«Nel Consiglio d’Europa la Russia si comporta come Stalin ai tempi della Rivolta di Varsavia». Pavel Čikov interviene sulla realtà della Ruxit

Una sorta di flusso di reclami dalla Russia paralizzò l’attività della CEDU, e sul vantaggio o meno che questo possa rappresentare per Mosca e sui motivi per cui con L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) non si riesca a raggiungere accordi per via informale, il presidente dell’Associazione Internazionale dei Diritti dell’uomo «Agora» Pavel Čikov commenta le dichiarazioni sempre più insistenti dei politici russi sull’uscita dal Consiglio d’Europa.

«Agora» in Europa

Noi, «Agora», negli ultimi anni lavoriamo attivamente con la Corte europea dei diritti dell’uomo. Certamente, una parte considerevole del lavoro è legata alla stesura e alla direzione dei reclami, con risposte alla posizione delle autorità e con qualsiasi commento. Ma questo crea nel suo complesso le condizioni per diversi generi di contatti, sia all’interno del Consiglio d’Europa, sia con altri giuristi che lavorano con la CEDU. In parole povere abbiamo qualche idea su come sia lì l’organizzazione, tuttavia siamo interessati a capirlo a fondo, perché se si ha il polso della situazione, si riesce a lavorare in modo più efficace. Dunque, qualsiasi informazione sui cambiamenti che accadono all’interno, per non parlare di tutti quei discorsi sulla possibile uscita della Russia dal Consiglio d’Europa, e di conseguenza la cessazione della giurisdizione della Corte europea sulla Russia, rappresentano per noi dei fattori di rilevanza pratica. Ciò riguarda in modo elementare persino le questioni manageriali: io, in quanto direttore di «Agora», devo calcolare e sviluppare la direzione legata alla Corte europea dei diritti dell’uomo, oppure no? Per poterlo fare è necessario capire quanto probabile sia l’uscita della Russia dal Consiglio d’Europa. Questa, quindi, per me non è una questione effimera di tipo socio politico o di diritto internazionale, ma è invece una questione del tutto pratica. Questo è il primo punto.

Il secondo punto riguarda il fatto che quest’anno fu inaugurato il consiglio di esperti delle organizzazioni non governative nel Consiglio d’Europa. Che cos’è? Nella struttura del Consiglio d’Europa c’è la Conferenza delle organizzazioni internazionali non governative (OING). Si tratta, probabilmente, della struttura meno conosciuta del Consiglio d’Europa, di cui fanno parte i rappresentanti della società civile. Può diventare membro della Conferenza OING qualsiasi ONG, che dispone di una rappresentanza in più di cinque paesi. Si riuniscono un paio di volte all’anno, e discutono la situazione con la società civile. Presso questa conferenza c’è un consiglio di esperti, lo stesso organo analitico ausiliario del Consiglio d’Europa, composto da giuristi, e che viene reclutato per due anni. Attualmente il consiglio è diretto dal noto avvocato inglese Jeremy McBride. Quest’estate ci fu il reclutamento per i prossimi due anni; vi parteciparono 150 candidati, di cui ne furono selezionati 15. Io sono l’unico rappresentante della Russia.

Come è strutturato il Consiglio d’Europa

La struttura del Consiglio d’Europa comprende diversi organi. C’è un Segretario generale, il norvegese Thorbjørn Jagland, il cui mandato scadrà tra un anno e mezzo, e anche questo è di fondamentale importanza. Il secondo e più importante organo è il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che comprende i rappresentanti di tutti gli stati-membri. Il Comitato non solo monitora la realizzazione delle decisioni della CEDU, ma soprattutto è una piattaforma di base, dove nascono le idee e dove vengono prese decisioni. Esiste, poi, l’organo più conflittuale, ovvero l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’APCE, che è composto dai rappresentanti dei parlamenti.

