Rimanendo libera, ho preso coscienza del mio posto nella cultura

Valerij Ledenev ha intervistato Natalija Turnova sulla mostra presso la galleria Tret’jakov, sull’arte informale e sul femminismo

Alla Galleria Tret’jakov è aperta fino al 25 novembre la mostra di Natalija Turnova “Silent” (Krymskij Val, 10, Novaja Tret’jakovka, sala 38), organizzata con il supporto della Galleria Krokin. Valerij Ledenëv ha parlato con l’artista del suo rapporto con l’arte anticonformista, di cui lei non fa parte, ma alla quale è vicina. Ci si è poi soffermati sui suoi progetti sull’amore e sulla traumatica esperienza femminile, sul perché il lavoro manuale sia per lei importante, così come sulla possibile affinità delle sue opere con lo stato psicologico dei visitatori delle mostre.

— Si è laureata alla Facoltà di Disegno Industriale della Scuola Superiore d’Arte Industriale di Mosca. Ha mai lavorato in questo campo?

— La facoltà era denominata “progettazione artistica” in quanto allora la parola “design” non era usata. Mi sono iscritta lì per ottenere la laurea, perché a quei tempi era necessaria ed avere un’educazione era importante. Era la più grande facoltà e lì ammettevano 38 persone, quando invece nel dipartimento di pittura o in quello monumentale ne ammettevano in tutto 10. Lì avevo più possibilità di laurearmi: dopotutto, come si suol dire, venivo dal nulla, senza contatti e senza essere “figlia d’arte”.

Non ho mai lavorato nel campo in cui mi sono specializzata e quando stavo ancora studiando, mi sono resa conto che non avrei continuato con il design. La progettazione delle cose assolutamente non mi apparteneva. La pittura e il disegno ci erano stati insegnati poco, ma per quanto riguarda il lavoro di progettazione avevamo avuto buoni insegnanti. Gli architetti e i designer sono in grado di impostare chiaramente gli obiettivi e di eseguirli. Nella pittura però non è così. A noi tutti avevano, per così dire “messo in moto il ​​cervello” e, a questo proposito, penso di essere stata molto fortunata.

Natalija Turnova. Nameless. 2018. Olio su tela. 200х130 cm © Е.А. Alekseev / Galleria Tret’jakov

— Come è passata alla pittura?

— Mi occupavo di pittura parallelamente agli studi e dopo la laurea ho continuato a praticarla. Durante e dopo gli studi ho sempre cercato di scoprire qualcosa di nuovo per me stessa. Ho studiato i materiali a mia disposizione, ho visto come questo o quell’artista lavorava con i colori. Nell’era Pre-Internet per far ciò si doveva andare in biblioteca, e non in tutte si poteva accedere direttamente: spesso ci si doveva accordare e sapere già quali pubblicazioni specifiche ordinare. L’informazione aumentava ad effetto palla di neve, e questo era probabilmente un vantaggio, perché io stessa ne usufruivo. Tuttavia, non posso dire di avere avuto degli insegnanti. Quando gli altri artisti raccontano dei loro insegnanti, sono lieta che possano parlare di tali figure nelle loro vite. Nel mio caso, non c’è stato niente del genere.

— Quali sono stati i suoi primi lavori?

— Sono sempre stata interessata al colore e alla capacità di esprimere qualcosa attraverso colore e forma. Ad esempio, mi piaceva molto Matisse, e molti di coloro che hanno scritto di me hanno menzionato questo fatto – ecco anche nella nostra intervista è saltato fuori (ride).

Picasso mi era un po’ estraneo, sebbene conoscessi il suo valore. E la pop art mi è sempre sembrata oscura e non mi ha mai interessato. Quando i critici hanno trovato elementi di pop art nelle mie opere, sono rimasta sorpresa: come si fa a travisare così tanto quello che faccio? Al di fuori del colore brillante, nei miei lavori di sicuro non c’è nient’altro che appartenga alla pop art.

Natalija Turnova. Experience. 2014. 190х150 cm © A. Gradoboev / Galleria Krokin

— Conosceva le opere dei rappresentanti dell’arte informale?

