Il turismo ai tempi dell’Urss

Nell’immaginario collettivo di oggi l’Urss viene visto come un Paese totalmente chiuso su se stesso e privo di contatti con il resto del mondo, in particolare con i Paesi capitalisti. Ma questo non è del tutto vero. Incuriosita dal tema del turismo in Unione Sovietica ho cominciato a documentarmi sull’argomento scoprendo dei fatti molto interessanti. Il regime sovietico incoraggiava il turismo fin dai tempi di Stalin, sia per motivi di propaganda che per ragioni puramente economiche pur ponendo dei limiti dovuti alla sua particolare situazione politica. Difatti, per ottenere l’accesso bisognava sottostare alle sue strette regole, ma anche questo faceva parte del gioco e forse per gli stranieri aggiungeva un tocco di fascino all’avventura.

Nonostante il nome la cortina di ferro non era invalicabile, ma per aprirne le porte senza troppe difficoltà era necessario l’acquisto di uno dei tour organizzati dall’agenzia Inturist che, bisogna rendergliene atto, offriva itinerari per tutti i gusti. Dalle mete più ambite quali Mosca e Leningrado alle località balneari del mar Nero e della Georgia, dall’antica storia dell’Uzbekistan fino alla popolare tratta ferroviaria della Transiberiana e alle battute di caccia per appassionati. Lo stesso popolarissimo itinerario dell’Anello d’oro intorno a Mosca deve la sua fama proprio a un’idea partorita dall’Inturist. Si chiamava allora “Antica Rus'”.

Ottenuto quindi il visto e scelto un mezzo di trasporto tra nave, treno e aereo, restava solo da passare il controllo passaporti prima di iniziare l’avventura. Era un momento temuto da tanti, data la scarsa simpatia della polizia di frontiera menzionata in varie guide turistiche dell’epoca e la possibile durata estenuante dell’operazione. Ma non era solo la fredda accoglienza a far paura. Era sempre possibile essere i prescelti per il controllo “a campione” del bagaglio e nel caso si trasportassero oggetti illegali il benvenuto non era dei migliori. Era vietato portare in Urss riviste e libri, materiale pornografico, oggetti religiosi e destavano particolari sospetti anche taccuini con indirizzi e numeri di telefono sovietici e ancora jeans in grandi quantitativi e capi d’abbigliamento del sesso opposto. Tali articoli infatti potevano essere venduti o utilizzati come merci di scambio.

Se tutto filava liscio, ecco aprirsi le porte e trovare pronti ad accoglierci i rappresentati dell’Inturist. Ma cos’era esattamente questo Inturist? Era una – o piuttosto “la” – agenzia turistica che si è occupata dagli anni ‘20 fino alla caduta dell’Unione Sovietica dell’ingresso e dell’uscita di cittadini stranieri e sovietici. Tale agenzia, che aveva praticamente il monopolio su tutto il territorio nazionale e dipendeva dagli organi di sicurezza statali, organizzava i suoi viaggi senza lasciare nulla al caso: pernottamenti, ristoranti, bus, niente era in mano alla libera scelta del turista. Il tempo era scrupolosamente scandito da varie escursioni mattina e sera, pranzi e cene in locali prenotati in anticipo e serate a teatro o concerti. Qualunque richiesta fuori programma o semplicemente “scomoda” non poteva purtroppo proprio quel giorno essere soddisfatta. Non era vietato andare in giro da soli nei momenti liberi, ma di fatto il tempo per farlo scarseggiava. Neanche viaggiare in macchina era proibito, ma chi voleva cimentarsi in tale avventura doveva rispettare una serie di regole, tra qui seguire alla lettera l’itinerario fornito dall’Inturist, percorrere un numero limitato di km al giorno e mai viaggiare di notte. Anche in questo caso i pernottamenti venivano organizzati dall’agenzia e pagati prima della partenza.

La ragione di tutte queste regole si intuisce facilmente: era necessario limitare il più possibile, senza che la cosa risultasse evidente, la circolazione incontrollata degli stranieri sul territorio ed evitare che questi avessero contatti diretti con i suoi abitanti per fugare il rischio che intrattenessero rapporti interpersonali o si facessero un’idea autonoma della vita nel Paese. 

Su questo tema alcune guide turistiche consigliavano di usare accortezza se ci si voleva ritagliare più tempo libero, cosa che comunque con un po’ di intraprendenza non era impossibile. Per chiamare eventuali amici sovietici e fissare incontri era meglio utilizzare telefoni pubblici, in quanto quelli dell’hotel potevano essere controllati e non dimenticarsi che i responsabili del piano potevano essere pronti a fare segnalazioni nel caso notassero movimenti e uscite sospetti.

