Haski e il rap russo, l’ultima tendenza letteraria

Intervista al poeta Evgenij Bunimovič sulle principali tendenze dell’anno: il rap e i fumetti sono diventati letteratura ma le istituzioni culturali hanno paura di ammetterlo.

L’anno passato è stato nettamente contrassegnato da una crisi dei premi letterari. Dopo tutta una serie di scandali il premio Nobel per la letteratura non è stato assegnato, i nostri premi più importanti sono diventati prevedibili fino alla nausea. In un momento di crisi si è arrivati persino a pensare di rinnovare il “Moskovskij Sčët”, il premio letterario da Lei fondato 15 anni fa. Anche il premio “Poet” ha chiuso del tutto i battenti. Ormai da tempo nessuno crede più che gli esperti premino veramente i migliori. I critici letterari sono una cosa, la letteratura un’altra.

– Già da un bel po’ si covava uno scandalo tra la giuria del Nobel. Ci si era domandati se fosse possibile conferire il premio a Svetlana Aleksievič per una prosa documentaria o a Bob Dylan per delle canzoni. I confini non sono così netti, oggi ormai nessuno sa dire con certezza quando si tratta di letteratura e quando no. I concetti di prosa, poesia, autorità letteraria si vanno a scontrare con la realtà del XXI secolo, dove tutto ciò non esiste più e dove, soprattutto, non esiste una gerarchia. Tutto si è mescolato: i generi alti con quelli bassi, il buono con il cattivo.

Il rap è chiaramente la tendenza di quest’anno. È entrato a far parte del panorama culturale russo, della società russa. Certamente si tratta di letteratura, che però si trova al di fuori dei libri e del sistema di premi letterari. Alle volte mi piace, altre meno, ma di sicuro non si può negare che si tratti di testi poetici. Ecco che così viene vietato, attaccato. Questo in realtà è il miglior modo per rendere popolare il rap tra quelle persone che non ne hanno neanche mai sentito parlare. Così è stato anche per Brodskij, Grebenščikov e per chiunque altro. Così è stato perfino per Šnurov, il leader del gruppo Leningrad (n.d.t.), i concerti del quale furono vietati a Mosca dall’allora sindaco Lužkov. E adesso invece Šnurov è sempre in televisione, è ovunque. La sua prossima mossa sarà l’adesione al Fronte Popolare di Putin o qualcosa del genere. Insomma, la nostra è una vecchia tradizione nazionale. Ho sentito quanto ha detto Oxxxymiron durante il già leggendario concerto in difesa di Haski. Quelle parole sono state pronunciate da artisti di tutte le epoche e sotto tutti i tipi di governo: l’arte è libera, non è l’arte che genera i problemi nella società, non si può perseguitare una persona per ciò che ha detto, ognuno ha la propria visione e bisogna rispettare quelle altrui. La situazione è del tutto lapalissiana. Parole molto simili sono state spese in difesa di Pasternak, Sinjavskij, Brodskij. Oxxxymiron avrebbe potuto tranquillamente dirigere il PEN Club, ha detto esattamente ciò che scrisse John Galsworthy un secolo fa, quando fondò questa organizzazione per la difesa dei diritti umani.Il divieto suscita oggi la stessa reazione che suscitava nel periodo sovietico. Subito vien voglia di leggere, guardare, ascoltare un po’. Allo stesso modo era stato vietato Vysockij e adesso vogliono addirittura intitolargli un aeroporto. Ancora un altro paio di divieti e arriveremo a uno spazioporto intitolato a Haski.

Vien fuori che i divieti come strumento di marketing funzionano non meno dei premi letterari stessi.

In Russia funzionano anche di più dei premi. La ricompensa del premio Goncourt ammonta a dieci euro. Sono spiccioli, ma se uno scrittore riceve il premio, di conseguenza aumentano le tirature delle sue opere, diventa famoso, viene invitato dappertutto. In questo senso i premi russi sono come il capitalismo e il parlamentarismo russi. Ovvero, all’apparenza assomigliano a tutti gli altri, ma di fatto sono qualcosa di completamente diverso. È vero che nelle nostre librerie i libri vengono contrassegnati con gli adesivi “vincitore del premio X”, ma non funziona o comunque serve a poco. I vincitori del premio Bol’šaja Kniga di quest’anno sono Marija Stepanova con “Pamjati pamjati”, Aleksandr Arhangelskij con “Bjuro proverki” e Dmitrij Bykov con “Ijun’”. Il premio non influisce seriamente sulla popolarità di questi autori. Tanto Bykov era famoso e quanto resta tale. Il libro della Stepanova è straordinario, eppure è difficile che susciti un interesse di massa. Ora, se, non sia mai, qualcuno di loro venisse vietato, la situazione sarebbe totalmente diversa.