— Mi interessava l’arte informale e andavo alle mostre nel padiglione “Pčelovodstvo” (1975) e nella “Casa della Cultura” VDNKH. L’ho approfondita per interesse personale ma a scopo puramente informativo. Non ho cercato di imparare nulla da essa, non l’ho associata alle mie opere e non ho ritenuto che potesse influenzarmi. Come ho detto, non avevo insegnanti ma avevo un buon amico, Boris Orlov. Conosceva mio marito e gli insegnava la scultura. In quel periodo mi sembrava di fare qualcosa di “normale”, ma un giorno, dopo aver osservato i miei lavori, disse che si avvicinavano all’arte informale. In un certo senso questo è stato un momento di svolta, dopo il quale ho iniziato a percepire me stessa in un modo nuovo. Come già io stessa pensavo, mi occupavo di arte per me. Mi dissero però che il fatto che lavorassi nel mondo della cultura e mi muovessi lungo un preciso percorso non era una casualità. In senso positivo, mi sono vista come una piccola particella inserita in un flusso, rimasta libera, ma consapevole del proprio posto nella cultura. Non si tratta né di vanità né di orgoglio, o addirittura di una responsabilità che presumibilmente mi è stata affidata. Semplicemente ho capito che non posso più permettermi di scherzare. E posso fare più di quello che credevo di poter fare in precedenza.

— Cioè, la tua entrata nell’arte contemporanea ha avuto luogo nel processo di comunicazione con gli artisti?

— In un certo senso, sì. Non ho mai avuto la sensazione di volermi impegnare nell’arte contemporanea, esporre nella Galleria Tret’jakov e trovarmi tra gli artisti famosi. Volevo occuparmi di pittura e il risultato è stato che è andata come è andata.

Inaugurazione della mostra di N. Turnova “Silent” alla Galleria Tret’jakov. © Е.А. Alekseev / Galleria Tret’jakov

— Dove e quando è stata la tua prima mostra?

— La prima mostra personale si tenne alla Galleria Regina nel 1990, ma la prima in assoluto fu un’esposizione di gruppo nel comitato municipale dei grafici di Malaja Gruzinskaja nel 1985. Era l’unico posto in cui si poteva semplicemente entrare e dove le tue cose si potevano prendere anche se non eri un membro dell’Unione degli artisti e non avevi un curriculum di mostre. Era semplicemente impossibile esibire da qualche parte. Certo, c’erano mostre d’appartamento, ma a quel tempo non ne sapevo nulla. Non facevo parte nemmeno del comitato municipale e ho esposto lì solo una volta. Ora non ricordo quale mio lavoro ho presentato lì. L’atmosfera stessa del comitato cittadino, per come posso giudicarla ora, era piuttosto stagnante, ma non è mia intenzione criticarla in alcun modo. A quel tempo era come una boccata d’aria fresca.

Natalija Turnova. Lenin e Tolstoj (Čto delat’, Lev?). 1988. Olio su tela. 140×90 cm. Illustrazione del catalogo “Galleria Regina. Cronaca: Settembre 1990-Giugno 1992” (Regina, 1993)

— Come giudica la collaborazione con le nuove gallerie di Mosca, tra cui la “Regina”, dove fu aperta la sua prima esposizione personale?

— È stato un momento interessante: tutto si evolveva attivamente e rispetto alla situazione attuale era più libero e meno regolamentato. Ora per l’arte sono emersi formati rigidi, campi diversi si specializzano in cose diverse e per poter collaborare con loro è necessario soddisfare vari criteri. Ma negli anni ’90 c’era posto per l’avventura nel vero senso della parola. Molto di ciò che veniva fatto allora non poteva essere apprezzato. Ma l’artista poteva portare un progetto assolutamente incompatibile con qualsiasi cosa e se il gallerista lo riteneva interessante, poteva sostenerlo. Mi bastava dire – “guarda, c’è un nuovo autore interessante” – e potevi incontrare il gallerista senza preparare in anticipo un portfolio o un CV con la partecipazione alle mostre e la storia delle vendite. Naturalmente ogni galleria aveva il suo stile e c’erano diverse insidie ​​nel lavoro. Ma tutto era incredibilmente vivo, i galleristi a volte nemmeno capivano cosa volevano loro stessi, e prevaleva su tutto il desiderio di fare qualcosa che nessuno aveva fatto prima. Ora, sfortunatamente, non vedo una cosa simile.

