Un pompiere racconta come ha estinto l’incendio nella Casa Bianca nel ’93

“Il dodicesimo piano era completamente bruciato”

Il 4 ottobre 1993, il giorno dell’attacco alla Casa Bianca, Vladimir Shashin era il capo della 47° squadra antincendio. Sotto un intenso fuoco lui e sette soldati di leva hanno fatto irruzione nel Palazzo dei Soviet, e si sono diretti con le lance antincendio al 12 piano, in fiamme a seguito del fuoco dei carri armati. Il colonnello Shashin ha raccontato a “MK” di come i loro mezzi furono bersagliati dai proiettili traccianti, delle conseguenze dei colpi diretti dei proiettili pesanti e dell’arresto di Aleksandr Ruckoy e Ruslan Khasbulatov.

Vladimir Shashin

-il 4 ottobre eravamo in servizio. Dalla radio apprendemmo che l’edificio della Casa Bianca aveva preso fuoco – racconta Vladimir Shashin .– All’inizio fummo chiamati ad estinguere l’incendio nell’edificio vicino al municipio di Mosca, sulla Novyj Arbat. Nei dintorni si svolgeva un caotico scontro a fuoco. Mentre guidavamo per l’Arbat, davanti a noi avevano preso posizione dei tiratori scelti armati di proiettili traccianti. Sembrava che giocassero con noi, qualcuno dei tiratori deve averlo trovato divertente… Sparavano alle manichette antincendio. Per loro era interessante: quando colpivano il tubo flessibile, dal buco usciva immediatamente una fontanella d’acqua.

Quando iniziammo a spegnere le fiamme nel sottotetto dell’edificio, scoprimmo vicino a noi la postazione di un cecchino. Sparava, e dal basso, vedendo i bagliori degli spari, le truppe rispondevano al fuoco. Dal BTR (veicolo corazzato per il trasporto delle truppe, ndt) sparavano proiettili di grosso calibro. I colpi passavano dritti sopra le nostre teste. Alla fine venne colpito, e potemmo vedere che si trattava di un ragazzo giovane.

Poco dopo ci dirigemmo verso la Casa Bianca, in cui nei piani superiori divampava un incendio. Tutti gli accessi all’edificio erano bloccati dalle truppe.

Siete riusciti a passare senza problemi?

-Il nostro mezzo antincendio è passato senza che lo controllassero, ma i ragazzi che viaggiavano sui fuoristrada sono stati fermati più di una volta, per chiarire chi fossero e dove andassero. Hanno perfino raccolto i documenti e chiamato le autorità, per confermare la loro identità.

Una volta dentro la Casa Bianca, avete indossato qualche protezione aggiuntiva?

Siamo entrati come se fosse un normale incendio, senza attrezzature aggiuntive, senza giubbotti antiproiettile o elmetti militari. Solo i respiratori con le bombole sulla schiena e i manicotti antincendio. Inoltre, ricordo, ho proibito categoricamente ai soldati di togliersi gli elmetti. Solo poi ho scoperto, che il materiale di cui sono fatti non avrebbe potuto difenderli in alcun modo da un proiettile.

Qualcuno dei presenti nella Casa Bianca è stato catturato?

Quando entrammo, davanti a noi passarono il vice-presidente Aleksandr Ruckoj e il presidente del Soviet Supremo Ruslan Khasbulatov. Erano molto abbattuti, avevano le manette sulle mani. Affinchè queste non si vedessero, buttarono su di loro giacche e cappotti. Prepararono un autobus con i finestrini oscurati, li fecero sedere al loro interno e partirono.

Dopo di ciò, ci dissero che potevamo andare. All’ingresso, le truppe della squadra “Alfa” ci informarono che avrebbero garantito la nostra protezione per i primi due piani, ma non oltre. I piani superiori non erano ancora stati esplorati accuratamente: c’era il pericolo che potessero essere rimaste munizioni o zone minate. Ci affidarono un poliziotto con fucile come guida, che ci accompagnò per qualche piano. Ad un certo punto una delle porte sbatté per via di una raffica di vento, e il militare le scaricò contro una raffica con la sua arma. Poi disse “Beh, ragazzi, mi sento a disagio io che ho un fucile, figuriamoci per voi che avete solo quei manicotti. Proseguite da soli”.

E noi proseguimmo. Camminare per i corridoi crivellati di colpi era terribile. Tutti i muri erano danneggiati, i telai delle finestre sbattevano al vento. In più, tutto era in fiamme.

Non avete incontrato nessun altro?

Là su c’era molto fumo, e tutti quelli che potevano erano usciti. Non abbiamo visto corpi, ma c’erano macchie di sangue. Per terra giacevano garze e vestiti insanguinati. C’erano pezzi di carta, giornali e documenti sparsi tutt’intorno. Mi è difficile pensare che nei piani superiori qualcuno potesse essere sopravvissuto. Erano stati presi di mira dai carri armati che si trovavano sul ponte della Kalininskaya, oggi Nova Arbat. In quelle stanze, dove erano caduti i proiettili, non c’erano più i muri, era un unico grande spazio. I risultati del fuoco diretto li vedemmo al decimo piano.

Poi arrivammo al 12 piano, che era bruciato quasi completamente, nel quale l’incendio era stato estinto dall’altro lato da altre squadre di pompieri. Quando il focolaio fu spento, mi affacciai ad una finestra distrutta dai colpi, vidi più in basso la canna del cannone puntata verso l’alto e pensai: quanto bisogna essere idioti per andare contro dei carri armati con dei fucili?

-L’acqua a disposizione è stata sufficiente?

– L’acqua è bastata, è stata fornita dagli appositi idranti. E le pompe hanno funzionato bene, così come le manichette. C’era il rischio che l’edificio crollasse. Nei piani superiori la temperatura era molto alta, ma ancora peggiore era essere il bersaglio del fuoco delle truppe. Quando uscimmo, dai veicoli corazzati iniziarono a spararci contro. Il fumo era dappertutto, non c’era alcuna organizzazione, nessuno capiva chi stava uscendo dall’edificio. Ma grazie a Dio ci siamo messi in salvo.

Per aver estinto l’incendio nella Casa Bianca Vladimir Shashin, che all’epoca era capitano, ricevette la medaglia al coraggio. In seguito, ha lavorato come vice capo nella stazione dei vigili del fuoco di Mosca nella sezione antincendio e operazioni di soccorso di emergenza.

Fonte: MK.ru, 03 Ottobre 2018 – di Svetlana Samodelova, traduzione di Giacomo Oboe

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Sono nato nel 1995 in provincia di Vicenza. Mi sono laureato in russo e francese all’Università Cà Foscari di Venezia , e ora sono uno studente del Master ELEO presso la Cà Foscari Challenge School. Sono appassionato di tutto ciò che riguarda la sfera delle relazioni internazionali, in particolare dello spazio post-sovietico; amo viaggiare, leggere e imparare.

Giacomo Oboe

Sono nato nel 1995 in provincia di Vicenza. Mi sono laureato in russo e francese all'Università Cà Foscari di Venezia , e ora sono uno studente del Master ELEO presso la Cà Foscari Challenge School. Sono appassionato di tutto ciò che riguarda la sfera delle relazioni internazionali, in particolare dello spazio post-sovietico; amo viaggiare, leggere e imparare.