Dovlavtov I Libri Invisibili, incontro con il regista Aleksej German Jr

In occasione del Torino Film Festival, ospite della Fondazione Circolo dei Lettori, il regista Aleksej German Jr (Orso d’argento per il film “Under Electric Clouds” e Leone d’argento per il “Soldato di Carta”) racconta il suo nuovo film Dovlatov – I Libri Invisibili, l’anti-biopic sul celebre scrittore sovietico Sergej Dovlatov. Insieme al regista, durante l’incontro sono intervenuti Elena Okopnaya, Costume Designer e moglie del regista, vincitrice dell’Orso d’Argento 2018 per i costumi e la scenografia, Laura Salmon, traduttrice e curatrice delle opere di Dovlatov per Sellerio Editore, e lo scrittore, traduttore e blogger Paolo Nori.

Aleksej German Jr a Torino in occasione della 36° Edizione del Torino Film Festival, per presentare il suo nuovo film, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, e raccontare la quotidianità dello straordinario umorista sovietico: sei giorni affianco dell’ironico scrittore Sergej Dovlatov nella Leningrado degli anni 70, nello snervante groviglio di creatività febbricitante e le limitazioni della Russia Sovietica del položítel’no, delle oppressioni, delle speranze di una comunità artistica in cattività e di un’arte disconosciuta, rifugia tra i muri di affollate Kommunal’ka. 

Un anti-biopic per un anti-pisatel’

Trasporre la prosa di Dovlatov nel linguaggio cinematografico, spiega il regista, è praticamente impossibile. Così, Sergej German Jr apre l’incontro dedicato al suo film, definendo il discorso di Dovlatov così sfuggente da rendere di fatto irrealizzabile una sua trasposizione. Le opere di Dovlatov, la sua narrazione estremamente rarefatta, tra prosa e poesia, in cui muove leggiadra la sua vena umoristica, non potevano trasporsi in una semplice rassegna cronologica della sua vita, ciò ne avrebbe fatto un film pesante, in completo contrasto con il suo scrivere leggero, a volte telegrafico.

In Russia mi pare siano stati fatti parecchi tentativi di fare questo ma nessuno di essi è riuscito. Quindi a quel punto abbiamo deciso di girare un anti-biotic. Dal punto di vista della letteratura russa lui [Dovlatov] è un anti-scrittore. Nella letteratura classica russa lo scrittore doveva essere in grado di predicare. Dovlatov non faceva niente di tutto ciò. Quindi abbiamo pensato di non fare qualcosa di pesante, ma qualcosa che riguardasse la sua quotidianità, qualcosa di leggero come la sua prosa. E partendo da questo presupposto abbiamo iniziato a lavorare sulla sceneggiatura.

A differenza di un approccio letterario, didattico, al brillante e ironico scrittore, Dovlatov nel film è rappresentato nella sua più sincera umanità, nelle storie di chi lo conosceva, di chi gli era amico, come Josif Brodskij e Anton Kuznetsov, interpretati da Artur Beschastny e Anton Shagin. Lo scopo del film era quello di estrapolare dalla quotidianità, da alcuni momenti ed episodi della sua vita, l’immagine di un Dovlatov prima come uomo che come scrittore.

Al contrario degli studiosi di letteratura e dell’arte in generale, guardo a uno scrittore, così come a una persona che mi siede di fronte. E da quello che sento, da quel contatto, ho cercato di estrapolare i momenti della sua vita, nel qui e ora.

Ognuno ha il suo Dovlatov

Il film Dovlatov ha registrato in Russia incassi da capogiro, diventando il film più di successo degli ultimi trentanni. Tale successo, spiega il regista, non fa di questo un film commerciale, l’intento non era per niente questo. Il film, spiega German Jr, non è in alcun modo un film nato per accontentare: i motivi di tale successo sono invece lo scalpore e le polemiche che ha suscitato in Russia, forse perché non è stato rappresentato un Dovlatov in linea con le aspettative.

Decine di migliaia di persone mi odiano perché non abbiamo rappresentato Dovlatov come volevano. Altri, tante altre persone ci sostengono e supportano. I patrioti invece dicono che abbiamo rappresentato il paese in un modo un po’ sporco, perché siamo stati pagati dagli americani per farlo. I democratici che abbiamo rappresentato il paese in modo troppo edulcorato, bello, con i soldi del FSB [Servizi segreti]. I giornali patinati femminili ci hanno accusato del fatto che i personaggi secondari non fossero abbastanza belli. Alcuni giornalisti per qualche motivo hanno detto che il film fosse omofobo, altri che ci fossero troppi ebrei.
Il film non specula minimamente su tutto ciò, il problema è che ognuno ha il suo Dovlatov.

In questo momento Sergej Dovlatov è uno degli scrittori più importanti in Russia, su cui si scrive molto, in gran parte brutti libri, spiega il regista.Il suo successo esplosivo, giustificato sia dal fatto che per molto tempo non era stato pubblicato, sia perché la sua prosa è facilmente godibile, ne ha fatto un interlocutore molto vicino in Russia. Tuttavia, sono davvero in pochi ad aver capito di che fenomeno si tratti, e soprattutto a cogliere quel suo umorismo, l’ironia di Dovlatov e del suo “non ci resta che ridere”. All’estero il film è stato accolto molto positivamente dalla critica, aggiudicandosi l’Orso d’argento al Festival di Berlino, tuttavia, spiega il regista, in alcuni paesi è davvero difficile percepirne a pieno il senso, gli aspetti della cultura russa e del periodo sovietico in particolare.

In questo film ci sono molte connotazioni, specificità russe, che forse in Italia è più semplice cogliere, si capiscono meglio che in altri paesi. Ad esempio in Inghilterra è molto difficile riuscire a percepire queste caratteristiche. Ma è molto divertente, anche interessante, osservare tutto questo.

Il Dovlatov di German Jr

Un filo rosso unisce la storia del giovane scrittore appassionato di Hemingway a quella del regista e della sua famiglia. Il padre, il “maestro senza compromessi”, il regista Aleksej German, era anche lui un dissidente agli occhi del regime, a cui per anni hanno impedito di esprimersi, proprio come Dovlatov con la sua prosa. La famiglia del regista conosceva quella di Sergej, è stata proprio Katja Dovlatova a scrivere ad Aleksej German Jr spiegando che avrebbe voluto si facesse un film su suo padre, una trasposizione. Ciò accadde dieci anni fa, quando qui in Italia usciva un altro suo film “Il Soldato di Carta”, vincitore al Festival di Venezia del Leone d’Argento.

La storia della mia famiglia è molto simile. Volevo tornare in quella città, rincontrare quelle persone con cui sono cresciuto. Poiché mio padre nella sua dimensione più intima, profonda, aveva qualcosa di Dovlatov, assomigliava a Dovlatov. Con questo film abbiamo voluto trasmettere tutto il nostro rispetto alla memoria di tutte queste persone. Molti pensano a questo come un film politico, invece per noi è un film personale.

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Federico Lattante

Nato nel 1993 a Varese poi trapiantato in Salento. Ho conseguito una laurea triennale in Mediazione Linguistica all'Università di Bari e ora frequento il corso di laurea specialistica in Lingue per la Comunicazione Internazionale a Torino. Prima di innamorarmi della letteratura e della lingua russa, mi sono innamorato di Anna Karenina, che durante l'ultimo anno di liceo ha occupato un posto fisso sul mio banco.