Disimparate ad abituarvi

Ai tempi della crisi del teatro Dubrovka avevo quattro anni e quasi nulla mi è rimasto impresso nella memoria.

Tutto il terrore di quegli anni per me e per molti ragazzi della mia età è confluito in un unico vago ricordo. L’11 settembre, il “Nord-Ost”*, gli attacchi terroristici nella regione di Stavropol’*,  inondavano come un fiume in piena lo schermo della mia televisione cinese e c’era talmente tanto materiale che le notizie riguardanti esplosioni di bombe e sequestri di ostaggi cominciarono ad essere percepite come un infinito film sulla morte delle persone. Di altre persone. Mamma guardava tutto questo e spesso scappava all’improvviso in cucina del nostro appartamento e ci restava per molto tempo, mentre io, abbracciando il cane, mi addormentavo tranquillamente al suono del televisore.

Queste scene mi accompagnano fin dalla nascita. Per questo adesso non ho paura, per questo non ho pianto dopo le stragi di Volgograd e Pietroburgo*, per questo i miei coetanei creano meme su Kerč* su VKontakte. Noi non abbiamo disimparato la compassione nei confronti delle vittime di attentati. Semplicemente non siamo mai stati capacidi provare compassione.

A scuola ci hanno parlato della crisi del teatro Dubrovka solo una volta, quando studiavamo la Cecenia. Ci fu detto che i ribelli che avevano preso in ostaggio 912 persone erano separatisti ceceni. Ci raccontarono che durante l’assalto morirono 130 ostaggi. Ma non dissero di chi fosse la colpa e perché dovessimo ricordare quest’evento.

Il 26 ottobre del 2018 vado al Dubrovka: in redazione ho saputo che già da 16 anni si celebra, una volta l’anno, un evento commemorativo di fronte all’edificio in cui è avvenuta la strage. Ci vado per parlare con chi l’ha vissuta, per capire, dopo 16 anni, cos’è realmente successo in quei giorni e come si vive dopo quei fatti.

Attraverso il metal detector passando accanto a un poliziotto sorridente, in piedi su scarpe alte e con labbra color vermiglio. Alla mia sinistra si trova il monumento alle vittime del terrorismo: tre cicogne bronzee che si accingono a spiccare il volo verso il grigio cielo ottobrino; alla mia destra invece il nuovo tempio dedicato a Cirillo e Metodio, bianco come la neve. Gli occhi dei defunti mi guardano dalla grigia parete del teatro. Il cartellone con i loro volti è qui da dieci anni. Qualcuno ha un’espressione seria, qualcun altro ride, la maggior parte accenna un sorriso. Non si somigliano per niente eppure adesso mi appaiono come membri di una stessa famiglia.

La gente che arriva si dirige quasi subito in massa verso le foto e si ferma per un po’ di fronte a tre file di candele accese che risplendono dentro delle lanterne. Quest’ultime sono disposte in linea retta sugli scalini del teatro e il loro numero coincide conquello dei morti dell’attentato. Noto una donna anziana che, con delicatezza, sfila da un sacchetto di plastica il ritratto di una ragazza e lo appoggia silenziosamente in mezzo alle lanterne. Alla fine della manifestazione lo riprenderà e lo riporrà nuovamente nel sacchetto.

 Io nel frattempo ricostruisco nella mia testa la storia della tragedia, mettendo insieme pezzi di racconti di chi l’ha vissuta. Semplicemente chiedo alla gente cosa dovrei sapere del “Nord-Ost”, e loro rispondono.

Parlo con i parenti di ElenaAleksandrovna Jakubenko. La sorella gemella, il figlio, la figlia (sul cuipetto sta appesa una vecchia spilla con scritto “No al terrorismo”) e il nipote, che lei non ha avuto il tempo di conoscere. Adesso di fronte a Elena Aleksandrovna, la cui foto si trova sulla parte destra del cartellone, stanno isuoi sei nipoti, nessuno dei quali l’ha mai vista, nonostante lei da tempo desiderasse diventare nonna.

Il 19 ottobre del 2002 Elena Aleksandrovna aveva compiuto quarantasei anni. I parenti le regalarono un biglietto per un musical.

