Recensione de La venere di Taškent di Leonardo Fredduzzi

Diciamo subito una cosa. L’esordio letterario di Leonardo Fredduzzi, La venere di Taškent (Voland, per la collana Intrecci, 2018) contribuisce tra le altre cose a riempire un vuoto: quello del giallo ambientato in epoca sovietica. Sia osservando questo vuoto dalla parte dei russi, sia osservandolo con occhi di straniero, emerge la considerazione che l’epoca sovietica, in cui pure l’aspetto poliziesco nella vita quotidiana è stato uno dei più evidenti, non si sia mai ben sposata con il mondo del romanzo giallo. D’altra parte, storicamente, se si eccettuano alcuni testi di autori pure considerevoli (Gončarov, Čechov) e la figura di Porfirij Petrovič (di per sé molto sui generis), si noterà che dalla letteratura classica russa non sono usciti dei Maigret o degli Sherlock Holmes, magari destinati a diventare paradigmi di un modo di pensare e agire. Allo stesso modo nel XX secolo, gli stereotipi europei sull’Unione sovietica non hanno facilitato la maturazione di un tipo di poliziotto che fosse diverso dall’uomo freddo, tutto d’un pezzo, fatto di molta disciplina, forza fisica e poca intuizione, del tipo di “Danko”. Sarà forse perché la figura dell’ispettore, che deve essere “libero” da regole, imposizioni logiche e rapporti affettivi che ne ostacolino le intuizioni e la lucidità, non può nascere in un ambiente contrassegnato da rigidità come quello sovietico? Si tratta, a quanto ne so, di un tema ancora poco studiato e su cui vale la pena di riflettere. Certo è che solo in epoca post-sovietica la letteratura russa ha vissuto un ritorno al poliziesco, con una grande varietà di interpretazioni di questo genere multiforme, da quella più scientifica della Marinina a quella più fantasiosa di Akunin, citando solo due dei nomi più quotati.

In Occidente, a parte il celeberrimo Gorky Park, faccio fatica a ricordare memorabili romanzi gialli ambientati in un’epoca sovietica che non fosse percepita come specchio di un mondo noioso e cattivo, contrapposto a quello libero e giusto dell’Occidente. Per sbarazzarsi di questo pesante stereotipo servono scrittori che hanno conosciuto da vicino quell’epoca, che magari non l’hanno vissuta, ma che comunque l’hanno indagata con uno studio accurato delle fonti, con l’ascolto di centinaia di testimonianze, con un lavoro di esperta definizione del proprio stile che solo una riflessione di anni ti può dare. È questa la scommessa non facile di Fredduzzi: descrivere quel mondo con occhi liberi dal greve assalto del tratto europeizzante, dalla tentazione di strizzare l’occhio al lettore, per ambientarvi una storia solida, intricata, ma anche veloce e accattivante, che nasce e si esaurisce nella Mosca del 1967. Vi si narra dell’omicidio di una giovane e avvenente attrice proveniente da Taškent, che giunta a lavorare presso il teatro Taganka, teatro che in quella Mosca era una sorta di santuario dell’avanguardia, entra in contatto con i tre personaggi maschili che ne reggono le sorti, finendo (non senza responsabilità) in una brutta situazione che culminerà nel suo omicidio. Al commissario Kovalenko l’onere di sbrogliare la complessa matassa, compito che egli svolge con la perizia e competenza per le quali è ben noto ai superiori, ma che questa volta vanno declinate a un tempo massimo che gli viene imposto, prima che il sospettato numero uno venga dato in pasto al tritacarne della giustizia da un procuratore un po’ frettoloso. Ci manteniamo sul generico per non togliere al lettore il gusto di risalire il filo di questa avvincente storia, ma due riflessioni si impongono sull’ambientazione e sul protagonista di questo romanzo giallo.