Tornando al rap, la situazione non è chiara, perché questo genere musicale non è apparso soltanto adesso ma esiste già da più di trent’anni. In tutto il mondo la musica rap non è neanche più così attuale, un po’ come l’hard rock. All’improvviso non si spiega questo effetto sulle persone.

Il tutto si può spiegare alla luce della nostra eterna arretratezza, ma c’è anche altro. Un genere deve intraprendere un lungo percorso prima di raggiungere una forma che sia rilevante a livello sociale e artistico. Inizialmente la società recepisce il nuovo genere come una forma di intrattenimento, poi entra in un aspro conflitto con questo e soltanto in seguito lo riconosce come parte della cultura. Si ricordi cosa è successo al rock russo. Coj, il leader del gruppo Kino (d.t.), e Ševčuk, il cantante dei DDT (n.d.t.), sono apparsi non subito, ma soltanto molto dopo che il rock fosse arrivato in Russia. È dovuto passare del tempo. Un altro esempio sono i fumetti. Per molto tempo sono stati considerati un genere secondario, delle cose da bimbini. Ma col tempo sono apparsi nel mondo fumetti di altissimo livello a tema storico, religioso ecc. Adesso esistono già i romanzi a fumetti. Ed è del tutto possibile che il prossimo premio Nobel lo vinca proprio un autore di questi romanzi e non un prosatore tradizionale. Ovviamente molti si indigneranno, ma ciò è assolutamente normale. Del resto un fumetto sull’Olocausto ha già vinto il premio Pulitzer. Tra l’altro, il rap accanto alla reazione repressiva ne ha scatenata anche un’altra: ai rapper vengono promesse sovvenzioni statali, vengono banditi concorsi per le migliori canzoni rap sulla propria città natale. I funzionari statali sanno come funziona il sistema beneficiario e sono certi che questo sia la soluzione a tutti i problemi.

“Se non è possibile fermarlo, bisogna guidarlo e indirizzarlo in modo appropriato”, così da poco si è pronunciato sul rap il nostro presidente. In una parola, vogliono attirare a sé il rap per poi appropriarsene, come è stato fatto a suo tempo con il punk in Occidente.

Sì, però noi abbiamo capito che tutta l’essenza del rap sta proprio nel fatto che si tratta di un genere borderline, underground. Esistono anche rapper pop che con piacere si avventano sulle ricompense statali, ma non sono questi quelli che lo Stato vuole attirare. C’è anche un altro genere che allo stesso modo lo Stato vuole rimettere al suo posto: i graffiti. Attualmente Mosca è piena di murales realizzati a basso costo su richiesta dell’Assessorato alla Cultura. Per i 125 anni dalla nascita di Mandel’štam volevamo realizzare un murale col il suo ritratto. Venne fuori che le spese erano troppo alte, se organizzato in modo ufficiale tramite l’Assessorato, il quale sembra adesso lavorare con i graffiti. Eppure in origine i graffiti sono nati come l’arte delle gang di strada, come controcultura. È ovvio che sui muri si può disegnare qualsiasi cosa, ma il senso è assolutamente diverso. In questo sta la contraddizione fra la cultura intesa dall’Assessorato, dal Ministero e dal Consiglio di Presidenza e l’arte contemporanea. L’arte si trova sempre sull’orlo, a volte va anche al di là, rischia, provoca, esplora nuovi territori. La cultura invece vuole mettere tutto in ordine, affinché tutto sia bello, comprensibile e consueto.

Il murale ispirato alla ballerina Majja Pliseckaja nel centro di Mosca

E quindi le istituzioni in fatto di premi si abbassano all’idea che la cultura non tenga il passo con l’arte.

Sono sicuro che tra non molto saranno pensati dei premi che terranno conto dei nuovi generi. Ma a quel punto l’arte se la sarà già svignata, avrà già valicato nuovi confini. Dylan ha vinto il Nobel proprio quando il rock aveva smesso di infiammare gli animi, di ricoprire un ruolo rivoluzionario nella società. Insomma, è un premio per anzianità di servizio. Julij Kim, cantautore sovietico (n.d.t.), ha ricevuto il premio “Poet” ai tempi in cui la canzone d’autore era già passata in secondo piano ed era diventata una sorta di cimelio storico, si era mummificata. E lo stesso credo succederà anche al rap. I premi scoveranno i talenti, ma soltanto quando sarà già tutto finito.