Possiamo ricordare le notizie di dieci anni fa, quando l’APCE è stata pesantemente descritta dai mass media russi in chiave estremamente negativa. Sicuramente è accaduto persino prima, nel 1996. È cominciato ai tempi della guerra in Cecenia. La Russia in realtà è diventata membro del Consiglio d’Europa nel bel mezzo della Prima guerra cecena. Gli europei hanno partecipato attivamente proprio alla Prima guerra cecena. Tutti noi ricordiamo quanti funzionari europei sono andati in Cecenia a incontrare i funzionari di stati ceceni. L’APCE, quindi, è l’organo più scandaloso agli occhi dei russi, il quale tuttavia non ha una grande influenza sulla politica interna del Consiglio d’Europa.

Ma nelle competenze dell’APCE sono comprese diverse decisioni chiave, incluse, per esempio, le elezioni del segretario generale, del commissario dei diritti umani e la nomina dei giudici dell’APCE, che è il terzo organo del Consiglio e il più conosciuto.

La Russia come debitore e la crisi della CEDU

La Russia non paga interamente i contributi al Consiglio d’Europa. Il bilancio comune del Consiglio d’Europa nel 2018 è di 446 474 200 €. Il bilancio viene formato principalmente grazie ai contributi degli stati membri. I contributi vengono pagati secondo la formula che prende in considerazione la popolazione e il PIL. I contributori principali sono la Francia, la Germania, l’Italia, la Federazione Russa il Regno Unito, che pagano pari contributi al budget comune, garantendo circa il 57% del totale.

La Russia, quindi, deve pagare un contributo annuale di circa 22 milioni di euro. Nell’estate 2017 le autorità comunicarono al Consiglio d’Europa, che avrebbero sospeso i pagamenti. Ad oggi la Russia è il debitore principale. Ciò mina in modo considerevole il budget, in quanto dalla Russia arriva un’enorme quantità di reclami. Nel segretariato della CEDU la sezione russa è la più grande, composta principalmente da giuristi che siedono al bilancio. Corrono voci su un cambiamento della struttura dei contributi, ma la cosa interessante, è che i rappresentanti di alcuni paesi sono pronti ad aumentare il proprio contributo, ma solo nel caso in cui la Russia lasciasse il Consiglio d’Europa.

Molto interessante, non è vero? In parole povere, noi, liberali russi, partiamo dalla presunzione che l’Occidente voglia lasciare a qualsiasi prezzo la Russia nel Consiglio d’Europa Ma, innanzitutto,l’Occidente è molto vario. In Europa ci sono regimi molto conservatori, e alcuni di essi portano avanti questa posizione: siamo pronti ad aumentare il finanziamento del Consiglio d’Europa, ma solo se, o nel caso in cui, o quando la Russia cesserà di essere membro del Consiglio d’Europa. Non so a che punto questo sia ufficiale, ma questi discorsi esistono.

In secondo luogo, c’è un’altra via alternativa per il rifinanziamento del bilancio del Consiglio d’Europa, ovvero attraverso donazioni volontarie degli stati. Questa via viene utilizzata abbastanza attivamente; per esempio dalla Norvegia e dai Paesi Bassi, che su base volontaria emettono decine di milioni di euro al Consiglio d’Europa. Sostanzialmente, a questi stati dobbiamo il fatto che finora il Consiglio d’Europa stia gestendo la situazione.

A tal proposito risulta abbastanza chiaro, che è improbabile che escludano la Russia dal Consiglio d’Europa per il fatto che non paga i contributi, può sembrare strano, ma non escludono gli stati per questo motivo. Tuttavia, la situazione del bilancio del Consiglio d’Europa è realmente vicina alla catastrofe.

C’è una grande e complicata situazione nella CEDU. Una delle conseguenze del sequestro del bilancio nel Consiglio d’Europa furono i tagli dell’apparato della CEDU per il continuo aumento delle sollecitazioni. Ecco come si presenta: è in atto un flusso di reclami, che comprendono la Russia, la Turchia, l’Ucraina e l’Italia, i quali garantiscono la gran parte dei reclami nella CEDU. Voi difficilmente troverete alla base anche solo qualche soluzione per la maggior parte dei paesi del Consiglio d’Europa entro i prossimi anni. Di conseguenza il risultato è che la maggior parte dei paesi del Consiglio d’Europa pagano il lavoro per le denunce di tre o quattro paesi, inclusa la Russia.

