Recensione di “Oblomov”, di Ivan Gončarov

Il romanzo Oblomov di Gončarov è ancora oggi attuale come all’epoca della sua pubblicazione. Già nello stesso 1859, il critico Dobroljubov ne coniò il neologismo “oblomovismo”.

“Una pigrizia più vecchia del mondo mi inchioda a quest’istante… e quando per scuoterla metto in guardia i miei istinti, precìpito in un’altra pigrizia, in quella tragica pigrizia che ha nome melanconìa.”

Emil M. Cioran

Quello a cui sto per introdurvi, cari lettori, non è un semplice romanzo o una storiella, ma il ritratto intimo e profondo di un uomo e del tessuto sociale in cui trascorre lenta e inesorabile la sua esistenza. 

Il filo della narrazione si attorciglia – come le spire di cotone al fuso – intorno al Signor Il’ja Il’ic Oblòmov il quale, avvolto e stritolato dagli eventi, suo malgrado viene coinvolto in una vita da cui rifugge strenuamente, pur senza opporvi resistenza. Egli trascina la propria esistenza con la stessa inerzia con cui arranca dal letto al divano. I giorni si susseguono sempre identici: il tempo si liquefa in anelli concentrici in cui il sole insegue la luna di sottecchi, quasi in punta di piedi dietro le tende pesanti e polverose, calando il sipario su di un triste destino.

“Oblomov”, Orpheus editore, traduzione di Ettore Lo Gatto (1982)

Quella che si delinea scorrendo fra le righe è la figura di un uomo dismesso, più che dimesso; un uomo che ha abdicato alla sua posizione di alto dignitario, impiegato, ed “essere” sociale, abbandonando il timone delle proprie responsabilità e doveri, per lasciarsi andare alla deriva dell’inettitudine. La trascuratezza si espande dalla sua persona con moto inesorabile, dal profondo dell’animo fino alle mura domestiche, rivelandosi nell’aspetto estetico sciatto e trasandato.

Ogni cosa in casa Oblòmov trasuda sudiciume e rassegnazione: alla luce e alla fresca brezza mattutina viene impedito l’ingresso, alla malinconia e alla polvere l’uscita. Quest’ultima la fa da padrona, ricoprendo con la sua soffice coltre ogni elemento, soffocando ogni volontà. Perfino il servo del signore, Zachar, ha un aspetto trasandato, logoro, che rispecchia in toto l’indole del suo “batjuška” ma, a differenza di Oblòmov, possiede una vena polemica sferzante, tanto da metterne in discussione il modus vivendi.

Dalle prime righe si assiste – a momenti sconcertati, a momenti divertiti – alla pungente e incessante diatriba fra i due: col servo che, pur controvoglia, cerca di adempiere al proprio dovere; il padrone si nasconde, talora sotto le lenzuola, talora sotto pretesti immaginari, rifuggendo il suo. La flebile voce di Oblòmov chiama lamentosa il nome di Zachar, risuonando per tutte le stanze dell’appartamento in via Goròchovaja; le fanno eco le imprecazioni di Zachar che, costretto a saltare giù dal suo giaciglio abbarbicato sulla stufa, raggiunge di mala voglia il suo padrone.

Ogni mattina va in scena il medesimo atto: il padrone chiama Zachar inveendo contro di lui per non averlo svegliato e lo accusa di non occuparsi a dovere delle mansioni a lui assegnate. Zachar, di contro, fa notare i ripetuti e vani tentativi di riportare il padrone alla realtà, il continuo rimandare gli oneri di sua competenza e le ire che è costretto a subire quando cerca di scuoterlo con insistenza dal suo torpore. Nonostante questo rapporto travagliato, nelle chiacchiere scambiate con la servitù degli altri padroni durante i momenti di libertà, Zachar non ha che parole di lode per il suo padrone, legato dal vincolo della sacra fedeltà al nome di famiglia.

Ci si culla così, di tanto in tanto, nelle dolci memorie di tempi floridi e lieti, in cui il padroncino cresceva senza pensieri di sorta, amato e ricoperto di attenzioni dalla “njanja” e da una servitù fin troppo zelante; quando la famiglia Oblòmov conduceva un’esistenza statica, quasi stagnante, all’insegna dell’ignavia, nella chiusura microcosmica della residenza padronale, che di generazione in generazione si insinua fino alla radice del dna, delineando i tratti salienti del nostro Il’ja Il’ic.

Il servo Zachar, tipicamente seduto sulla stufa, in attesa che il suo padrone lo chiami

Attraverso questi lieti sogni richiamati alla memoria, l’imprinting paterno dell’incapacità cronica in ambito gestionale e sociale, proietta una nuova luce sul personaggio, consentendo così al lettore di comprendere e a tratti solidarizzare con esso. Il suo continuo procrastinare, che pur sollevandolo momentaneamente dall’onere, lo riduce in uno stato di ansia perenne; il suo demandare a personaggi – peraltro discutibili, quali il suo compaesano Tarant’ev: arrogante, approfittatore nonché truffatore – lo trascinano in una spirale discendente da cui non ha animo di liberarsi.

