«Prendo tutto dalla nostra cultura». Perché il “Banksy russo” non ha retto il confronto in Europa

Nel Museo di street art di San Pietroburgo è stata inaugurata la mostra retrospettiva di uno dei più famosi artisti russi di graffiti, ovvero di Paša 183 (il suo vero nome era Pavel Puchov), prematuramente scomparso nel 2013. Aveva solo 29 anni. La corrispondente di RIA Novosti è stata alla mostra e ha scoperto perché Paša 183 non è simile a Banksy e cosa ha in comune con il cantante Egor Letov.

“Mi vergogno un po’ che la patria dei graffiti sia di solito considerata New York. E pensare che il manifesto futurista dello stesso Majakovskij recitava: «Dai! Coloriamo le città con colori diversi, suvvia versiamo i colori sui grigi abiti…». Da noi (in Russia. — N. d. R.) tutto questo esisteva”, così la pensava Paša 183.

Lui non si riteneva un artista. Diceva che non sapeva disegnare. Tuttavia, la mostra occupa ben tre piani di un edificio, che era un’ex locale per la caldaia. Inoltre, quelli esposti sono ben lontani dall’essere tutti i suoi lavori. Per essere uno street artist Pavel Puchov fu un artista straordinariamente produttivo: soltanto nel 2006 dipinse sessanta murales.

La maggior parte dei suoi lavori si trova nel quartiere della stazione della metro “Preobraženskaja”, dove Paša viveva. Adesso, a Mosca è rimasto soltanto un suo murales dal nome Spički končajutsja (Fiammiferi finiti), i restanti li hanno ricoperti di vernice o demoliti.

© RIA Novosti / Aleksandr Gal’perin
La mamma dell’artista, Tat’jana Borisovna, all’inaugurazione della mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo di street art di San Pietroburgo.

“Sapete molte cose su Paša, su come fosse un uomo insolito. Tutto ciò che ha fatto, l’ha fatto per voi. Non risparmiò né forze, né tempo. Sapete da soli che la street art oggi c’è, ma domani la distruggeranno, — dice Tat’jana Puchova, la madre dell’artista. — È un tipo d’arte molto effimera, momentanea, che noi, per fortuna, abbiamo conservato”.

Tat’jana ha messo a disposizione le opere e gli oggetti del figlio: tele, sagome, riprese, i mobili del suo laboratorio. La curatrice della mostra e amica dell’artista Polina Borisovna ha raccontato a RIA Novosti come ha raccolto i pezzi dell’esposizione secondo gli appunti personali e le foto di Paša.

“Paša era un artista molto strutturato, tutto ciò si può affermare sulla base dei suoi archivi. La mamma cortesemente ci ha dato accesso al suo computer. Occuparsi di ciò, è stato molto difficile, bisognava fare continuamente delle pause, affinché in qualche modo potessimo prender fiato. Inoltre, è tuttora per me molto gravoso da un punto di vista emotivo vedere dei video su di lui.” — ha ammesso la curatrice.

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La mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo di street art di San Pietroburgo.

Eppure, nella mostra non ci sono così tante opere originali: sono principalmente delle riproduzioni.

“Paša ha fatto la maggior parte delle sue opere sulla strada. Sempre che, naturalmente, non siano considerati originali i suoi video e le sue fotografie. Siccome lui era un vero e proprio artista di strada, faceva tutto il più onestamente possibile: altrimenti, per esporre le sue opere, le fotografava e le portava via. Lui le lasciava sul posto, — spiega Polina. — Abbiamo un’unica opera che si è conservata: Vychod najdën (Uscita trovata). Questo pinguino l’ha fatto lo stesso Paša, ma non riuscì a realizzarlo sulla strada. Abbiamo deciso di includerlo nell’esposizione, perché sapevamo esattamente che lo avrebbe voluto esporre”.

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La curatrice Polina Borisovna all’inaugurazione della mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo di street art di San Pietroburgo.

Paša 183 acquistò popolarità anche all’estero, anzi lo fece quando era ancora in vita: su di lui scrivevano i mass media occidentali, fece mostre in Europa. Purtroppo, non sempre la collaborazione con i galleristi stranieri andò a finire bene, racconta la curatrice.