E quindi, è in corso un flusso di reclami. Esso accede al segretariato, dove studiano i reclami e arriva fino alla registrazione nella cosiddetta sezione di filtrazione, dove preparano per ogni reclamo un breve summary, che viene presentato da solo al giudice. Tra i giudici c’è un turno. Sono in servizio giudici di diversi paesi, per esempio, per quanto riguarda la Russia. Il giudice esamina in un mese 700-800 reclami dalla Russia e risolve la questione, o il reclamo è evidentemente inaccettabile, oppure bisogna registrarlo. Immaginate: un carico di 800 cause per giudice! è questo il carico per qualsiasi giudice di pace dell’area di tre stazioni ferroviarie di Mosca! È proprio un carico completamente folle. Di conseguenza il segretariato è al limite.

Ora immaginatevi questa scena. La Corte europea sui casi della Russia evidenzia qualche problema sistemico. Per esempio il problema legato al lontano sconto della pena dei detenuti. Ovvero quando inviano una persona da una certa regione a scontare una pena a tre, quattro o cinquemila chilometri da casa. Non appena la CEDU adottò una risoluzione, nella quale veniva riconosciuto che tale pratica violava la Convenzione (la Convenzione europea dei diritti umani – M3), alla Corte sono accorsi migliaia di ricorrenti dalla Russia. Migliaia. Questo semplicemente aprì un portale, letteralmente. Fu una rottura. Lo stesso accadde quando la Corte riconobbe la detenzione prolungata come non conforme alla Convenzione: in parole povere, quando l’inchiesta si protrae per due o tre mesi, possono ancora esserci ancora dei motivi per trattenere una persona dietro le sbarre, ma dopo questo periodo no.

In questa situazione le autorità russe si comportano come Stalin ai tempi della Rivolta di Varsavia, egli non si affrettò a passare per Varsavia e ad aiutare i polacchi a liberarla, ma aspettò che tutto finisse. Qui è la stessa cosa. Le autorità russe non si affrettano ad elaborare progetti di legge, o a cambiare sistematicamente qualcosa; a parole dicono: «Si, abbiamo capito, qui c’è un problema sistemico, risolviamolo», ma tutto il tempo alla CEDU ci sono migliaia di reclami. Di conseguenza, la CEDU si pone di fronte al problema di come ad essa si manifestassero tali problemi sistemici se carico della piena paralisi dell’attività del tribunale. Inoltre sono dei temi per nulla politicamente sensibili. Non parliamo dei gay e lesbiche, dei sentimenti dei credenti o delle azioni di protesta. E con le azioni di protesta adesso è la stessa cosa. Negli ultimi due anni sono state registrate correttamente un paio di migliaia di reclami da partecipanti di azioni di protesta dalla Russia. È una parte significativa del totale, quasi il 20% di tutti i reclami dalla Russia.

Mentre il numero di reclami aumenta, la permeabilità della corte diminuisce; sta avvenendo una procedura interna di semplificazione dell’esaminazione, ora  viene rimosso molto durante il processo di registrazione; ciononostante, questo obera ancora di mansioni l’apparato giudiziario, che non le sbriga e al quale ancora vengono tagliati i finanziamenti. Nonostante si tenti di automatizzare il processo, di nuovo si crea una simile situazione: il tribunale, che dovrebbe esaminare i principali, più difficili temi e far avanzare il progresso nella sfera dei diritti e delle libertà, si occupa di portare la giustizia. Si capisce, che tutto il tribunale europeo in grande misura ora, nei limiti delle sue possibilità, serve gli interessi della Russia. Questo è conveniente per le autorità? Si, poiché in questo modo è possibile paralizzare il lavoro del tribunale. Io credo che essi la pensino proprio così. Inoltre, all’interno del Consiglio d’Europa c’è proprio questa credenza.