Sì e la percezione stessa dei talenti, delle autorità è diventata qualcosa di totalmente diverso. In passato era riconosciuto che Hemingway o Faulkner fossero scrittori eccellenti, migliori di molti altri. Su questo aspetto il consenso era più o meno assoluto. Come per esempio negli anni Novanta in Russia il consenso era unanime sul poeta Gandlevskij. Ma adesso siamo entrati in un’epoca nella quale non c’è neanche la parvenza di un consenso. Non esistono più delle personalità intoccabili, chiunque può essere sempre messo in discussione.

È proprio per questo che il premio “Poet” ha cessato di esistere così presto: le personalità indiscutibili si sono esaurite, non ce ne sono poi così tante. Questa tendenza l’avverto anche in sede di votazioni per il premio “Moskovskij Sčët”: già da tempo non si raggiunge più una maggioranza netta, le nominazioni si sparpagliano.

Normalmente si ritiene che i premi riflettano il processo letterario. Ad oggi cosa si può dire sulla poesia russa guardando l’elenco dei candidati ai premi letterari?

Siccome i nomi negli elenchi si ripetono regolarmente, e sono nomi già famosi da un bel pezzo (tra i vincitori del “Moskovskij Sčët” di quest’anno ci sono Ajzenberg, Gandlevskij, Bajtov e la stessa Stepanova), in generale si è creata una condizione d’inerzia, di crisi. Praticamente non ci sono più degli esordi eclatanti. Dall’altra parte, però, sullo sfondo di una graduale estinzione dell’editoria cartacea, si può constatare che proprio per la poesia, a differenza dei romanzi, la situazione non è poi così male. C’è da dire che la poesia è stata quasi del tutto espulsa dalle librerie. E se per caso c’è ancora un settore dedicato alla poesia, di sicuro si trova in un angolino. Con difficoltà riesco ad immaginare qualcuno che compri una raccolta di poesie non conoscendone l’autore. E figuriamoci se la gente si mette a comprare libri di poesie da leggere in treno. La poesia è di norma un genere non formattato, fuori mercato e si ritiene che solo i poeti stessi la leggano realmente. Quanto meno la poesia è estremamente flessibile. Si è insediata perfettamente su internet, sono nate decine di modi originali per rappresentarla che sono inaccessibili alla prosa. Nel Sud degli Stati Uniti opera una famosa poetessa che scrive versi sulle mutande e le mette in commercio. C’è stato un momento in cui le poesie giravano sui telefonini. Il critico Gavrilov ha distribuito volantini con delle poesie sui tavoli dei bar, nelle stazioni, negli aeroporti. Esiste un progetto molto popolare che si chiama “Versi in metro”, il quale a suo tempo era già stato pensato da Brodskij. E il rap, ancora una volta, è un altro modo di esistere. L’unico criterio da seguire è la qualità del testo; poi che sia in un libro, su delle mutande o da qualsiasi altra parte, a mio avviso, non è importante.

Tuttavia la crisi c’è. Ciò è in qualche modo connesso all’atmosfera nella società odierna? Tutti noi ci ricordiamo a quale decollo ha assistito la poesia russa a inizio anni ’60 e a fine anni ’80 quando si è diffusa la libertà. Ma ricordiamo anche il suo declino quando questa libertà è svanita.

I poeti certamente sono molto sensibili a questo tema, persino i più lirici. La poesia cattura in un istante lo spirito del tempo, i romanzi e i film invece arrivano più tardi. Certo, l’atmosfera influisce molto. Non a caso negli anni ’90 e 2000 smise di scrivere chi fino ad allora aveva scritto e anche tanto. Qui non si tratta soltanto di libertà. Una nuova epoca ha bisogno di parole nuove, nuove espressioni, e non tutti sanno trovarle. La crisi è la crisi, ma la poesia è senz’altro imprevedibile. A volte non si sa che piega prenderà. Mi ricordo che in un’intervista dissi che la poesia sociale e la poesia narrativa erano morte, che non sarebbero più state possibili al giorno d’oggi. La poesia scava in profondità, dentro di sé. E così dopo letteralmente un paio d’anni erano sorte una nuova forma di poesia sociale e una nuova ballata: Emelin, Rodionov, Fanajlova ed altri, un’intera corrente. C’è sempre il rischio di non azzeccarne mai una ed è proprio in questo il punto di forza della poesia.

FONTE: novayagazeta.ru, 21 Dicembre 2018 – di Jan Šenkman, Traduzione di Beatrice Pallai