“Un gran peccato”. Come l’incoronazione di Nicola II si è trasformata nella tragedia di Chodynka.

Il 30 Maggio (del nuovo calendario, quello gregoriano) del 1896 a Mosca nel campo di Chodynka morirono 1400 persone a causa della calca.

Una festa in grande stile

«Chi ha iniziato a regnare con Chodynka/ Finirà con l’ergersi al patibolo», il poeta Konstantin Val’mont, che aveva scritto queste righe nel 1906, dieci anni dopo la tragedia di Chodynka e dodici anni prima della morte dell’ultimo imperatore russo, pronosticò con esattezza il destino di Nicola II.

Il regno, conclusosi con il crollo dell’Impero russo e, in seguito, con la morte della famiglia imperiale, iniziò con un avvenimento nel quale in molti videro un “cattivo presagio” per l’imperatore. E sebbene Nicola II avesse avuto solamente un rapporto indiretto con la tragedia del 1896, tuttavia nella coscienza della gente essa si legò in modo saldo al suo nome.

Nel maggio del 1896, in quella che al tempo rappresentava l’antica capitale della Russia, Mosca, passarono le manifestazioni solenni, legate all’incoronazione di Nicola II e della sua consorte, Aleksandra Fёdorovna.

L’iniziativa venne preparata nei minimi dettagli: vennero portati da Mosca da San Pietroburgo più di 8000 pud (pud: unità di misura pari a 40 libbre, n.d.T.) di utensili da cucina, di cui fino a 1500 pud di servizi da tavola esclusivamente d’oro e d’argento. Nel Cremlino venne costruita una speciale stazione telegrafica con 150 fili per collegare tutte le case dove si trovavano le ambasciate straordinarie. Le dimensioni e la suntuosità della preparazione superavano in modo significativo le incoronazioni precedenti.

I “regali dello zar” e i 30 000 secchi di birra

La cerimonia vera e propria ebbe luogo il 26 maggio del nuovo calendario, mentre quattro giorni dopo erano state programmate le “giostre” con la distribuzione dei “regali dello zar”.

Boccale commemorativo dell’incoronazione, la “Coppa delle afflizionii”.
Foto: Wikipedia / Guy Villeminot

Tra i “regali dello zar” erano inclusi:

-un boccale smaltato commemorativo dell’incoronazione con i monogrammi di sua maestà, dall’altezza di 102 millimetri;

-un filoncino di farina granulosa da una libbra, prodotto dal “Fornitore di corte di Sua Altezza Imperiale”, il fornaio D. I. Filippovyi;

-mezza libbra di kolbasa (un tipo di salame russo, n.d.T.);

-un sacchetto con ¾ di libbra di dolci (6 zolotnik (antica unità di misura russa, 1 zolotnik equivaleva a 4,2658 grammi) di caramello, 12 zolotnik di noci, 6 di pinoli, 18 di cucchiai di Alessandro, 6 di fichi, 3 di uva passa, 9 di prugne secche);

-1/3 di libbra di vjazemskij prjanik (un tipo di prjanik, dolce prodotto col miele, prodotto nel Vjazemskij rajon, n.d.T.) con lo stemma;

-un sacchetto con ¾ di libbra di dolci con l’effigie di Nicola II e Aleksandra Fёdorovna.

Tutti i souvenir (eccetto il filoncino di farina) erano stati messi all’interno di un fazzoletto di indiana dai colori sgargianti, realizzato nella manifattura di Prochorovka e sul quale erano stampati da una parte la vista del fiume Moscova, dall’altra  il ritratto della coppia imperiale.

In totale per la distribuzione gratuita erano stati preparati in anticipo 400 000 “regali dello zar” e persino 30 000 secchi di birra e 10 000 di idromele.

Un campo con trappole

Come luogo dove allocare la fiera era stato scelto il campo di Chodynka, infatti fino a quel tempo aveva svolto più di una volta funzioni analoghe. Lì vennero allestiti frettolosamente teatri ambulanti, palcoscenici, spettacoli popolari, botteghe. Si pianificò di bevande in 20 baracche, mentre in 150 chioschi avrebbero distribuito i “regali dello zar”.

La calca di Chodynka. Foto: youtube.com .

Di norma il campo di Chodynka era impiegato come piazza d’armi per le esercitazioni delle forze armate del presidio di Mosca, pertanto nessuno si aspettava qualsivoglia tipo di incidente.

Fu testimone oculare di tutti gli eventi presso il campo di Chodynka Djadja Giliaj, il famoso reporter moscovita Vladimir Giljarovskij, il quale per poco non venne ucciso a sua volta durante l’accaduto.