Diritto di voto nell’APCE e in Ucraina

Veniamo ora alla questione dell’uscita o meno della Russia dal Consiglio d’Europa. Qual è il punto chiave? In precedenza, in relazione alle questioni russo-ucraine e la Crimea, l’APCE tolse il diritto di voto alla delegazione russa. In merito a ciò, furono divulgate molte informazioni sbagliate: nessuno bandì la Russia dall’assemblea parlamentare. Alla delegazione Russa fu temporaneamente revocato il diritto di voto. E’ leggermente diverso ed è ormai passato del tempo. Nessuno si oppone al fatto che la Russia partecipi nuovamente alle riunioni APCE. La questione se la delegazione abbia o meno il diritto di voto, viene risolta durante la seduta. Ma dal momento che non si sono presentati, questa domanda non è stata sollevata direttamente. Non essendo essi fisicamente presenti, nessuno ha posto la questione se abbiano o meno il diritto di voto. Ma le autorità russe presentano questo fatto come se non fossero ammessi all’assemblea parlamentare, cosa che non corrisponde alla realtà. Se loro si presentassero, la delegazione ucraina di certo avanzerebbe la proposta di privare nuovamente la delegazione russa del diritto di voto; la precedente revoca ormai è trascorsa e in sede di una nuova seduta, è necessario prendere una nuova decisione. Ma quale sarebbe l’esito del voto dell’APCE, non si sa.

La questione che effettivamente è stata discussa nell’APCE, è una questione generale relativa alla procedura delle restrizioni, alle sanzioni, le quali possono essere imposte ai rappresentanti di specifici stati. Nella sessione autunnale di ottobre, l’APCE non ha preso una decisione e ha rimandato la risoluzione del problema alla riunione successiva, cosa che è stata percepita come una vittoria dalla delegazione ucraina. Infatti, all’interno del consiglio d’Europa, la questione dell’Ucraina solleva serie contestazioni. Poiché il Consiglio D’Europa e in particolare l’APCE, non sono luoghi per lo scontro tra i paesi.  Le organizzazioni internazionali servono per dialogare e non per continuare l’inasprimento del conflitto. Questa è la posizione all’interno del Consiglio d’Europa. Non dico che sia la posizione ufficiale, ma queste discussioni ci sono; per dirla in modo grossolano, il fattore russo-ucraino influenza molto significativamente la situazione. Il fatto è che il Consiglio d’Europa, come altre organizzazioni, non è interessata alla contrazione dei territori sui quali esercita la sua influenza, alla diminuzione del numero di membri, alla contrazione del budget. Poiché qualsiasi organizzazione è interessata alla crescita e all’espansione e, in questo contesto, istituzionalmente il Consiglio d’Europa è certamente, categoricamente contro l’uscita della Russia. Tuttavia, ci sono gli standard interni, ci sono contestazioni e diverse posizioni al suo interno. Al giorno d’oggi il Consiglio d’Europa è una struttura internazionale tormentata da discordie che corre dei rischi fino alla completa distruzione o alla contrazione fino a dimensioni insignificanti.

Perché la Russia minaccia di uscire dal Consiglio d’Europa (e perché non esce)?

Bisogna tener conto del fatto che la Russia lo manipola attivamente. Anche l’interesse della Russia non contempla il fatto di uscire sbattendo la porta. Altrimenti sarebbero usciti tempo fa, altrimenti non avrebbero sfruttato tutto il tempo questo momento, non se ne sarebbero serviti come minaccia, né l’avrebbero usato nella retorica manipolativa. Dal momento che lo usano, significa che vogliono rimanere, ma alle loro condizioni.