Che si fosse visitatori singoli o un gruppo organizzato, l’Inturist forniva una guida-interprete. Avvalersi di tale servizio era un fattore imprescindibile e obbligatorio per chi voleva recarsi come turista in Unione Sovietica, anche per coloro che il russo lo padroneggiavano già perfettamente e non necessitavano di alcun accompagnatore. Le guide infatti svolgevano un importante compito di propaganda comunista e le competenze loro richieste non si limitavano a una buona conoscenza delle lingue straniere e dei luoghi di interesse. Era l’Inturist stesso a formare i propri accompagnatori in modo che questi avessero prima di tutto una forte preparazione ideologica, in modo da apparire convincenti sostenitori del modello socialista e vantarne entusiasticamente i traguardi raggiunti. Buona parte dei tour, orientati per scelta di partito più verso il futuro che verso il passato, era infatti dedicata alla storia contemporanea e spesso prevedeva la visita di stadi, fabbriche e altre realizzazioni ingegneristiche sovietiche (non di rado solo dall’esterno, dato che l’interno poteva apparire molto meno grandioso).

Ulteriore responsabilità delle guide era di tenere sotto controllo gli stranieri affidatigli facendo in modo che non si allontanassero dal gruppo o che scattassero fotografie a mendicanti, bambini di strada, edifici fatiscenti. E come se questo non fosse ancora abbastanza, avevano anche l’annoso compito di prepararsi alle possibili curiosità o dubbi sulla vita in Urss espressi dai visitatori e fornire sempre una risposta ideologicamente corretta. Non si poteva mai essere certi che i turisti non fossero in realtà dei provocatori pronti a fare domande tendenziose o a richiedere – orrore! – il parere personale dell’accompagnatore. Possibili allusioni negative potevano variare a seconda che il visitatore venisse da un paese socialista o capitalista e in base alla specificità nazionale. Anche su questo l’Inturist non si lasciava cogliere impreparato. A rendere la vita più semplice a queste povere guide fu l’uscita del libro “Urss, 100 domande e risposte” (CCCР 100 вопросов и ответов, 1977), vademecum di tutti i possibili quesiti degli stranieri, divisi per categorie, e le relative argomentazioni per metterli a tacere senza smettere di fare propaganda.

Arrivato il momento dei saluti, i turisti si trovavano di nuovo alle prese con le formalità doganali cercando forse questa volta di esportare beni vietati come oggetti d’antiquariato, musica o caviale del mercato nero (quest’ultimo acquistabile legalmente nei negozi in valuta straniera Berezka in piccole e costose confezioni).  La guida invece doveva recarsi in sede a scrivere un commento sulla visita in un apposito quaderno. In cima alla pagina corrispondente erano già indicate le generalità, lo scopo della visita e l’itinerario dei partecipanti. Il quaderno contava in tutto 48 pagine rilegate in modo tale che non fosse possibile strapparne una senza che questo si notasse. Vi si descrivevano il comportamento degli ospiti stranieri, le domande poste, le reazioni e il tentativo o meno di screditare l’Unione Sovietica.

A tanto impegno si aggiungevano anche tante rinunce: era assolutamente vietato, pena il licenziamento, accettare regali dai turisti, incontrarli fuori dall’orario di lavoro, invitarli a casa propria o permettergli di entrare in una casa sovietica, intrattenere con loro rapporti epistolari. Se questi insistevano nel chiedere l’indirizzo, la guida era obbligata a fornire quello della sede ufficiale dell’Inturist. Regali e lettere poi pervenuti dall’estero venivano controllati da chi di dovere e mai recapitati al destinatario. Ovviamente c’era chi sgarrava, ma in generale molti preferivano non rischiare la perdita di un posto tanto prestigioso che assicurava almeno un contatto, per quanto blando, con l’estero. Tra gli altri benefici, si dice ci fosse il 50% di sconto su vestiti e scarpe di produzione straniera. Perché l’Urss facesse bella mostra di sé, infatti, i suoi collaboratori dovevano sempre essere ben vestiti e di bell’aspetto.

Ci ha pensato per fortuna il cantante francese Gilbert Bécaut a rendere onore al duro lavoro e alla bellezza delle guide dell’Inturist dedicandogli, proprio dopo una tournée negli anni ‘60 in Unione Sovietica, la canzone “Nathalie”, romantica quanto inverosimile storia d’amore tra l’artista e la sua interprete.

Piccola curiosità: l’oggi rinomato “café Puškin” di cui si parla nella canzone all’epoca non esisteva, fu inventato dall’autore perché facesse rima con “la tomba di Lenin”. Data la fama del brano da quel momento i francesi in visita a Mosca iniziarono invano a cercare il locale finché qualcuno non ebbe l’idea di aprirlo davvero.

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com