Secondo la sua testimonianza, il campo di Chodynka, nonostante le grandi dimensioni, non era il posto migliore per grandi masse di popolazione. Vicino al campo c’era un fossato e nel campo stesso vi erano molte depressioni e stazioni di posta per il trasporto della sabbia e dell’argilla estratte. Inoltre a Chodynka c’erano pochi pozzi mal sigillati, ai quali di norma non veniva prestata attenzione.

La festa popolare sarebbe dovuta iniziare alle 10 di mattina del 30 Maggio, tuttavia la gente cominciò ad arrivare il giorno prima. Arrivarono intere famiglie che si sistemarono nel campo in attesa del tradizionale momento di distribuzione dei regali. A Chodynka affluivano non solo moscoviti, ma anche abitanti provenienti dai pressi della città e dei governatorati vicini.

«Era impossibile opporre resistenza alla folla»

Verso le cinque di mattina del 30 Maggio nel campo di Chodynka si ammassarono circa 500 mila persone. «C’era afa e faceva caldo. Di tanto in tanto il fumo proveniente dal falò avvolgeva tutto. Tutti, affaticati dall’attesa, stanchi, in qualche modo tacevano. Si sentivano da alcune parti imprecazioni ed esclamazioni di rabbia: “Dove vuoi andare! Cosa spingi!”» scriveva Vladimir Giljarovskij.

La calca di Chodynka. Foto: youtube.com .

«All’improvviso si senti un fischio. All’inizio da lontano, poi intorno a me. All’improvviso in qualche modo… Strilli, urla, gemiti. E tutti coloro che si erano sdraiati indisturbati ed erano seduti a terra, con spavento saltarono in piedi e si lanciarono dalla parte opposta del fossato, dove sotto il precipizio biancheggiavano delle cabine, i tetti delle quali  fui in grado di vedere solo dietro le teste tremolanti. Io non mi gettai dietro al popolo, ero ostacolato e andai via dalle cabine, andai dalla parte delle corse ippiche, incontro alla terribile folla che si riversava oltre coloro che erano caduti alla ricerca delle scatole. La calca, la ressa, l’ululato. Era quasi impossibile opporre resistenza alla folla. E lì davanti, vicino alle cabine, da quella parte del fossato, l’ululato di terrore: verso la parete argillosa verticale del precipizio, più alto dell’altezza di un essere umano, premevano coloro che si erano lanciati per primi verso le cabine. Spingevano, mentre la folla da dietro, sempre più stretta, riempiva il fossato, che formava una continua, pressata massa di gente ululante.», – riferì Djadja Giljaj riguardo all’inizio della catastrofe.

Secondo le deposizioni dei testimoni oculari e i dati della polizia, furono catalizzatore dell’evento le voci secondo le quali i baristi distribuissero i regali fra i “loro” e perciò i regali non bastassero per tutti.

Irritata da molte ore di attesa, la gente impazzì e cominciò ad avanzare verso i chioschi.  Stretti nella massa i partecipanti alla festa non vedevano dove andavano. La gente cominciò a cadere nei fossati, poi ne cadeva altra, la quale calpestava letteralmente le persone sottostanti. Le grida di terrore non facevano altro che rinforzare il panico e il caos. Sotto la pressione della grande massa di persone i pozzi otturati non reggevano bene, perciò la gente cominciò a cadere anche lì dentro. In seguito gli agenti di polizia tirarono fuori da uno di questi pozzi, che erano diventati delle trappole, 27 cadaveri e un ferito, praticamente impazzito a causa dell’esperienza vissuta.

«Un cadavere impietrito galleggiava con noi»

I baristi terrorizzati, che temevano che la folla li calpestasse, cominciarono a gettarle gli involti con i “regali dello zar”. La ressa si rafforzò: coloro che si gettavano verso i regali, ormai non potevano emergere dalla calca.

Secondo altre notizie, nel rajon di Chodynka erano concentrati da qualche centinaia fino a 1800 agenti di polizia. Questa cifra si rivelò non essere sufficiente per scongiurare la tragedia. Le principali forze di polizia erano concentrate nella tutela del Cremlino di Mosca, dove pernottava la coppia reale.

Vittime della calca nel campo di Chodynka durante la celebrazione in occasione dell’incoronazione di Nicola II. 18 (30 secondo il nuovo calendario) Maggio 1896. Foto: Wikipedia.