Di conseguenza, esiste un’opposizione già molto forte nei confronti del fatto che le autorità russe continuino a manipolare il Consiglio d’Europa e lo costringano a fare cose, per le quali non ha firmato. Sotto molti aspetti, grazie alla posizione dell’ucraina, la situazione è divisa in una dicotomia: a grandi linee, la delegazione ucraina manipola il consiglio non meno di quella russa, nel senso che se l’APCE lascia entrare la delegazione russa, quella ucraina l’abbandonerà. In generale, molto è stato già detto riguardo a ciò, ma ciò che dirò io è che nel Consiglio d’Europa non c’è paese che appoggerebbe la Russia con i suoi metodi. Tuttavia, ci sono paesi che non vorrebbero l’esclusione, ma semplicemente vorrebbero riportare la Russia sulle rotaie sulle quali si è mossa per vent’anni a partire dal 1996, fino a quando non apparvero seri problemi. Poiché oggettivamente nei paesi del Consiglio d’Europa, per tutto il tempo della sua esistenza, accaddero le più svariate villanie, di gran lunga più oltraggiose rispetto a quelle che accadono in Russia. Ci sono state occupazioni dei territori, ci sono state pulizie etniche, ci sono state molte più uccisioni di massa. Anche al giorno d’oggi ci sono paesi di gran lunga più problematici, incluse Turchia e Azerbaijan, ma nell’ordine del giorno non c’è la loro esclusione, mentre l’esclusione della Russia è presente.

Anche perchè le autorità russe mandano segnali divergenti, che di certo non aiuta in nessun modo la presa di alcun tipo di decisione appropriata e l’uscita da questa situazione. Ci sono, da un lato, alleati che parlano di «desiderio sincero» di uscire dal Consiglio d’Europa, come il capo del Consiglio della Federazione Valentina Matviyenko. In ottobre parlò per la prima volta in questa chiave anche il ministro degli affari esteri Sergei Lavrov: noi non possiamo continuare così e non aspetteremo che il Consiglio d’Europa ci escluda, noi stessi ce ne andiamo. Questo da un lato.

Dall’altro lato, il ministro della giustizia Aleksandr Konovalov e in generale tutto il ministero, nonché il delegato della Federazione russa nell’APCE Mikhail Galperin, di grado pari al deputato Konovalov, sottolineano pubblicamente in ogni modo che noi ci adoperiamo per realizzare tutte le decisioni prese, riconosciamo la giurisdizione e affini. Questo è soprattutto dimostrato dalle azioni. Poiché noi ora possiamo vedere un disegno di legge per lo smantellamento di tutte le celle a sbarre e con le pareti di vetro nelle aule di tribunale. Noi possiamo vedere un progetto di legge che prevede il divieto di mandare i condannati a scontare la pena lontano da casa.

Perciò io penso che i due lati troveranno un compromesso, è a questo che mirano. La possibilità che le due parti non trovino un compromesso, ovviamente c’è, ma bisogna capire chi rappresenta il principale oppositore. In questo caso il principale opponente è l’Ucraina, la quale è l’unica interessata all’uscita della Russia. In generale una domanda molto importante è quanto l’occidente sia pronto a servirsi della partecipazione della Russia al Consiglio d’Europa per qualche sanzione internazionale, poiché in generale anche i conservatori capiscono che ciò è più controproducente che produttivo.

Il Consiglio d’Europa ha una struttura stretta, la più efficace al mondo al giorno d’oggi nell’ambito specifico dei diritti dell’uomo. È assolutamente evidente che in seguito ci sarà un peggioramento della situazione in merito ai diritti dell’uomo, in un territorio molto vasto.

Cosa succederà se tutti questi escluderanno la Russia dal Consiglio d’Europa? La Bielorussia potrebbe prendere il suo posto?

È evidente che smetterà di essere una priorità per il Consiglio d’Europa. Ma diciamo così, ancora per molto tempo l’APCE e il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa dovranno avere a che fare con le azioni e le decisioni riguardanti la Russia; dieci anni sono assolutamente sufficienti. Poiché anche se la Russia domani se ne andasse dal Consiglio d’Europa, potrà avanzare un reclamo sugli eventi odierni. Per fare ciò, talvolta è necessario arrivare fino alla Corte Suprema della Russia, e per questa causa vengono impiegati i successivi due, due anni e mezzo. I reclami potranno ancora pervenire per i primi tre anni. Considerando quelli già archiviati, tali reclami saranno analizzati per non meno di dieci anni. in questo modo o altrimenti, il Consiglio d’Europa ancora molto a lungo sarà occupato con le questioni derivanti dalla Russia, ma esse perderanno sicuramente priorità. Molto dipenderà da ciò che succederà ancora parallelamente. Ad esempio, la situazione in Azerbaijan comincia a migliorare e, spero, finalmente anche in Turchia. Ad esempio, nel Consiglio d’Europa entra al Bielorussia.

