Recensione de “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij

Sigmund Freud lo definì “il romanzo più grandioso che sia mai stato scritto”: un caposaldo della letteratura russa.

È sempre difficile scrivere di qualcosa che si ha a cuore. Mantenere uno spirito critico, tenere salda la mente mentre il cuore ci suggerisce che per tutti questi anni, al buio e in un cantuccio, ciò che abbiamo appena letto aspettava noi, solo noi, per dirci che dopotutto così soli non siamo. Pablo Neruda disse che ognuno dentro di sé ha una storia che non riesce a leggere da solo ed ha bisogno di qualcuno che la legga e gliela racconti. Per me quel qualcuno è Fëdor Michajlovič Dostoevskij, e il romanzo di cui mi accingo a parlarvi è I fratelli Karamazov,il romanzo più poliedrico dell’autore.

Pubblicato sul “Russkij Vestnik” (Il messaggero russo), fra il 1879 e il 1880, fu concepito inizialmente come introduzione ad un altro grande romanzo che solo la morte, avvenuta nel 1881, impedì a Dostoevskij di scrivere. Chiedendovi perdono per l’introduzione prolissa,mi accingo finalmente a parlare del romanzo in questione. Non mi dilungherò molto sui dettagli, perché sarebbe un delitto rovinarvi anche una sola delle molte storie che ne fanno parte. Freud definì Dostoevskij come una persona con grandi inclinazioni autodistruttive, nevrotico e con tendenze parricide che gli pesarono sulla coscienza per tutta la vita, contribuendo al nascere della sua epilessia. Dostoevskij è un autore che mette un pezzo di sé in ogni protagonista di ogni romanzo,e in questo più di tutti, a mio vedere.

“I fratelli Karamazov”, Feltrinelli, 2014

Il parricidio è la spada di Damocle che incombe sui nostri personaggi tutto il tempo, sul quale dovranno confrontarsi i protagonisti, dall’inizio fino ad un parossismo emotivo finale da lasciare il lettore senza fiato, ma con molte emozioni contrastanti nell’anima. Fëdor Pavlovič è un possidente russo, amante dei vizi e del denaro, un commediante che prova piacere nell’essere offeso e per questo si comporta da buffone, schiavo dei suoi comportamenti di cui è vittima e carnefice. Egli è padre di quattro figli: Dmitrij, Ivan, Alëša e Smerdjakov.

Dmitrij, nato dal primo matrimonio del padre con Adelajda Mjusova, viene cresciuto inizialmente dal servo Grigorij e da sua moglie Marfa, poi da parenti della madre a Mosca, in seguito al fallimento del matrimonio e l’abbandono da parte della madre. Di carattere dissoluto ed irascibile, rappresenta una passione senza limiti morali ed è vittima degli stessi vizi del padre. Dopo aver intrapreso la vita militare, Dmitrij l’abbandona per vivere con l’eredità lasciatagli dalla madre. Sposa Katerina Ivanovna, figlia di un generale in rovina che Dmitrij salva da un debito, ma ben presto si innamora perdutamente di Grušenka, una giovane usuraia dal carattere forte ed orgoglioso, piena di rancore verso gli uomini che le hanno fatto del male. Rancore che sfogherà su Dmitrij e Fëdor, innamorati entrambi di lei, attraendoli e deridendoli, peggiorando un rapporto già colmo di odio. Grušenka, infatti, farà da perno in questo rapporto ed avrà un ruolo centrale nel romanzo, scatenando l’ira di Dmitrij, già in disputa col genitore per motivi economici legati all’eredità lasciatagli dalla madre.

Ivan e Alëša nascono dal secondo matrimonio di Fëdor con Sofia Ivanovna, donna sensibile e dolce, morta precocemente in seguito ad una malattia nervosa scatenata dai comportamenti del marito. Di carattere diametralmente opposto, sono cresciuti anche loro inizialmente da Grigorij, poi da una generalessa di nome Sonja, ed infine da Efim Petrovič sino alla maggiore età. Ivan è un intellettuale che porta il peso dell’ideologia, tra ragione e sentimento. Racchiude in sé la ragione che non dà spazio al sentimento ed è mosso dal parallelismo: “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Nega l’opera di Dio, in quanto il mondo è malvagio e nessuno viene escluso dalla sofferenza. La superiorità con cui giudica l’uomo e l’opera di Dio lo accosta alla figura di superuomo Nietzschiano, in bilico tra la divinizzazione dell’uomo e la negazione di Dio.

Alëša è la personificazione di una fede che non può non essere vera, essendo così forte. È l’ideale cristiano presentatoci da Dostoevskij dopo il principe Myškin, nel precedente romanzo “L’idiota”. Estraneo alle rivalità e ai risentimenti degli uomini, egli si eleva al di sopra dei loro comportamenti, mosso da una Verità divina, insita e nascosta nell’animo umano, di cui lui fin da bambino, in modo naturale, è profondo conoscitore. Fondamentale per la sua affermazione spirituale è lo starec Zosima, conosciuto nel monastero in cui era novizio.

Andrej Rublev, “La santa trinità”, 1426 c.a

Infine c’è Smerdjakov, figlio illegittimo nato tra Fëdor e Lizaveta Smerdjaskaja, una povera donna demente che partorisce nel giardino di Fëdor per morire subito dopo. Smerdjakov vive così da servo nella casa padronale, insieme a Grigorij e Marfa. Personaggio silenzioso e contemplatore, è il fulcro di un dramma che è destinato a consumarsi dalla prima pagina del romanzo. Di profonda intelligenza e sofferente di epilessia, è profondamente affascinato dalle idee del fratellastro Ivan e i due svilupperanno un profondo rapporto, tanto che nei capitoli finali la coscienza di Ivan ne sarà profondamente lesa.

Non volendomi addentrare nei dettagli del romanzo più di così, per lasciare al lettore l’onore di scoprirli,concludo dicendo che darei molto per rimuoverne dalla memoria ogni dettaglio, per poterlo riscoprire nuovamente. Una nota particolare va posta al capitolo “Il grande inquisitore”, ove Ivan espone al fratello Alëša un racconto di sua scrittura, narrante il ritorno di Cristo ai tempi dell’inquisizione spagnola, la contrapposizione tra la libertà che egli concede agli uomini nelle loro azioni e l’impossibilità umana di sopportarla.

Questo romanzo è la tesi e l’antitesi dell’esistenza di Dio, è l’estrema lotta tra fede e razionalità, tra luce e buio, amore e odio, bene e male, se mai qualcuno sia in grado di giudicarli a sufficienza. È la ricerca di sé e di un sé negli altri, è perdersi definitivamente o redimersi per salvare la propria anima. Un romanzo di cambiamento, che cambia il lettore tanto quanto i personaggi che ne fanno parte. Un capolavoro assoluto in cui è racchiuso tutto l’animo umano.

Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.

Recensione a cura di Gianmarco Ceccaroni

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