«Si fece giorno. I volti blu e sudaticci, gli occhi morenti, le bocche aperte cercavano aria, inoltravano un rumore, ma vicino a noi nessun suono. Un vecchio in piedi vicino a me, d’aspetto dignitoso, non respirava già da un po’: era soffocato in silenzio, era morto senza fare alcun rumore, e il suo cadavere impietrito fluttuava con noi. Vicino a me qualcuno vomitò. Non poteva nemmeno abbassare la testa.», – scrisse Vladimir Giljarovskij. Salvò Djadja Giljaj l’intervento di un cosacco di pattuglia che aveva interrotto l’accesso a Chodynka a chi arrivava di nuovo e aveva iniziato a “prender fuori questa massa popolare”. Alcuni, che, come Giljarovskij, si trovavano nel vero e proprio epicentro del mare umano, si salvarono dalla morte grazie alle azioni dei cosacchi.

Giljarovskij, che era uscito a stento dalla calca, andò a casa per mettersi in ordine, ma dopo letteralmente tre ore comparve nuovamente al campo di Chodynka, per vedere i risultati di ciò che era avvenuto la mattina.

«Giacevano davanti a me donne con le trecce strappate»

A Mosca cominciarono a girare voci riguardo ai centinaia di morti. Chi ancora non sapeva di ciò, si muoveva verso Chodynka per partecipare alla fiera, mentre incontro a loro si protendevano persone coperte di sangue e mezze morte, le quali portavano con sé i “regali dello zar” concessi a un così caro prezzo. Da Chodynka uscivano persino carri che trasportavano cadaveri: le autorità diedero disposizioni su come sbarazzarsi dei resti della calca il più velocemente possibile.

Vittime della calca di Chodynka. Foto: youtube.com .

«Non descriverò l’espressione dei volti, non descriverò i dettagli. I cadaveri sono a centinaia. Sono disposti in file, li portano i pompieri e li ammucchiano nei furgoni. Il fossato, quel terribile fossato, quei terribili fossi da lupi, sono pieni di cadaveri. Lì il luogo principale della morte. Molte delle persone respiravano con affanno, ancora in piedi fra la folla, e ormai morivano sotto i piedi che arrivavano correndo, altre morti ancora con segni di vita sotto i piedi di centinaia di persone, schiacciati; c’erano coloro che venivano soffocati nella rissa, vicino ai casotti, a causa dei piccoli nodi delle scatole. Giacevano davanti a me donne con le trecce strappate, con una testa alla quale avevano fatto lo scalpo. Quante centinaia! E quanti ancora erano coloro che non avevano le forze per camminare e morivano lungo la strada verso casa. In seguito trovarono cadaveri nei campi, nei boschi, vicino alla strada, per venticinque verste (una versta: 1067 metri, n.d.T.), e quanti morirono in ospedale o a casa!» – testimonia Vladimir Giljarovskij.

Nella ressa nel campo di Chodynka, secondo i dati ufficiali, morirono circa 1400 persone, centinaia riportarono danni fisici.

La tragedia di Chodynka non fece rinunciare alle celebrazioni di festa

Quanto era accaduto venne riferito a Nicola II e suo zio, il general-governatore moscovita, il granduca Sergej Aleksandrovič. Nonostante l’accaduto, la festa popolare non venne cancellata. Alle due di pomeriggio l’imperatore e la consorte visitarono il campo di Chodynka e «furono accolti da uno stupefacente urrà e da un canto dell’inno.»

Proprio quel giorno le celebrazioni proseguirono nel palazzo del Cremlino, e, in seguito, col ballo al ricevimento dell’ambasciatore francese.

La riluttanza delle autorità a cambiare il programma della celebrazione persino dopo le morti di massa venne percepita dalla società in modo negativo.

Fossa comune delle vittime del 18 Maggio (secondo il vecchio calendario) 1896 presso il cimitero di Vagan’kovo di Mosca. Foto: Wikipedia / Sergej Semёnov (Сергей Семёнов)

È difficile capire il vero atteggiamento di Nicola II rispetto all’accaduto. Ecco un’annotazione del suo diario scritta quel giorno: «Finora, grazie a Dio, tutto è filato liscio come l’olio, tuttavia oggi è accaduto un grande peccato. La folla che aveva passato la notte nel campo di Chodynka, nell’attesa dell’inizio della distribuzione del pranzo e delle cassette, premeva contro le costruzioni e lì è giunta una grande calca, nello stesso tempo, è terribile aggiungerlo, sono state calpestate circa 1300 persone!! L’ho saputo alle dieci e mezzo tramite la relazione di Vannovskij; questà novità ha suscitato in me un pessimo effetto. Alle dodici e mezza abbiamo fatto colazione, poi io e Alice (Alice d’Assia: nome di Aleksandra Fёdorovna da nubile, n.d.T.) ci siamo recati a Chodynka alla presenza di questa spiacevole “festa popolare”. In sostanza là non c’era niente; dal padiglione abbiamo visto un’enorme folla che circondava il palcoscenico, sul quale per tutto il tempo hanno suonato l’inno e “Slav’sja” (canzone patriottica, la cui melodia è stata composta da Michail Glinka per il pianoforte, n.d.T.). Ci siamo spostati a Petrovskij, dove, presso il ponte, siamo stati accolti da alcune delegazioni, dopodiché siamo entrati a corte. Qui hanno servito il pranzo sotto quattro tende per tutti i sottoufficiali distrettuali. È risultato conveniente pronunciare per loro un discorso, poi ci siamo anche uniti ai capi nel cortile. Dopo aver fatto il giro del tavolo ci siamo diretti al Cremlino. Abbiamo pranzato da mamma alle otto. Siamo andati al ballo da Montebello (in italiano nel testo originale, n.d.T.). È stato allestito in modo molto elegante, anche se il caldo era insopportabile. Dopo cena ce ne siamo andati alle due.»