Il 16 settembre 1992 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) concesse lo status di “ospite d’eccezione” al Consiglio Supremo della Repubblica di Bielorussia. La Bielorussia fece domanda per l’adesione al Consiglio d’Europa già nel 1993. Nel 1995 questa questione era nell’ordine del giorno, ma a causa dell’inasprimento dei contrasti con il presidente Lukašenko la decisione fu rinviata a un momento indefinito. Nel 2009 avvenne una nuova distensione nelle relazioni: a Minsk nella base dell’Università bielorussa fu aperto un punto informativo del Consiglio d’Europa. Dal 2010 la Bielorussia prende parte alle sedute della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto (la Commissione di Venezia) in qualità di membro associato, fa parte di diversi comitati intergovernativi e ha anche ratificato più di una decina di convenzioni del Consiglio d’Europa. Nel 2016 è stato adottato il piano d’azione del Consiglio d’Europa per la Bielorussia, l’obiettivo finale rimane la piena adesione del paese all’organizzazione. Il 27 giugno 2017 l’APCE ha ricevuto il rapporto “Situazione in Bielorussia”. Il Consiglio d’Europa ha sottolineato dei cambiamenti positivi nello stato: la liberazione dei prigionieri politici, l’ammissione dei membri dell’opposizione al Parlamento. Un anno fa la parte bielorussa ha accettato la proposta del Consiglio d’Europa di prorogare la validità del documento all’anno 2018.

In pratica, l’unica condizione fondamentale di appartenenza non ancora soddisfatta dalla Bielorussia rimane l’introduzione di una moratoria sulla pena di morte. Oggettivamente la Bielorussia potrebbe compiere in qualsiasi momento questo passo, per il quale Lukašenko ed il Consiglio d’Europa potrebbero storicamente ricevere lo status di debellatori della pena di morte in Europa. Questo costituirebbe il più potente impulso reputazionale per l’organizzazione e porrebbe ulteriori ostacoli politici all’uscita dalla stessa, della Russia, della Turchia e di qualsiasi altro stato.

La Russia potrebbe uscire di sua volontà dal Consiglio d’Europa?

Io penso che se l’esclusione diventasse inevitabile, allora la Russia potrebbe preventivamente uscire di propria iniziativa. Ma, ancora una volta, noi non conosciamo tali precedenti. Io non sono a conoscenza del fatto che la Russia sia uscita da qualche organizzazione internazionale dopo la Lega delle Nazioni. La espulsero a causa della guerra sovietico-finlandese, mi sembra, se la memoria non mi inganna.

La buona notizia è che prima dell’anno nuovo questa questione, in un modo o nell’altro, si risolverà. Forse lo sapremo dopo Capodanno, ma sono rimasti un paio di mesi prima della prossima riunione dell’APCE. La decisione di rinviare (il voto sul meccanismo delle sanzioni contro le delegazioni nazionali) era molto forzata, ed è stata presa con grande scontentezza da tutte le parti in gioco. Non è possibile tirarla ancora per le lunghe e la questione dev’essere risolta.

Ovviamente, l’impatto sulla politica interna turba le autorità russe, per qualsiasi influenza esterna sulla politica interna. Non solo perché le organizzazioni russe per la difesa dei diritti sono state in grande quantità incluse negli elenchi degli agenti stranieri, ma anche perché i diritti umani sono agli occhi del Cremlino un’attività politica. Quindi, quello di cui si occupa l’APCE, è anche l’intervento nella politica interna. Perché questo ci viene imposto da qualcuno di esterno?

