Recensione di “Che fare?” di Nikolaj Černyševskij

“Bologna, 1987. Festa de l’Unità Nazionale.

Utopia, ideali, realtà, Amore sono una domanda, un “che fare?” nella vita di tantissime persone. Si possono scoprire ed esprimere in ogni situazione, in ogni momento. È sufficiente una Festa ricca di questi valori; in un pensiero, in un bacio e in una carezza, in un libro… Ma soprattutto nell’amore di una donna e di un uomo.

Un abbraccio forte, Luigi”.

Orgogliosamente conservato nella biblioteca di casa, il primo contatto che ho con questo romanzo è attraverso le parole di mio padre che in poche righe aveva identificato i nodi essenziali, nonché alcuni dei punti focali del pensiero politico di Černyševskij. Scritto durante il periodo di prigionia e inizialmente circolato attraverso copie clandestine, l’autore imposta il suo romanzo attorno ad un tema che non solo è di sorprendente attualità, ma anche di spiccata modernità per la Russia zarista: il rapporto uomo-donna.

La copertina della prima edizione di “Che fare?”, 1867

Su quest’ultimo, infatti, si fondano tutte le convenzioni sociali e i pregiudizi dell’epoca, messe a nudo e criticate durante il romanzo dal dirigente della prima generazione di rivoluzionari: la sottomissione della donna, il problema dell’uguaglianza tra i sessi, il matrimonio come una straziante agonia e costrizione. Ed è proprio a causa di un matrimonio forzato che Lopuchov, studente di medicina “al quale è dato di non morir dal freddo e dalla fame”, aiuta la protagonista Vera Pavlovna a trovare unavia di fuga da un destino di prigionia con un uomo che non ama. Inizialmente le cerca un’occupazione ed infine decidono di sposarsi, ma non più allegra e spensierata sarà la sua vita con Lopuchov.

Nonostante il lettore possa ammirare l’evoluzione di Vera da oggetto passivo a soggetto cosciente, l’intrepida eroina è ancora profondamente ancorata alle convenzioni del suo tempo: si strugge quando capisce di essersi innamorata del medico Kirsanov, amico di suo marito, perché si sente in dovere di amare Lopuchov, rimanendo quindi sottomessa ad un marito che considera suo liberatore. Effettivamente lo è, perché decide spontaneamente di rimanere legata a lui, poiché Lopuchov non prova che un sentimento di amicizia nei suoi confrontiAvendo capito che sia l’amico, sia Vera soffrono, deciderà alla fine del romanzo di permettere loro di vivere il loro amore, autentico e puro, basato sull’uguaglianza tra uomo e donna:

Riconosciuta la parità dei due sessi, l’uomo non considera più la donna come una sua proprietà. Si amano l’un l’altro, perché così vogliono; e dato che ella non voglia, nessun diritto ha l’uomo di violentare la libertà”.

Queste parole vengono direttamente da uno dei continui sogni di Vera, che sono una delle particolarità stilistiche dell’opera. All’interno di queste visioni convulse ma significative, si percepisce un netto contrasto tra la società presente dell’impero zarista e la strada che l’umanità prenderà, rappresentata dall’arzilla ragazza. L’eroina del romanzo non solo capisce che dovrà impegnarsi per liberare anche le altre donne dal giogo dell’oppressione in ogni settore della vita, ma intuisce la necessità di una nuova organizzazione del lavoro. Ecco quindi l’altro caposaldo del romanzo e punto cruciale dell’azione del futuro partito bolscevico: il lavoro, concepito in una dimensione cooperativa e fondato sulla ridistribuzione equa di profitti. Con questi presupposti Vera decide di aprire la sua prima sartoria, interamente gestita da donne, di cui lei non è il padrone dispotico, ma un’umile operaia che collabora alla crescita sia produttiva che morale di sé e delle altre lavoratrici:

Voi sapete che le passioni sono varie: […] e ciascuno per la sua passione è pronto a rovinarsi, e spesso si rovina, senza che alcuno ne stupisca. La passione ha dunque più valore del denaro. Ora la mia passione è questa, di provarmi a lavorare con voi; e son più che ricompensata dal solo fatto che non ne cavo un compenso. Niente di strano, secondo me: chi è che riscuote una rendita dalle sue passioni? La gente buona e illuminata ha scritto molto per dire come s’ha da vivere perché tutti si viva bene: e il punto capitale, a loro modo di vedere, è l’organizzazione nuova del lavoro”.

Ma di tutta questa storia, cosa vuole lasciare Černyševskij al suo pubblico? Cosa vuole trasmettere ai lettori contemporanei, che sembrano in maggioranza essere estranei all’impegno politico?

Il “Che fare?” è stato considerato come il caposaldo della formazione politica dei rivoluzionari che avrebbero soppiantato il vecchio e putrido sistema zarista con la società socialista. Lo stesso Lenin decise, per rimarcare il suo legame con Černyševskij, di utilizzare lo stesso titolo per una delle sue opere più importanti sull’impostazione del partito rivoluzionario. Ed è proprio questo che Černyševskij si propone di fare qui: descrivere un uomo diverso, nuovo, appartenente a quella generazione futura che vivrà all’insegna della giustizia sociale e dell’uguaglianza economica. I personaggi di Vera, Lopuchov e Kirsanov sono mossi da grande tenacia e forza d’animo, che nulla e nessuno potrà scalfire, e lavorano ogni giorno per migliorare sé e gli altri, ragionando il più razionalmente possibile sui comportamenti da attuare in ogni circostanza.

Non tanto, quindi, il romanzo di Černyševskij è legato a meriti letterari, ma piuttosto è degno di nota perché pone una problematica primaria da sradicare: la liberazione della donna come passo fondamentale per l’emancipazione di tutti i popoli della terra e per la creazione di una società di uguali. Tuttavia, l’opera non è del tutto priva di innovazione narrativa, come dimostrano le continue digressioni dell’autore per commentare i fatti o gli stessi sogni di Vera, che troncano la narrazione principale rendendo il racconto più dinamico e vario. Sicuramente questo rivoluzionario di professione non eguaglia l’eterno tormento dell’anima dostoevskiana o la colorata vivacità della parola di Gogol’, ma ricorda al suo pubblico una questione scottante, che fa dibattere ancora nel XXI secolo.

Nikolaj Gavrilovič Černyševskij

Il titolo è una domanda, ma la risposta per Černyševskij è chiara: sciacquare via il marciume di un mondo arcaico e retrogrado attraverso una rivoluzione, nonostante non ci sia mai un riferimento esplicito alle sue posizioni politiche ma si accenni solo ad un sistema o un mondo nuovo in generale. Un romanzo dal sapore profetico? Probabilmente sì, visto che i livelli di emancipazione della donna raggiunti ai tempi dell’Unione Sovietica erano ben più alti di quelli di oggi, nel regno (dis)incantato della globalizzazione e della democrazia.

Recensione a cura di Elena Barozzi

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