Troppo generico sarebbe dire che la storia è ambientata a Mosca, ben più indicativo è aggiungervi quella data, il 1967, che la trasforma in un “cronotopo”: non è più la Mosca vertiginosa di Majakovskij, né quella oscura di Stalin, ma quella degli anni in cui Leonid Brežnev, dopo l’apertura e la destalinizzazione del periodo chruscioviano, aveva nuovamente “congelato” lo stato in lago stagnante, preparandolo a una guerra con gli Stati Uniti che per fortuna fu solo nelle intenzioni, uno stato in cui tuttavia le due rutilanti capitali si confondevano con nuove istanze. Non siamo più nell’epoca staliniana, cadenzata dal ritmo vertiginoso della costruzione, ma in una città ora più ferma, con tratti di decadenza, ma non meno solida e interessante di quella del passato: una città in cui vive la tradizione dei suoi luoghi sacri (il lettore noterà numerosi riferimenti al Maestro e Margherita, che fu allestito più volte alla Taganka a partire dal 1977), ma dove si potevano condurre più vite, come mostrano i personaggi della Venere di Taškent. Il duro lavoro, il lusso, la droga, il denaro, il pubblico sono elementi che ne facevano parte, non presupposti di un lontano mondo occidentale. Scavando negli archivi del Teatro Taganka (l’inaspettata sorpresa alla fine del romanzo ne è uno dei risultati), che proprio negli anni Sessanta era rinato grazie al genio avanguardista di Dupak e Ljubimov e al talento attoriale di Vysockij, Fredduzzi trova ispirazione per delineare un ambiente e dei personaggi connotati da grande originalità: non solo l’attrice giunta da lontano e catapultata in un mondo di fasti, ma anche il direttore del teatro Volodin, in aria di dissidenza, lo zelante e ruvido amministratore Sobolev e il critico Miller, intellettuale dalla doppia vita.

Su tutti emerge una nuova tipologia di tutore della legge, il commissario Kovalenko. Che non è un kegebešnik, un uomo di palazzo, non il poliziotto che sa perfettamente cosa fare, né il duro maschilista tutto alcol e sigarette a caccia di donne e proiettili. Lo stile sobrio misurato elegante di Fredduzzi, da cui si evince uno sguardo ammirato a Simenon e un’attenzione alle architetture di Bulgakov, fa emergere come un sasso tirato su un vetro il colpo di scena, ma soprattutto il ritratto di un uomo sostenuto dai dubbi, come è Kovalenko: “Si chiese se c’era ancora qualcosa che poteva fare. C’erano ancora esistenze la cui geografia sarebbe stata stravolta dalle conseguenze dirompenti degli eventi. Si sentì frantumato, distrutto: un agglomerato di pezzi di carne, nervi, tendini a mollo nel sangue. Non era più lui, quel Kovalenko ora se ne stava nascosto da qualche parte”. Accompagnato nel labirinto dei suoi fantasmi da una moglie molto presente (“Il seno sempre un porto accogliente nel quale affondare il viso e placare gli istinti. Le mani e la voce erano in contrasto con il carattere deciso e il corpo robusto”) eppure estremamente discreta, Kovalenko sembra alimentare con il destino dei derelitti di cui si deve occupare la propria quotidianità, fatta di questioni esistenziali e anche gesti molto simbolici, come il “tuffo nello specchio dorato” del boccale di birra. Non è un caso che lo “specchio” appaia in continuazione nella scrittura di Fredduzzi: è un segno del fatto che è nato un nuovo ispettore, ora più complesso, intimo, duplice, anche forse meno “straordinario” ma più autentico: attendiamo quindi che dopo questo risolva il prossimo caso!

Recensione a cura di Marco Caratozzolo, professore associato e docente di lingua e letteratura russa presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. È autore di studi sull’opera di Dostoevskij, sull’emigrazione russa in Francia dopo la Rivoluzione, sui rapporti tra Gramsci e il potere sovietico in Italia.

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