Aveva sofferto l’imperatore per quanto verificatosi o il pranzo “da mamma” e il ballo gli avevano fatto dimenticare del “gran peccato”?

“Questo impero non porterà a nulla di buono!”

La maggior parte dei cadaveri delle persone uccise che non furono identificati vennero trasportati nel cimitero di Vagan’kovo, dove ebbe luogo la loro sepoltura di massa.

La famiglia imperiale donò a favore dei danneggiati 90 mila rubli, spedì migliaia di bottiglie di madera ai danneggiati negli ospedali, visitò i feriti in degenza in ospedale.

Il generale Aleksej Kuropatkin nei suoi diari scrisse della reazione dei rappresentanti della famiglia reale in merito all’accaduto: «Il gran principe Vladimir Aleksandrovič in persona ha ripreso con me la conversazione, comunicando quanto dettogli quella sera dal duca di Edimburgo, ovvero che, in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario del regno di Vittoria, furono uccise 2500 persone e ne rimase ferita qualche migliaia, e nessuno si era agitato a riguardo.»

Che le parole del conte di Edimburgo fossero state pronunciate per davvero o che fossero un’invenzione, tuttavia la società russa si trovò impreparata per quanto riguardava il “non agitarsi” per la morte di 1400 persone.

Chiesa in nome dell’icona della Madre di Dio “Gioia e Consolazione” nel campo di Chodynka (“sul sangue versato”). Foto: Wikipedia / Sergey Rodovnichenko

Il general-governatore di Mosca cominciò ad essere chiamato sempre più con il soprannome di “principe di Chodynka”. Per quanto concerne l’imperatore stesso, secondo una delle versioni, per la prima volta, proprio dopo Chodynka, lo chiamarono Nikola il Sanguinario.

«Mi hanno circondato tipografi con domande e mi hanno costretto a leggerle. C’era l’orrore dipinto sui loro volti. Molti avevano il volto segnato dal pianto. Già sapevano qualcosa dalle voci, ma era tutto incerto. Iniziarono le chiacchiere.

– Che disgrazia! Questo impero non porterà a nulla di buono! – era chiarissimo quello che sentii dal vecchio tipografo. Nessuno rispose alle sue parole, tutti si misero a tacere con spavento… e passarono ad un’altra conversazione», – rievocava Vladimir Giljarovskij.

Le autorità esitarono fino all’ultimo sul permettere oppure no la pubblicazione dell’articolo sulla catastrofe. Alla fine venne dato il permesso proprio quando la polizia stava ormai per bloccare la tiratura del giornale “Russkie vedomosti” con il materiale riguardante “Il disastro di Chodynka”. Dopo l’indagine condotta in merito agli avvenimenti del campo di Chodynka, furono riconosciuti come colpevoli il capo moscovita della polizia Aleksandr Vlasovskij e il suo assistente. Per mancanza di misure di sicurezza entrambi furono rimossi dalle cariche da loro occupate. Tuttavia fu stabilita una pensione fissa a favore di Vlasovskij.

La parola “Chodynka” dopo il 1896 nella lingua russa è diventata un nome comune, sinonimo di un disastro su ampia scala con un grande numero di morti.

Fonte: www.aif.ru, 30/05/2016 – di Andrej Sidorčik (Андрей Сидорчик), traduzione di Angela Zanoletti.

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Studentessa di Scienze Linguistiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la passione per la letteratura e per la musica mi ha fatto avvicinare alla Russia, col desiderio sempre maggiore di conoscere ogni aspetto di questa cultura, meno lontana da noi di quanto possiamo credere.

Angela Zanoletti

Studentessa di Scienze Linguistiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, la passione per la letteratura e per la musica mi ha fatto avvicinare alla Russia, col desiderio sempre maggiore di conoscere ogni aspetto di questa cultura, meno lontana da noi di quanto possiamo credere.