Recensione di “Aspettando America”, di Maxim D. Shrayer

Maxim D. Shrayer è oggi un rinomato professore universitario a Boston. Eppure, il viaggio che ha portato lui e la sua famiglia fin lì nasconde una storia tanto interessante, quanto complicata.

In una sera di giugno del 1987, a Mosca, una BMW nera con targa diplomatica dell’ambasciata americana preleva da casa la famiglia Shrayer e l’accompagna all’aeroporto. Vengono prese tutte le precauzioni necessarie affinché il viaggio non sia più rinviato. Si teme qualche tentativo di ostacolarne la partenza da parte del KGB. 

Gli Shrayer portano con loro i risparmi di una vita e partono con i vestiti migliori, per “un’uscita di scena in grande stile”. Ma non ci sono sorrisi. Ciascuno a suo modo medita su quel distacco, sognato per nove anni e consumatosi in pochi istanti, tra pensieri privati e i saluti ai cari che restano: volti e braccia che rispondono dietro alle transenne.

La famiglia Shrayer, poco prima della partenza

Lui è bravo medico e un noto scrittore: David Shrayer Petrov. Da quando ha fatto richiesta di trasferirsi negli Stati Uniti non ha avuto che problemi. Perde il lavoro e acquisisce, insieme a tutta la famiglia, lo status di otkazniki ovvero di cittadini sovietici di nazionalità ebraica, ai quali lo Stato rifiuta il permesso di trasferirsi.

Sono passati nove anni da quando gli Shrayer hanno preso la decisione di lasciare l’Unione Sovietica e trasferirsi negli Stati Uniti: c’è qualcosa di profondamente straniante in questa lunga attesa. Ne avranno parlato a lungo, i coniugi Shrayer, forse a tarda notte, prefigurandosi un futuro migliore con un filo di voce.

Il testimone e narratore di questa storia è il figlio: Maxim D. Shrayer, ora affermato traduttore, scrittore e professore ordinario di letteratura russa, inglese ed ebraica al Boston College. Al tempo era un ragazzo di vent’anni già molto colto e inquieto. Un lettore vorace. 

A mio parere non è casuale che sia proprio Maxim a raccontarci la storia della famiglia; il coraggio e l’incoscienza dei suoi vent’anni gli permettono di percepire meglio il carattere dei familiari e le insidie del viaggio: il primo arrivo a Vienna, l’incontro con le associazioni che supportano i rifugiati ebrei, il trasferimento a Roma e poi a Ladispoli in un treno notturno, prima del visto d’ingresso per gli Stati Uniti.

Con uno stile raffinato, ricco di riferimenti letterari e punteggiato qua e là di ironia e battute taglienti, l’autore ci porta con sé lungo il cammino di questo esodo familiare: un viaggio di ridefinizione dell’identità e di ricerca del proprio posto nel mondo. 

Vi sono fasi in molte vite, forse in tutte, in cui pochi e determinanti dettagli assumono un’importanza vitale. Nel romanzo ci sono scene in cui famiglie si separano nella sala d’aspetto di un aeroporto in un attimo, si smarriscono documenti, si cercano disperatamente soldi che si erano pazientemente accumulati per anni.

“Aspettando America”, Pisa University Press, 2017

Il romanzo, tradotto magistralmente dalla slavista Rita Filanti, contiene una postfazione molto interessante di Stefano Garzonio, professore ordinario di letteratura russa all’Università di Pisa, che aiuta meglio a comprendere il fenomeno dell’emigrazione russa che vide coinvolti gli Shrayer e che interessò in particolare le città di Ladispoli, Ostia, Santa Marinella: a poche decine di chilometri da Roma. 

Sappiamo che l’Italia fu, con il supporto dell’Associazione Italia-Urss, un paese di transito per gli ex otkazniki, che potevano scegliere di trasferirsi in Israele o attendere la concessione del visto d’ingresso negli Stati Uniti o in un altro paese occidentale.  

In quel particolare periodo, a Ladispoli, fu attiva una sinagoga e un Centro Americano per il supporto ai rifugiati in vista della interview per il visto; la permanenza dei rifugiati era gestita dalla Hebrew Immigrant Aid Society. 

 “Aspettando America” è anche una storia di accoglienza e di gentilezza. Elementi rari come minerali preziosi, che sembrano risalire a qualche era geologica confusa e perduta nel tempo.

“Ce l’abbiamo fatta”, ripeteva mio padre, e baciava me e mia mia madre sul mento, sul naso, sulle tempie, come un cieco che non riesca a centrare le labbra e le guance. Questa era la mia famiglia alla soglia dell’Occidente, impreparata come scoprimmo presto dopo gli anni di attesa, a ciò che l’emigrazione ci avrebbe riservato.

Recensione a cura di Leonardo Fredduzzi

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