“Al riguardo c’è una così bella storia: nel 2005 o 2006 venne da lui una certa gallerista francese, che gli promise mare e monti e portò all’estero molte sue prime tele, semplicemente dopo averle ripiegate in un rotolo. Lo fece senza documenti doganali, come se si trattasse di comune spazzatura. Paša a lungo tentò di riportarle indietro, ma tutti i tentativi furono vani. Perciò, abbiamo realizzato alcune stampe dei suoi primi lavori, che avremmo voluto includere nell’esposizione” — dice Polina Borisova.

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I visitatori all’inaugurazione della mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo di street art di San Pietroburgo.

È simbolico che, parallelamente alla retrospettiva di Paša 183, a Pietroburgo si stia svolgendo la mostra sulla stella britannica della street art Banksy (ha persino dedicato al collega dei graffiti postumi). Spesso sono messi a confronto, ma la curatrice spiega perché sono due artisti decisamente diversi: “Hanno semplicemente una condivisa mitologia dell’immagine. In generale, verso Banksy non ho nessuna pretesa, il suo è un progetto commerciale di grande successo, che può padroneggiare diverse tecniche. Persino il famoso topolino non l’ha ideato per primo lui: inizialmente l’aveva disegnato un graffitaro francese, Banksy ne ha parlato in un’intervista”.

“Questo è il prezzo della nostra mentalità. Ritengo che il nostro artista connazionale non sarebbe potuto diventare una super star. Conoscendo Paša, sono sicura che avrebbe realizzato un’opera come “No, non sono Banksy, sono altro” — in analogia con Lermontov e Byron”— ritiene la curatrice.
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La mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo street art di San Pietroburgo.

La Borisovna confessa come l’artista fosse infastidito dal confronto con il collega britannico, perciò gli amici avevano pensato persino di soprannominare Banksy come “il Paša inglese”.

“Paša riteneva sinceramente di avere una missione definita. La sua famosa tela Naše delo – podvig (Il nostro compito è la vittoria) non contiene nessun tipo di sarcasmo. Per lui tutto era molto serio”.

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Una visitatrice all’inaugurazione della mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo di street art di San Pietroburgo.

“Lui lo faceva, perché non poteva non farlo. Anche se fossero stati presi i suoi primi lavori, i graffiti riprodotti sulle pareti, questi rimangono immagini visuali, che facilmente possono essere lette e che sono rivolte al cittadino ordinario” — nota la curatrice.

Oltre alle opere, le pareti delle sale da esposizione sono abbellite dalle parole dell’artista. Da esse si deduce, che Paša 183 era un asceta, era attratto dal socialismo, amava le canzoni di Egor Letov, odiava i soldi e riteneva che la cultura della Street Art nazionale fosse unica e non dovesse orientarsi verso l’Occidente:

“Mi sento un po’ come un dente strappato dalla tradizionale cultura della street art, che è orientata verso la visione europea. Mentre io, ecco, prendo tutto dalla nostra cultura”.
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Una visitatrice all’inaugurazione della mostra “Paša 183. Retrospettiva” al Museo di street art di San Pietroburgo.

“Ci siamo conosciuti nel 2008 attraverso Internet. All’inizio, Paša era quello che eravamo negli anni Novanta. Per me fu un incontro piuttosto inaspettato, era un tale tuffo nel passato: un uomo che ascoltava le stesse canzoni e gli stessi film.

Aveva la propria immagine idealizzata della patria Sovietica. È chiaro che non visse in quel periodo e non avesse potuto vedere questi pionieri, ma lui s’ingegnava per comunicare con uomini completamente diversi, era una persona a più livelli”, — ricorda Polina Borisovna.

Forse il miglior credo artistico di Paša 183 lo formulò lui stesso: “Finché senti qualche voce proveniente dal cielo, disegni. Quando smetti di ascoltarle inizi a eseguire azioni meccaniche”.

Fonte: ria.ru, 21/11/2018 – di Anna Michajlova, Traduzione di Rebecca Gigli. Mosca, 21 novembre — RIA Novosti, Anna Michajlova.

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