Ma quali Khinkali!

Boutique, terrazze panoramiche e cortiletti: come scovare gli angoli più segreti di Tbilisi

Tbilisi è diventata per i russi una delle città più gettonate dove trascorrere il weekend. La capitale della Georgia piace non solo ai partecipanti di gite organizzate, che visitano la città per la prima volta per farsi fotografare di fronte ai monumenti più importanti, ma anche ai viaggiatori esperti che tornano a Tbilisi più e più volte. Un’inviata di Lenta.ru ha trascorso a Tbilisi un paio di giorni per scoprire cosa si nasconde dietro la facciata turistica della città.

Seguire sempre i consigli

La Georgia, come qualsiasi altra meta turistica del pianeta, ha i suoi posti “da cartolina”, tappe obbligatorie per chi viaggia con lo scopo di mettere “una spunta” su tutti i luoghi menzionati nella guida. Ma dopo aver visitato gli antichi monasteri, visto gli spettacoli al teatro delle Marionette Rezo Gabriadze (tra l’altro secondo me sono spettacoli meravigliosi, in particolare “Ramona”), dopo essersi scattati un selfie sul ponte della Pace di Michele de Lucchi e davanti all’auditorium di Massimiliano Fuksas (volgarmente detto “l’asciugacapelli”), dopo aver raccolto l’uva in Cachezia e aver preparato con le proprie mani un churchkela di noci (il primo viene un po’ storto, ma con la dovuta pratica i risultati migliorano), arriva il momento in cui i consigli della guida sono finalmente terminati.

Se mi chiedete qual è il momento migliore per andare a Tbilisi anche senza un programma preciso, io direi nel weekend. Potrete gustare carne deliziosa e bere vino di qualità, farvi fotografare in palazzi antichi, farvi un giro negli showroom di stilisti e gioiellieri locali, realtà davvero degne di nota. Ma una cosa è certa: tutto ciò si trova solo se sai dove andare a cercare. Quando mi preparavo al mio viaggio a Tbilisi in solitaria, senza far parte di una gita organizzata, un’amica esperta mi consigliò: «Cerca su Instagram, lì ci sono tutti gli showroom meno conosciuti, se non sai dove cercare non li troverai mai». Inoltre mi suggerì anche di trovarmi una guida per fare photowalking (la forma di attività intellettuale all’aria aperta più in voga nella capitale georgiana).

Ma informarsi non è poi così difficile. Pare che tutti i georgiani e le georgiane nati a Tbilisi, sia quelli che vivono in Georgia, sia quelli che si sono trasferiti a Mosca (anche quando erano molto piccoli) siano uniti dall’amore per la propria città, amore che condividono ben volentieri con eventuali turisti. Se avete intenzione di trascorrere un weekend “non turistico” in città – cioè di dormire in un hotel tipico, bere un paio di cocktail in un bar frequentato dalla gente del posto, spendere un bel po’ di soldi nel solito centro commerciale oppure in un insolito, ma interessante showroom nascosto in una stradina della vecchia Tbilisi – dovete seguire i loro consigli.

Anche se il turista non pianifica il percorso prima di partire, non c’è da preoccuparsi troppo: molto probabilmente riceverà aiuto e consigli direttamente in città. Non ho fatto in tempo a sedermi nel taxi di fronte al nuovo (tra l’altro più che decoroso) terminal dell’aeroporto di Tbilisi, che subito il tassista, senza distogliere lo sguardo dalla strada, ha esordito «Non compri il churchkela in città: lo prenda al ritorno direttamente al chiosco dell’aeroporto, lì è fresco e non se lo deve portare dietro – lo compra, glielo incartano e se lo porta via».

Una bellezza decadente

Sarebbe bellissimo se fosse così semplice incartare e portarsi via gli scorci di Tbilisi. Ma, ahimè, non è possibile.  Come tutte la città antiche che si trovano in paesi non esattamente ricchi né estesi, la vecchia Tbilisi sta cadendo a pezzi, è un dato di fatto. L’antica Tiflis ben nota agli scolari degli anni Settanta e Ottanta per la letteratura nazionale sovietica, sta scomparendo, ed è un processo tanto naturale, quanto irreversibile.

Le vecchie case, con ampi terrazzi di legno che circondano tutto l’edificio, sono in pessime condizioni. A tratti sembrano la scenografia del film di German È difficile essere un dio: insomma non si capisce come mai l’edificio non sia ancora crollato. Ma alcune casette in qualche modo rimangono abitabili e conservano un aspetto presentabile: si trovano investitori disposti a restaurarle oppure se ne occupano gli affittuari, proprietari di café o di negozi di souvenir.

