossibilità di capire veramente chi è il carnefice e chi è la vittima – e quindi destabilizza non tanto perché non è chiaro chi sia il colpevole, mette in crisi perché ci si rende conto che entrambi sono essere umani. – Nicola Lagioia

In merito all’eredità di Dostoevskij, spiega Serena, non è mai esistita in termini ideologici, semmai problematici, la sua è una lezione di civiltà e di umanità, l’uccisione del pregiudizio, di ciò che esiste prima ancora dell’esperienza.  Il ”crogiolo di dubbi” con il quale Dostoevskij descriveva la sua sedia, che ha assistito alla nascita dei suoi più grandi capolavori, è un esempio lampante di quanto, la lingua, i temi, i personaggi di Dostoevskij non nascano che da una certezza: che non c’è certezza.

Ringraziamo Elizaveta Moshkina per le foto dell’incontro e l’Associazione Italo-russa “È Ora“, tra gli enti che hanno organizzato tale evento, presso cui Elizaveta è tirocinante. 

 

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Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all’Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l’ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.

Federico Lattante

Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all'Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l'ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.