Ma la Russia vuole influenzare contrariamente la politica interna in Europa e nelle istituzioni internazionali. Perché la situazione ideale per il Cremlino consiste nel fatto che nessuno può arrampicarsi sulla sua, del Cremlino, politica interna, ma che allo stesso tempo il Cremlino può arrampicarsi sulla politica interna di chiunque. Quindi, le autorità russe stanno mirando in tutti i modi possibili a limitare le influenze esterne di chiunque e di rafforzare la propria influenza. Ma è assolutamente evidente che l’esclusione della Russia dal Consiglio d’Europa porterà all’impossibilità o alla seria limitazione di influenzare la politica all’interno dell’Europa e, di sicuro in qualsiasi caso, di influenzare la politica del Consiglio d’Europa. Ed è per questo che credo ci sia un equilibrio.

Da un attento studio del contesto noi vediamo, per esempio, che, a quanto pare, il Cremlino non vede nulla di male nella liberalizzazione della legislazione antiestremista. E si possono addirittura smantellare le gabbie della sala udienze, capisci? То есть уж совсем, казалось бы, скрепу скреп. Capisci? Ma guarda, per quanto tacitamente sia passata, in linea di principio,  la decisione della Corte Europea sul caso delle Pussy Riot. Inoltre, sono assolutamente sicuro che sul caso YUKOS è del tutto possibile trovare una soluzione comprensibile. Beh, una soluzione politica. In altre parole, rilasciate Aleksej Pichugin e gli azionisti della YUKOS vi perdoneranno questi sfortunati 2 miliardi di euro. Beh, adesso sono un po’ crudo, ma non sto esagerando. Qualcuno cadrà sulla terra se Pichugin verrà liberato? Lui ha scontato una quindicina d’anni, una quindicina d’anni!

Quanto è importante la decisione della CEDU sul caso Navalny? Che cosa cambia?

Senza alcun dubbio, questa decisione è importante per lo stesso Navalny. In questo modo, è entrato in un brevissimo elenco di candidati, i quali negli ultimi 20 anni hanno ottenuto il riconoscimento dalla corte per il fatto che i suoi diritti erano limitati per motivi politici. In Russia lui è generalmente il secondo dopo Vladimir Gusincky (la cui sentenza è stata pronunciata) nel 2004. Ma in questa lista ci sono noti politici in Ucraina, Julija Tymošenko e Yuriy Lutsenko, Mihail Chjebotari dalla Moldova, dalla Georgia, il politico Ilgar Mammadov e il difensore dei diritti umani Rasul Javarov contro l’Azerbaijan. Tutti, un elenco con meno di dieci casi, tutti di paesi post-sovietici, e Navalny compreso tra loro. Egli, in parole povere, ha iscritto se stesso nella storia e nella prassi della CEDU.

Per gli altri dichiarati tra quelli colpevoli di aver partecipato alle azioni di protesta direttamente questa decisione non sarà di grande importanza. Queste lamentele, e in un numero così schiacciante, sono indiscutibili. Non c’è incertezza per la Corte. Per i tribunali russi questa è una violazione della legge, per la Corte europea, il riconoscimento della loro colpevolezza è una violazione della Convenzione. Queste cose erano evidenti già prima della sentenza su Navalny e per nessun partecipante alle azioni di protesta saranno riconosciute le violazioni dell’articolo 18 (l’articolo 18 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo recita: le limitazioni dei diritti e delle libertà non devono essere usati per scopi diversi da quelli per cui sono state previste-МЗ). Per i russi questo significa il dovere delle autorità di cambiare la legislazione e la prassi di applicazione: le azioni di protesta devono diventare accessibili in Russia. È una situazione in cui le persone non hanno la possibilità di uscire in strada e protestare senza il rischio di incorrere in una multa o in una responsabilità amministrativa. Non è importante contro cosa avviene la protesta, la costruzione di una cattedrale o di una moschea, contro il disboscamento del parco, contro le dense edificazioni o contro il regime politico. La Corte europea ha richiesto la liberalizzazione delle proteste e in seguito la questione di come si comporteranno le autorità.

