Recensione di “Boje” di Viktor Astaf’ev

Dal ciclo di racconti Car’-Ryba, Astaf’ev ci porta alla scoperta della sua terra natia, nella selvaggia e inaccessibile tundra.

Boje è una novella russa di sole 72 pagine che fa parte del ciclo di racconti Car’-Ryba, di Viktor Astaf’ev. È una  lettura perfetta per l’inverno che incombe, veloce ma incantevole nelle splendide descrizioni della tundra siberiana.

La storia viene introdotta dal fratello di quello che si rivelerà essere il protagonista Kolja. La narrazione, dunque, parte da una riunione di famiglia in cui il fratello maggiore re-incontra il minore e apprende di più sulla sua vita. Kolja è un giovane uomo che brama di abbandonare il suo posto come tassista in città per seguire il sogno di diventare cacciatore nel freddo della tundra siberiana. Il ragazzo s’intestardisce a tal punto da lasciare sua moglie a casa per recarsi sulla penisola di Tajmyr, nel mar Glaciale Artico.

Boje Astaf'ev
“Boje”, Aurora Edizioni, 2018

Insieme agli altri membri di uno striminzito artel’ (cooperativa di cacciatori) composto di sole altre due persone, individuate come “il capo” e Archip, Kolja s’insedia presso una piccola izba situata vicino al fiume Dudypta e a un laghetto. I tre cacciatori si trasferiscono in questo luogo impervio in autunno, per cominciare ad accumulare legna e provviste per l’inverno gelido che passeranno dando la caccia alla volpe artica.

Le prime settimane sono piuttosto serene: Kolja è estasiato dalla vita rurale e si da molto da fare per occuparsi di tutti quei compiti che garantiranno al gruppetto una permanenza confortevole nei mesi più freddi. L’eccitazione per l’appropinquarsi della stagione di caccia, e quindi del divertimento vero e del guadagno, coinvolge i giovani Kolja e Archip; l’unico che sembra incupirsi di giorno in giorno è il capo.

Scopriamo che la ragione per il malumore dell’uomo è che egli soltanto si è reso conto, grazie alla sua esperienza, che la volpe artica non si presenterà durante l’inverno. Una moria della fauna si è abbattuta sull’intero territorio e, di conseguenza, la preda tanto ambita si sposterà con tutta probabilità altrove.

I tre concordano che si debba decidere in tempo se tornare indietro o rimanere, prima che inizi la stagione delle tormente. Se inizialmente tutti sembrano d’accordo per abbandonare l’izba in direzione del villaggio più vicino, una meraviglia naturale fa cambiare loro idea molto rapidamente. Basta l’oscuramento perenne dei cieli siberiani, che inghiottirà il sole fino alla primavera successiva, a invadere l’animo dei cacciatori di un sentimento estatico che li convince a restare. Il buio si apre sulla vastità ricoperta dalla neve, che riflette il cielo notturno rifrangendolo di infiniti luccichii di ghiaccio.

ll cielo siberiano (National Geographic Rossija)

Con il passare delle settimane, la dimora isolata dell’artel’ viene sferzata dalla temuta stagione delle tormente, che li costringe per lunghi periodi chiusi in casa, senza aver niente da fare. I tre toccano con mano la pericolosità della situazione in un episodio in cui Archip rischia di morire congelato dopo essersi avventurato appena fuori dall’izba a fare i suoi bisogni. Ma questa reclusione forzata sconvolge le menti e gli animi dei coinquilini che, diventando sempre più nervosi, cominciano ad azzuffarsi e a trasgredire le regole imposte in partenza.

Un giorno Kolja, uscito all’aperto durante una tregua dalla tempesta di neve, incontra la bellissima sciamana, uno spirito della tundra di cui gli aveva parlato il capo durante i suoi molti racconti intorno al fuoco. La sciamana sembra essere uno spirito che vaga penosamente sulla tundra, cercando uomini da attirare a sé per poi ucciderli. Il giovane ragazzo, ormai prossimo a perdere completamente la ragione, si invaghisce di questa presenza e cerca quanto può di trovarla lungo le candide distese senza forma.

La tundra sembra essere un luogo molto suggestivo poiché, durante una delle sue peregrinazioni, Kolja vi ritrova anche Boje, l’husky siberiano che la sua famiglia possedeva quando era bambino, brutalmente fucilato da un soldato anni addietro. Boje” in lingua evenki (lingua del popolo evenki, nativo della Siberia) vuol dire “amico”, ed è proprio un amico che Kolja troverà nell’animale, come in vita, così nella morte.

Durante uno dei suoi deliri sugli infidi ghiacci del fiume Dudypta, le allucinazioni di Kolja prendono la forma del cane tanto amato, il cui pensiero continua evidentemente ad accorrere nel momento del bisogno. Boje si prende cura per l’ultima volta del suo padrone, salvandolo indirettamente da quella che sarebbe stata, con tutta probabilità, una lenta agonia da assideramento.

Con la sua atmosfera ghiacciata, Boje è una fiaba siberiana che ci porta in un mondo tanto incantato quanto pericoloso. Astaf’ev, che dalla critica viene considerato uno scrittore-derevenščik (ossia rurale, contadino), ci accompagna alla scoperta della sua terra quando ormai ne è già lontano da tempo (lascerà la Siberia alla fine della seconda guerra mondiale). La nostalgia per questi luoghi incredibili, con le sue tradizioni uniche, è certamente palpabile in un racconto che ha vari tratti autobiografici.

Viktor Astaf'ev
Monumento a Krasnojarsk dedicato a Viktor Astaf’ev

Consigliamo la lettura di questa novella molto “russa” per addentrarsi in una realtà sconosciuta ai più e, soprattutto, per conoscere un autore che in Italia è poco approfondito, malgrado la fama che in patria lo portò anche a vincere diversi premi.

 

Ecco, ci si sentiva liberi come quando ancora non si ha la memoria ingombra di alcun ricordo, ma vive appena il ricordo di sé, si avverte il mondo circostante con la sola pelle, con gli occhi ci si abitua ad esso […].


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Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.