Una di questa case è conosciuta nella vecchia Tbilisi come “La casa con le vetrate”. Il terrazzo dipinto di azzurro è decorato con vetrate colorate a motivi orientale, mentre proprio all’interno della casa hanno aperto un piccolo negozio di souvenir e manufatti: cappellini di feltro per bambini, borse di pelle conciata al naturale, fermacapelli di corno, e ovviamente gioielli d’argento con smaltatura cloisonné, tecnica tradizionale georgiana per la lavorazione dei gioielli. La nostra guida del photowalk, una ragazza giovane e piena di energie con in testa un berretto leopardato, una entusiasta expat moscovita (si può trovar sui social col nickname Lsdivo) ci ha raccontato: «Ecco un altro nuovo hotel, molto caratteristico…ma non molto tempo fa qui c’erano delle graziose casette antiche. Peccato non ci siano più». Si possono capire gli abitanti di Tbilisi: per restaurare un complesso abitativo che era già vecchio quarant’anni fa serve molto tempo e ancora più denaro, ma questi soldi vengono soprattutto dai turisti, che vogliono alloggiare comodamente in un hotel moderno dotato di tutti i “comfort”.

La casa dell’imprenditore David Sarajishvili, costruita seguendo il progetto dell’architetto tedesco Karl Zaar nel 1905 rappresenta uno dei pochi palazzi antichi ben conservati; venne trasformato in hotel senza particolari sacrifici per la costruzione. Sarajishvili, fondatore della produzione di brandy in Georgia e noto filantropo del suo tempo, aveva abbastanza liquidità per costruire una villa davvero sensazionale. È caratteristico il fatto che il lato che si affaccia sulla strada assomigli ad alcuni edifici parigini del boulevard Haussmann, mentre il lato del giardino sia simile a uno chalet alpino contraddistinto da ampie terrazze in legno: insomma, una sorta di mix tra architettura tradizionale georgiana e lo stile prediletto dall’architetto tedesco. Un dettaglio romantico: la famiglia Sarajishvili piantò nel cortile un cipresso in onore di ogni nascituro; due alberi sono ancora in vita, vigorosi e stagliati contro il cielo.

Se il costo dell’hotel non dovesse rientrare nel vostro budget, c’è la possibilità di prenotare una stanza nel centro storico tramite Airbnb. Alternativa più economica rispetto all’albergo ma per fare la doccia potrebbe essere necessario scendere le scale e uscire dall’edificio. Non si tratta di un’esagerazione: inizialmente in molte case appartenenti alla metà del XIX secolo il bagno non era presente; è stato poi inserito più tardi in edifici posti fuori dalla residenza, in ex magazzini o dove ce ne fosse la possibilità. «Talvolta quando un gruppo di turisti si accinge a fotografare un antico portico, dal bagno in cortile esce un coinquilino in vestaglia o in asciugamano. Ultimamente non sono molto contenti della nostra presenza», si lamenta la guida.

Il photowalk finisce in una casa vicino alla villa Sarajishvili, costruito in stile moresco (come, tra l’altro, il teatro di Tbilisi) da un ricco mercante per la sua giovane moglie. È possibile accedervi solo conoscendo le cifre del lucchetto a combinazione. In compenso l’interno, caratterizzato da una galleria ad arco e da un ampio rosone da cui proviene un fascio di luce abbacinante, è un ambiente perfetto per shooting fotografici.  Non c’è nemmeno bisogno di una reflex: io, per esempio, dilettante nella fotografia, non possiedo attrezzature professionali; le mie fotografie sono state scattate con il nuovo smartphone Xiaomi Mi 8 Lite con una fotocamera selfie Sony avanzata. Nella casa la luce è perfetta per le fotografie e, con l’aiuto del programma speciale improvizer annesso di effetto trucco AI, “rifinisco” il mio volto pallido dopo il viaggio in aereo.

Anche gli interni vengono discretamente in fotografia: sulla parete scura della galleria “moresca” troviamo appeso un grande specchio opacizzato contornato da una cornice barocca; il mercante lo fece installare per la moglie, per darle modo di specchiarsi prima di uscire di casa. Il selfie nello specchio è d’obbligo: si dice che chiunque ci si rifletta presto migliorerà le proprie condizioni abitative, esattamente come successe al mercante, primo proprietario del Palazzo.