In questo avvicendarsi di visite di cortesia presso la sua stanza, si palesa finalmente la figura luminosa e vitale dell’amico d’infanzia Andréj Stolz. Egli resta inizialmente basito dall’ignavia imperante in casa Oblòmov: si informa meticolosamente degli affari da tempo prorogati, esorta l’amico a reagire scuotendolo dalle fondamenta; tenta di spezzare la ridondante quotidianità in cui egli si culla, proponendogli viaggi in paesi lontani, ma per Il’ja è troppo. Stolz non demorde. L’affetto sincero nutrito nei confronti di Oblòmov è troppo profondo per lasciarsi prosciugare al primo soffio di buràn, così Andrej decide di coinvolgerlo gradualmente nella vita sociale pietroburghese, avvalendosi della complicità di una graziosa figura: Ol’ga Sergéevna. 

Da dolce fanciulla della borghesia, Ol’ga è ligia all’etichetta, ma la giovane età rimesta in lei un misto di curiosità e prepotenza che le destano un’insaziabile sete di conoscenza verso tutto ciò che la circonda. Suona, canta, è avida di libri e scruta con sguardo penetrante tutti gli ospiti chiamati alla tavola della zia, che di lei si prende cura. Così, sotto invito di Stolz – che ne decanta le virtù morali – la ragazza rivolge la sua attenzione verso Oblòmov il quale, insicuro, ne rifugge intimidito.

Con il passare dei giorni, ella lo punge con i suoi sguardi e lo ammalia con la sua voce fino a commuoverlo, e il dado è tratto. I due divengono inseparabili, e le lunghe passeggiate nel parco suggellano il loro amore. In un crescendo di sentimenti ardenti fino ad allora sconosciuti, Oblòmov sembra riprendere vita, quasi in preda a una rinascita: si cura del proprio aspetto, dispone, riassetta, immagina, pianifica, organizza, senza però portare mai a termine alcuna faccenda. Nella sua mente si dipingono rosei scenari, mai adombrati dal dubbio di impedimenti o difficoltà, ogni cosa si incastra perfettamente al suo posto senza indugio, come il tassello di un puzzle; ma nella realtà le azioni non superano la soglia della sua mente, incespicando fra i grovigli della fragile volontà che lo contraddistingue.

Si sa, l’amore è alimentato dalle aspettative come il fuoco dal legname, grande è la fiducia che l’amata concorda al prediletto, ma il tempo è tiranno, le lingue taglienti armeggiano senza sosta affilate come lame, lacerando il legame intrecciato fra le anime. Così si addensano le nubi nella mente, si oscura il sole che scalda il petto, e tutto ripiomba nell’oblìo.

Laddove tutto è perduto striscia vile l’insidia dell’inganno, e quel losco individuo di Tarant’ev, a braccetto con tale Ivàn Matvéevic come il gatto con la volpe, si insinua lentamente nell’esistenza del povero Oblòmov per spillare le ultime sostanze rimaste. Il’ja Il’ic viene trascinato in una spirale di tranelli, bugie, truffe e raggiri che lo avvolgono senza scampo, e da cui non tenta neppure di liberarsi: in primis a causa del suo animo indolente e remissivo, in parte spinto da una recondita volontà di espiare con dolore le mancanze nei confronti di Ol’ga.

Con andatura lenta, inesorabile, egli va incontro alla propria disgrazia con nobile acquiescenza, abbandonandosi al corso degli eventi, dissipando gli ultimi averi e le ultime forze rimastegli. Rinnega l’amore della vita per sfuggire agli obblighi che questo gli avrebbe comportato, e lo trasfigura in un surrogato di calore misto a rispetto, col quale colma lo squarcio apertosi sul petto. Ancora una volta interverrà il fraterno amico Stolz, armato della sua incrollabile amicizia, a nettàre con un’onda sferzante di giustizia il pantano di nefandezze in cui il nostro Oblòmov è impelagato.

L’autore, Ivan Aleksandrovič Gončarov

Nell’avvicendarsi degli eventi, non di rado il lettore si ritrova – suo malgrado – a erigersi a giudice, indignandosi per il precipitare delle sorti nella totale passività del protagonista, che confuso si perde nella ritualità dei gesti quotidiani occultando la propria esistenza sotto un macigno di indolenza. Eppure, mentre la terra trema sotto i piedi e ogni cosa sprofonda verso il baratro, non si incrina neanche per un momento l’integrità di colui che, pur finito nei bassifondi, riluce di purezza d’animo e di quella nobiltà che non si pesa con l’ago della bilancia.

Procedendo adagio nel racconto, si schiude ai nostri occhi un’attenta e lucida analisi dell’animo umano in ogni sua sfaccettatura, in cui le debolezze, le virtù, gli istinti e le devianze si incarnano nei personaggi caratterizzandoli profondamente. Di conseguenza non si è coinvolti in una semplice lettura, bensì in un’attenta riflessione da cui il lettore non può esimersi dal sottoporre se stesso.

A dispetto della sua veneranda età questo libro resta estremamente attuale regalando, oltre uno spaccato dei tempi, anche diversi quesiti di ordine filantropico e morale a noi contemporanei.

 

– E non era più stupido di tanti altri, un’anima pura e limpida come un cristallo; nobile, tenero, e si è rovinato –

– Perché dunque? Per quale ragione?-

– Ragione…che ragione! L’Oblomovismo!-

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Recensione a cura di Stefania Angius

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