Se venisse estrapolato il precedente comportamento delle autorità, allora cambierebbero la prassi, cambierebbero la legislazione. Come cercheranno di spiegarlo? Come ha cercato piuttosto goffamente di fare Vyacheslav Volodin (speaker della Duma di Stato che ha dichiarato la parziale depenalizzazione dell’articolo 282 del Codice Penale un esempio “per i nostri colleghi stranieri presso i quali agiscono più severe sanzioni per sconsiderate pubblicazioni sui social media”- МЗ) con qualsiasi considerazione, oltre che alle esecuzioni delle sentenze della CEDU. Al grande pubblico loro non lo ammetteranno in nessun caso. Cercheranno di controllare in qualche modo la strada e di non permettere le proteste di massa, ma di soddisfare le esigenze della Corte di Giustizia europea. Loro “cureranno” il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Non c’è alcun dubbio: Navalny nell’estate del prossimo anno si rivolgerà al Comitato dei ministri con il ricorso che le autorità russe non prendono decisioni su di lui. Poiché lui in quanto politico deve farlo. E ancora una volta usciamo dal tema, la Russia non sbatterà la porta sul Consiglio d’Europa? Io resto della mia opinione, che non lo farà.

Io penso che alla prossima sessione dell’APCE verranno prese decisioni per quanto riguarda l’ordine di imporre sanzioni alle delegazioni nazionali. Penso che, per esempio, da queste sanzioni può essere esclusa la partecipazione alle riunioni, in cui vengono formulati gli organi del Consiglio d’Europa, come a quelle per il voto dei giudici e del Segretario Generale. Saranno approvate le leggi sull’interdizione dei diritti civili delle delegazioni, che daranno la possibilità di restituire alla delegazione russa la partecipazione al Consiglio d’Europa con pieni diritti. Io riguardo a questo, ovviamente, penso che ci possano essere altre posizioni contrarie, ma il Consiglio d’Europa non fornisce la possibilità di colloquio per diversi popoli separatisti e decisioni informali, discussioni informali. L’APCE non è l’organo con cui si può accordare informalmente.

Inoltre, anche alcune relazioni bilaterali – rigide, concrete, comprensibili- con qualcuno dei leader degli stati europei non saranno diffuse ai rappresentanti dei parlamenti di questi stati. In questo consiste il problema principale. L’APCE non è affatto minimamente controllata in generale da nessuno, incluso lo stesso Consiglio d’Europa, aggregazione di politici. Lì, in definitiva, ognuno ha il proprio elettorato a casa sua, ognuno è una persona pubblica. E, di conseguenza, dal voto di ciascuno dipenderà la possibilità della sua rielezione in futuro. In questo risiede molta incertezza.

Ovviamente, al Cremlino capiscono perfettamente come funziona il Consiglio d’Europa. Questa storia non riguarda quello che loro non capiscono. Riguarda il fatto che la Russia tradizionalmente cerchi di accordarsi in modo non ufficiale, questo lo sappiamo dai tempi di Molotov e Ribbentrop. E al tempo stesso non sono bravi a farlo.

Tradotto dagli studenti del Master ELEO Irene Schiavon, Anna Zanetti e Beatrice Cavicchiolo.

Fonte: Mediazona

Master ELEO

Il Master di primo livello in Economia e Lingue dell’Europa Orientale / ELEO è un progetto di formazione manageriale dell’Università Ca' Foscari Venezia – Ca’ Foscari Challenge School, rivolto esclusivamente  a laureati con conoscenza certificata della lingua russa. L'obiettivo è formare esperti in relazioni economiche con la Russia, con i principali Paesi dell'Europa Orientale e dell'area eurasiatica, quali Kazakistan e Azerbaigian. Il Master ELEO intende rispondere alle esigenze del mondo imprenditoriale e istituzionale con un programma didattico in grado di integrare qualificate competenze linguistiche e culturali con conoscenze economiche, commerciali e di marketing internazionale.