Dopo aver salutato il mercante semimitico, per concludere la nostra escursione nel centro storico di Tbilisi andiamo a trovare l’artista georgiano contemporaneo Avtandil Gurgenidze (la cui opera più famosa è nientemeno che “l’arte sull’aereo AN-24”) e sua moglie Nino Ociauri, ballerina di opera e balletto del teatro di Tbilisi. Si tratta di una famiglia creativa almeno da quattro generazioni: il nonno di Nino, Gogi Ociauri, è stato un famoso scultore e grafico sovietico, e il figlio di Nino e Avtandil studia al conservatorio.

Le pareti dell’appartamento dell’artista sono interamente coperte dalle sue tele eccentriche e brillanti, le quali ricordano molto l’arte naïf: Gurgenidze scrive su qualsiasi superficie, anche su pezzi di linoleum. In una delle stanze troviamo colorazione più tenui: lì sono appesi quadri acquistati dall’artista o donati dagli amici, e anche un paio di stampe di Gogi Ociauri. L’artista stesso organizza visite guidate nella propria galleria di casa, alcuni lavori possono persino essere acquistati. Anche l’androne della dimora di Gurgenidze è interamente dipinto: la scricchiolante scala in legno e la porta a battente con la vernice scrostata che dà sulla strada inducono a pensare nuovamente che, anche se l’arte è eterna, la vita dei palazzi è invece estremamente breve.

Qualcosa di nuovo

Fortunatamente a Tbilisi ci sono esempi di ristrutturazioni ben realizzate di vecchi edifici. Ad esempio, lungo la strada Merab Kostava, la quale attraversa l’antico rione Vera (dicono che spesso Pirosmani passeggiasse qui), in epoca sovietica venne costruito un enorme stabilimento tipografico di tipo costruttivista. Dopo il crollo dell’URSS il mostro industriale era in rovina, fino a quando alcuni intraprendenti albergatori dell’Adjara Group non hanno deciso di investirci. Hotel Stamba (che in georgiano significa «tipografia») ha aperto  quest’anno e già compare sulle pagine di famose pubblicazioni riguardanti l’architettura.

Nella hall, larghe strutture in cemento richiamano alla memoria scenari steampunk di un film d’azione con atmosfere noir: su un muro verde di sovietica memoria è ancora appeso un vecchio telefono metallico a disco, mentre le pareti divisorie consistono in altissime scaffalature ingombre di tomi. Al piano terra troverete l’omonimo caffè il cui interno ricorda l’architettura art déco delle brasserie parigine, e il casinò (nel quale, purtroppo, non si possono scattare fotografie; all’interno si respira il lusso sotterraneo del blind pig ai tempi del proibizionismo americano). Nelle camere vediamo ancora una volta imponenti scaffali di libri, lampade ad ardesia con pendenti in corno brunito e bagni in ottone.

Inoltre nell’hotel è presente Chaos, un’azienda multibrand piccola, ma come si suol dire, estremamente concettuale, che comprende marchi di moda di origine georgiana e non solo (troviamo, ad esempio, articoli firmati JW Anderson e magliette sportive del marchio Ambush), le cui mura sono dipinte con una bomboletta spray da graffitisti e la cui tenda è dotata di catene d’acciaio pesante.

E per coloro che desiderano qualcosa di più delicato e giovanile, è sufficiente attraversare la strada: letteralmente di fronte a Stamba trova rifugio un negozio minuscolo di design (con tratti molto parigini), Apropos, nel quale vale la pena andare per gli eleganti anelli d’argento e orecchini con smeraldi e topazi del gioielliere Ia Pirtskhalava. Tra l’altro, di fronte c’è la boutique del marchio di churchkhela Badagi: una leccornia di diverse specie e colori per coloro i quali, malgrado il consiglio del tassista, non riescono ad aspettare fino all’aeroporto.

Un’altra boutique concettuale per ragazze eleganti si colloca nella capitale georgiana, il marchio locale it-girl dell’imprenditrice Nino Eliava. Lo showroom è piccolo, ma caratterizzato da uno stile hollywoodiano, con ottone e specchi. All’interno regnano il design georgiano e la bigiotteria, ovvero pochette intrecciate e borsette 711, lucertole e ragnetti d’ottone, collane e orecchini Lako Bukia x Natia Khutsishvili e calzature Nina Zarqua. Sono presenti anche marche internazionali: ad esempio, il brand ucraino Litkovskaya conosciuta dai moscoviti più appassionati di moda per il multibrand Aizel. 