“Lei chiamò da lì. Chiamò e disse: “custodite i miei bambini. La loro vita continuerà, andranno a scuola e giocheranno nei parchi. Poi avvenne la strage di Beslan*”, racconta in modo confuso la sorella della vittima.

I figli di Elena Aleksandrovna si appostarono davanti al teatro fin dai primi minutidell’assalto. Per tre giorni fecero avanti e indietro con un cartello conscritto “Stop alla guerra in Cecenia”. Elena Alersandrovna aveva chiesto lorodi scrivere quella frase, pensando che sarebbe servito. Successivamentepassarono altri tre giorni vicino al politecnico, dove le autorità avevanoorganizzato un punto di ritrovo per i parenti degli ostaggi. Firmavano carte peril riconoscimento degli ostaggi e cercavano la loro mamma per gli ospedali, masenza successo. Il vecchio padre di Elena Aleksandrovna morì di infarto.

La crisi del teatro Dubrovka costò la vita non solo a quelle 130 persone. Tra la gente che si è riunita per ricordare la tragedia noto un ometto gracile con gli occhiali. Si aggira tra I vari gruppetti parlando a bassa voce con diverse persone. Il suo viso si contorce, gli occhi sono cerulei. Si chiama Sergej Ivanovic Gudnickij e fu uno degli ostaggi: sedeva con le nipoti in prima fila. Sopravvisserotutti.

Quando gli dico che scrivo per “Novaja Gazeta” l’anziano signore ricorda con amarezza quella volta in cui passeggiando per Mosca, si trovò faccia a faccia con Anna Politkovskaja* e ne fu così sorpreso che non riuscì nemmeno a ringraziarla per aver contribuitoalla loro salvezza.

Mi racconta poi come hatentato di persuadere il terrorista Baraev* a liberare le sue nipoti: “Io ho servito nell’esercito per molti anni, nel reggimento del generale Dudaev*, aTarta (Estonia). Sapevo quindi come ragionano e avevamo anche delle conoscenze in comune. Tentai di parlare con Movsar, ponendo l’accento sul fatto che erostato un soldato di Dudaev, per fare in modo che lasciasse andare le mie bambine. Movsar rispose che da loro le persone di quell’età erano già considerate adulte e non le liberò. Per fortuna siamo tutti piccoli, io e leragazze, visto che al momento dell’attacco ci hanno semplicemente preso per le spalle e portato fuori”.

Dalle colonne della piazza incemento di fronte al teatro risuonano delle canzoni in pseudolatino. Il conduttore dell’evento si avvicina al microfono. Berretto, jeans, giacca dipelle, baffi e, anche lui, occhi cerulei. Per prima cosa invita I giornalisti ad avere umanità. Oggi il loro numero supera quasi quello delle persone venutea commemorare le vittime.

Dalle colonne rimbombano inomi e l’età delle vittime dell’attentato. Sento i cognomi di dieci bambini. I minuti di silenzio sono spaventosi. Nel momento in cui centotrenta palloncini bianchi volano verso il cielo io guardo per terra.

 Il conduttore dell’evento sichiama Dmitrij Eduardovic Milovidov, è membro del consiglio direttivodell’organizzazione “Nord-Ost”. Durante l’attentato gli uccisero la figlia quattordicenne, Nina Milovidova.

 Dopo la messa celebrata difronte alla lastra con I nomi dei defunti, gli chiedo perché all’evento commemorativo partecipano in così pochi: oggi c’erano all’incirca 150 persone.

“La gente se n’è andata”,risponde. “È andata in un mondo migliore. Le madri e i padri con i propri figli. E sul perché I funzionari statali non si presentino, non è noi che dovete interrogare. Come diceva Makarevic: voi siete i giornalisti, indagate! Andate da loro e chiedete perché provano a dimenticare questo evento e a chi giova un atteggiamento simile. Noi siamo rimasti in pochi, ciononostante ogni anno ci riuniamo in questo stesso luogo e ricordiamo alle autorità che siamo pronti ad andare fino in fondo per sapere la verità. Punto.