Natalija Turnova. Who am I. 2018. Olio su tela. 200×150 cm. Frammento. © E.A. Alekseev / Galleria Tret’jakov

— Quando ha iniziato a creare ritratti, opere a cui viene spesso associato il suo lavoro?
— In parte già̀ allora. Per esperienza ho provato che una persona è sempre interessata ad un’altra persona. Il genere del ritratto, come ci è stato presentato negli anni ’70 – ’90, è rimasto abbastanza tradizionale e realistico. È andando oltre questi confini che si cattura l’attenzione su sé stessi. È stato interessante per me lavorare con il ritratto tradizionale, in modo che rimanesse un dipinto ma trasformato in qualcos’altro. Se consideri l’immagine di una persona famosa, riconosciuta non solo visivamente ma anche eticamente, e rappresentandola in modo non convenzionale per un dato momento, viene percepita in modo diverso ed intesa come pittura, piuttosto che come immagine di uno scrittore o di un leader.

Natalija Turnova. Vasilij Kravčuk. Instruments. 17 aprile-12 maggio 1991, Galleria “Regina”. Illustrazione del catalogo “Galleria Regina. Cronaca: Settembre 1990-Giugno 1992” (Regina, 1993).

— Alla sua seconda mostra nella Galleria Regina, le opere intitolate “Instruments” (1991, in collaborazione con Vasilij Kravčuk) erano “ritratti” di cose. Come sono nate?
— Volevo allontanarmi dai ritratti di persone e realizzare ritratti di oggetti. Di tanto in tanto mi annoio a ritrarre persone, e mi dedico ad immagini di macchine, ecc. E penso che sia appropriato realizzare tali opere dal punto di vista del ritratto. L’auto per me è sempre stata l’immagine dell’uomo, l’interpretazione dell’identità̀ del suo proprietario. La personalità̀ di un soggetto può essere compresa attraverso l’abbigliamento, ed è possibile farlo anche attraverso l’auto. Un uomo all’interno di un’auto esprime il proprio essere, guidando e sistemando questa piccola dimora. Trasmette in modo accurato e preciso il carattere della persona, e così è possibile dire molte cose.

Dalla serie “Silent”. Frammento. © E.A. Alekseev / Galleria Tret’jakov

— Non si occupa solo di pittura ma anche di scultura. Come ci si muove da uno stile all’altro?
— Per molto tempo sono stata impegnata in pittura e, da un lato, ho lavorato attivamente con il colore mentre dall’altro ho sempre avuto il desiderio di portare la pittura nello spazio. Quando ho iniziato a “sviluppare” il colore nel volume, volevo espandermi ulteriormente, aggiungere musica, fontane con acqua, un ventilatore e del movimento dell’aria. Le sculture esposte alla mostra “Silent” nella Galleria Tret’jakov, si sono rivelate nel corso di un percorso inverso. In contrasto con i lavori dai colori vivaci, volevo presentare qualcosa di sobrio e ridurre il colore, grazie al potenziale della forma. Il potenziale del volume e del colore dovrebbero interagire tra loro. Questo è sottolineato nei titoli della serie: il dipinto si chiama “Passions”, la scultura è “Silent”. Silenzio concentrato, quando una persona tace, ma dentro c’è un concentrato di forze.

Natalija Turnova. Awakening. 2016. Bronzo. 42х137х152 cm © E.A. Alekseev / Galleria Tret’jakov

— I suoi progetti richiedono spesso elevati costi di manodopera, si occupa di questo lavoro da sola?

— Faccio sempre tutto il lavoro da sola. In parte, questa è un’abitudine, dal momento in cui non ho guadagnato molto e ho costruito autonomamente le mie fondamenta, ecc., Inoltre, grazie all’istruzione, ho potuto farlo bene. Ma ogni qual volta ho chiesto a qualcuno di aiutarmi, mi è sempre sembrato che la persona lavorasse malamente e così facendo avrei lavorato in modo diverso. Ovviamente, un maestro invitato si sente in dovere di rifare tutto, ma quale professionista che si rispetti può̀ essere d’accordo? Sarebbe molto più facile, ma probabilmente non è la soluzione migliore. Per farmi piacere il lavoro devo farlo io e solo io. Si è sempre il proprio miglior critico, perché́ si capisce e sente il lavoro che si sta facendo.

Pagine dal catalogo della mostra di Natalija Turnova “Collection-2000” (Mosca, Galleria “Regina”, 2000).

—  Ci racconti del suo progetto “Collection-2000” (2000). Ci si ritrova un giudizio esplicito sui problemi di genere, e in particolare sui problemi di violenza medica vissuta dalle donne.