Le caratteristiche del cibo nazionale

A novembre nella città di Tbilisi ci sono state grandi piogge e la gente ha preferito essere al chiuso, gustare il famoso vino georgiano e mangiare qualcosa di caldo e stuzzicante: con un churchkhela non ci si sazia, anche se è ciò che di più delizioso si può trovare. Solitamente il vino si degusta nella regione della Cachezia, celebre per la produzione vinicola. In una breve escursione non c’è tempo per una tale visita inoltre il vino è già stato raccolto da un pezzo, e a novembre i vigneti della Cachezia hanno perso il colore che li caratterizza durante lo Rtveli, la festa della vendemmia. Ci aspetta quindi una rapida degustazione nella periferia di Tbilisi in un locale relativamente piccolo per la conservazione del vino, chiamato Marani.

Marani differisce dalle cantine di Bordeaux: nel tradizionale Marani georgiano non sono le botti a giocare un ruolo fondamentale, ma gli enormi vasi di terracotta chiamati kwevri costruiti nel pavimento, nei quali il succo d’uva si trasforma in vino mediante il processo di fermentazione naturale. Quando i panelli d’uva e il sedimento si depositano sul fondo del kwevri, attingono da quest’ultimo il vino con l’aiuto dell’orshimo (recipiente di zucca essiccata su un bastone lungo) e lo versano nelle bottiglie. Le bottiglie vengono predisposte con i fondi in su in una posizione simile ai cavalletti, dove il vino viene conservato per un periodo di tempo stabilito.

Al Marani nel quale ci hanno invitato ci sono botti più comuni. Lì viene conservato il vino, preparato secondo la tecnologia europea dall’uva locale Buza e Danaharuli, ma anche dalle rare uve georgiane Tavkveri. Il locale Marani è antico: l’enotecnico Tadeusz Guramishvili, parente del famoso illuminista georgiano Ilia Chavchavadze, lo costruì nel XIX secolo. I ritratti di entrambi e della famiglia Guramishvili abbelliscono le pareti di pietra.

In epoca sovietica nel Marani fu costruito un deposito militare, che rovinò irreversibilmente i kwevri, semplicemente depositandoci la spazzatura. Tuttavia i nuovi proprietari sono riusciti a salvaguardare e ricostruire tutto ciò che è rimasto, tra cui il portale in pietra arenaria intagliata e la pittoresca muratura delle pareti di pietra; dalla muratura hanno dovuto lavare via e abbattere la calce e il gesso. Tiriamo fuori di nuovo le macchine fotografiche e gli smartphone per farci una foto accanto alle botti, ai fori degli kwevri, all’enorme vasca scavata nel tronco di un albero (in georgiano saznacheli), nella quale in antichità si pigiava l’uva con i piedi.

Dopo la degustazione a base di semplici spuntini (formaggio Suluguni, ricotta Nadugi, melanzane con salsa alle noci Bazhe, cetriolini Dzhondzholi) ci dirigiamo verso il vero banchetto, al ristorante Veriko, tra l’altro situato in un edificio simile, nei locali di una vecchia cantina con terrazze pittoresche. È piacevole pranzarci quando fa caldo e c’è il sole, ma col fango di novembre è meglio sedersi nella spaziosa sala dalle pareti bianche.

Cosa ordinate? – Domanda la cameriera, ricoprendo preventivamente il tavolo con piatti di pchali agli spinaci, scodelle con mazoni e tavolette con khachapuri caldi provenienti dall’Imerezia (in questo ristorante sono eccezionali). Alla vista degli antipasti mi rendo conto che ho dimenticato tutti i nomi dei piatti della cucina georgiana. Tutti tranne uno. Khinkali? – chiedo timidamente – ma quali khinkali! – la cameriera agita minacciosamente la mano, ma, vedendo il mio volto spaventato, si calma e spiega dettagliatamente la differenza tra chashushuli (stufato di vitello con cipolla e pepe) e chakapuli (stufato di agnello con prugne amare, dragoncello e coriandolo).

Non si vuole mai andare via da Tbilisi: durante il viaggio verso l’aereo sembrerà che non si è riusciti a visitare, fotografare, degustare o comprare qualcosa di particolarmente interessante. Ma confortatevi, il churchkhela più gustoso di tutte si vende proprio in aeroporto!

Fonte: Lenta.ru Traduzione delle studentesse del Master ELEO Serena Mannucci, Consuelo Tessaro e Margherita Valente.

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