Dobbiamo rispondere da soli auna domanda: cos’è questo stato, un mostro che ha divorato i nostri cari o,come ha detto la corte europea dei diritti umani, è stato solo colpa di una serie di circostanze avverse?”.

Noto una donna sui quarantacinque anni, con una giacca grigia e un’ampia sciarpa. Mi avvicino a lei.

“Novaja Gazeta?”, mi chiede. “A Novaja racconto tutto. Figlia. Tredici anni. Frolova Dasa. Io sono Tatjana Frolova. Quando ho scoperto dell’attentato, sulla mano di mia figlia c’era unascritta: noi non moriremo, ma basta con la guerra. E non lo dico per fare scena. Mia figlia era andata a teatro con la scuola ed è stata l’unica della classe a rimanere uccisa. Non è vero che li hanno salvati. Si, hanno scrittonel rapporto che l’operazione era stata eseguita con successo. Sono usciti dall’edificio e hanno detto che andava tutto bene, che l’operazione era stata eseguita e di recarci all’ospedale numero tredici. Siamo andati. Per mezza giornata ho cercato mia figlia. Poi l’ho trovata… Non ne parlo volentieri. L’unica cosa che mi ricordo è che c’era un ragazzo di più o meno diciannove anni,l’infermiere dell’obitorio… Mi hanno portata da mia figlia, l’ho guardata eho chiesto cosa fosse successo. Lui, in lacrime, mi ha risposto di perdonarloma che non ne sapeva niente. Ecco, quest’episodio lo ricordo bene. Il resto èavvolto nell’oblio. Racconto in modo troppo confuso forse, sono sempre confusa il 26 del mese”.

In molti mi hanno detto chela tragedia non si è ancora conclusa. Che finché coloro che nel 2002 hanno respirato quel “gas sconosciuto” continueranno a morire per avvelenamento, latragedia non può considerarsi conclusa. E ancora, mi è stato detto che i colpevoli saranno puniti perché “la vita rimette tutto al suo posto”. Ed è questo ciò in cui credono le vittime della strage.

  •  *La crisi del teatro Dubrovka viene anche chiamata “Nord-ost”, dal nome della performance che avrebbe dovuto essere messa in atto il giorno dell’assalto.
  • *5 dicembre 2003, esplode unabomba su un treno diretto a Mineralnye Vody, al confine con la Cecenia (regionedi Stavropol’). L’attentato viene rivendicato dal separatista ceceno Basaev. Successivamente si verifica una nuova esplosione nella repubblica Karacievo-Circassa. Il bilancio degli attentati si aggira attorno a una cinquantina di morti e centosessanta feriti.
  • *21 dicembre 2013, una kamikaze si fa esplodere in un autobus a Volgograd uccidendo sei studenti;
  • 3 aprile 2017, un ordigno esplode nella metro di San Pietroburgo: il bilancio è di 14 morti e 47 feriti.
  • *L’autore si riferisce alla strage che ha recentemente (18 ottobre 2018) colpito il politecnico di Kerc’,città della Crimea, in cui uno studente si è fatto esplodere togliendo la vita ad altre venti persone.
  • *1-3 settembre 2004, trentadue terroristi tra cui jihadisti e separatisti ceceni, prendono d’assalto la scuola Numero 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord. L’occupazione durerà tre giorni e si concluderà con l’irruzione nell’edificio delle forze speciali russee un massacro il cui numero di vittime si aggira attorno alle trecento persone (fra i quali molti bambini).
  • *Anna Politkovskaja fu una giornalista di Novaja Gazeta. Si interessò moltissimo alla situazione della Cecenia e prese parte alle trattative con i ribelli durante la presa del teatro Dubrovka. Fu uccisa nel 2006.
  • *Movsar Baraev fu unguerrigliero e separatista ceceno.
  • *Dzokhar Dudaev fu un militare e politico russo. Dapprima generale dell’aviazione dell’Unione Sovietica, diventò in seguito primo presidente della Repubblica Popolare Cecena.

FONTE: novayagazeta.ru ,  27/10/2018 – di Artem Raspopov, Traduzione di Martina Greco

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