Recensione di “C’era una volta l’Urss” di Dominique Lapierre

C’era una volta l’Urss non è un romanzo di fantasia, ma il racconto di un viaggio nell’Unione Sovietica di Kruščev che vede protagonisti un cronista e un fotografo del Paris Match, Dominique Lapierre e Jean-Pierre Pedrazzini.

Nel ‘56 i due ottengono incredibilmente il permesso di percorrere il Paese in macchina allo scopo di realizzare un reportage che racconti in occidente la vita di un popolo che ha realizzato il sogno comunista. I giornalisti realizzano la loro impresa, favoriti dagli avvenimenti storici di quegli anni: è il periodo del disgelo e della destalinizzazione e Kruščev vuole dimostrare, almeno in apparenza, l’intenzione di un’apertura verso il resto del mondo. Che interesse possa suscitare questa testimonianza in chi è appassionato di Russia è facilmente intuibile. I racconti del genere non sono tantissimi se consideriamo che all’epoca ai cittadini stranieri era praticamente vietato muoversi a proprio piacimento per il Paese anche solo in veste di visitatori. Chi voleva recarsi in Urss era costretto a mettersi nelle mani Inturist agenzia di viaggi che si occupava dell’ingresso di turisti stranieri. L’organizzazione, nei fatti, dipendeva direttamente dallo Stato – e quindi dal KGB – e sua premura era quella di controllare a ogni passo i viaggiatori stranieri, potenziali spie e provocatori, e di mostrare loro solo quello che poteva valere buona pubblicità oltre cortina, oltre a limitare le occasioni di interazione con la popolazione locale.

È facile dunque capire, date le premesse, che per  due giornalisti provenienti da uno stato capitalista ottenere tanta libertà era un risultato insperato.

Dopo un primo rifiuto di Kruščev, che aveva liquidato la proposta con qualche battuta di spirito spegnendo ogni entusiasmo negli animi dei due francesi, un telegramma inaspettato stravolge i loro piani estivi: i nostri, accompagnati dalle rispettive mogli, potranno attraversare la frontiera a Brest-Litovsk e visitare Minsk, Mosca, Kharkov, Kiev, Jalta, Sukumi, Sochi, Tflis, Krasnodar, Rostov, Stalingrado e Kazan’.

Il lettore non si aspetti però un viaggio on the road di quelli a cui ci ha abituato la letteratura di viaggio americana, niente atmosfere psichedeliche o aneddoti di vita dissoluta. Quello che racconta Dominique Lapierre ha piuttosto una venatura balzachiana nell’intenzione e nella meticolosità impiegati nel comporre la sua galleria di tipi umani ognuno con una professione e una storia diverse. Accompagnati da un giornalista della Komsomol’skaja Pravda, l’ottimista Slava, che con il suo francese impeccabile non manca occasione per vantare la grandezza del suo paese e il suo glorioso avvenire, e da sua moglie Vera, i quattro francesi avranno accesso a case private, fabbriche e fattorie collettive ma soprattutto avranno la possibilità di interagire con il popolo sovietico e scegliere autonomamente i soggetti delle loro interviste.

Il libro scorre velocemente grazie al suo stile semplice e asciutto che non manca, ogni tanto, di qualche ironia gratuita. Come dice lo stesso Lapierre in prefazione, non è sua intenzione quella di analizzare l’Urss di quegli anni ma semplicemente di raccontare il suo popolo. Questo è il ricordo, conservato per 50 anni, di vecchi e nuovi legami umani stretti lungo le strade della Russia. Di amicizie nate in capo a pochi giorni, di volti mai rivisti ma rimasti indelebili nella memoria, di condivisione di piccole gioie e dolori quotidiani o di veri e propri drammi. È un modo, infine, per ricordare il collega e amico Pedrazzini, morto poco dopo la fine di quest’avventura proprio sotto il fuoco dei carri armati sovietici intenti a sedare la rivolta in Ungheria.

Al lettore la scelta di avvicinarsi a questo testo con curiosità storica o piuttosto umana.

“Nessuna scelta politica ha guidato i nostri passi e i nostri incontri. Non ci siamo mai posti il problema se ci piacessero o non ci piacessero l’Urss, la Russia e il suo regime. Queste pagine raccontano con assoluta obiettività la vita dei cittadini russi che ci hanno accolti spontaneamente, spalancandoci le porte lungo i tredicimila chilometri di strade che non appartenevano né all’inferno né al paradiso, ma alla storia degli uomini”.  D. Lapierre

Potrebbe interessarti

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com