— Il progetto era dedicato al tema della ginecologia e allo stesso tempo al crescente giro d’affari dell’industria della moda e del glamour, dietro al quale di fatto si nasconde la traumatica esperienza femminile, il sentirsi senza diritti nei momenti più critici della propria vita. Per la mostra avevo creato delle sculture e dei dipinti colorati, e dei miei testi personali accompagnavano il progetto. Nella nostra cultura non si usa esprimersi riguardo a cose simili, nonostante il movimento femminista che è presente anche nell’arte. Però il femminismo di per sé non mi è mai interessato. Probabilmente è un peccato che non mi sia interessato, e se avessi una vita in più mi ci potrei dedicare più attivamente. Mi è sempre sembrato che ci siano dei problemi puramente umani, legati innanzitutto all’individuo.

— Per le sue mostre “Collection-2000” e “Love” (2002) sono stati pubblicati degli opuscoli che, a mio avviso, si possono considerare delle pubblicazioni indipendenti. L’edizione del 2002 viene letta semplicemente come un libro d’amore.

— Il libro “Love” è fatto dallo straordinario artista Vladimir Sitnikov, e concordo che lo si possa considerare come indipendente. È stato pensato non tanto come catalogo o come opuscolo della mostra, quanto come una pubblicazione separata.

Due pagine dal catalogo della mostra di Natalija Turnova “Love” (Mosca, Galleria “Regina”, 2002).

— Nel testo per la mostra “Instruments”, pubblicato nel catalogo della Galleria “Regina” [dall’agosto 2018 la galleria è stata rinominata “Ovčarenko” ndt], Ljudmila Bredichina ha scritto che lo psicologismo nei suoi ritratti “è piuttosto un’eccezione che la regola” e che in essi è presente “un sistema rigoroso, ponderato e radicale, in cui tutto è calibrato, nessun colore è casuale”. Lei è d’accordo con questa affermazione?

— Non è esattamente così. In realtà tento di unire queste cose. Tu guardi il quadro e lui deve essere non solo un’immagine, ma l’indicazione di un certo stato.  Se corrisponderà al tuo e in qualche modo gli è conforme, bene, se no, non avanzo pretese. Il critico vede ciò che vuole vedere. Io stimo incredibilmente Ljudmila Bredichina, ma ricordo che a proposito di questa mostra, disse che gli oggetti-ritratto che le erano stati sottoposti erano dei simboli fallici. Ma a me non era passato niente di simile per la testa, ciò non aveva alcun senso per me.

Interpreterai sempre ciò che vedi basandoti sulla tua esperienza. Ma prova a distaccartene, a guardare le cose con sguardo limpido, per quanto possibile. Immagina di svegliarti e di sentire una musica, che prima di quel momento in cui capisci cosa sta suonando, la percepisci come concorde al tuo umore. Io invito a non guardare alle cose “con gli occhi di un bambino”, ma a liberarsi dai cliché che noi stessi ci siamo posti. Ma questo non è in nessun modo né una raccomandazione, né una richiesta da parte mia.

Due pagine dal catalogo della mostra di Natalija Turnova “Love” (Mosca, Galleria “Regina”, 2002).

 

— Il progetto “Diagnosis” (2009) che è stato nominato al Premio Kandinskij, è costruito in modo simile alla rappresentazione degli stati d’animo?

— È importante capire che in questo progetto non c’erano persone reali. Le persone reali le rappresentavo negli anni ottanta o nelle serie come “Commanders” (2007). Ma dietro ai lavori della serie “Diagnosis” non si celano persone reali. Sono immagini sintetizzate di umori o tormenti, del moto interiore, ed espressioni dei sentimenti umani.

Tradotto dalle studentesse del Master ELEO Sofia Abbruzzese, Lavinia Vivian, Irene Lisato e Claudia Signor.

Fonte: colta.ru

Master ELEO

Il Master di primo livello in Economia e Lingue dell’Europa Orientale / ELEO è un progetto di formazione manageriale dell’Università Ca' Foscari Venezia – Ca’ Foscari Challenge School, rivolto esclusivamente  a laureati con conoscenza certificata della lingua russa. L'obiettivo è formare esperti in relazioni economiche con la Russia, con i principali Paesi dell'Europa Orientale e dell'area eurasiatica, quali Kazakistan e Azerbaigian. Il Master ELEO intende rispondere alle esigenze del mondo imprenditoriale e istituzionale con un programma didattico in grado di integrare qualificate competenze linguistiche e culturali con conoscenze economiche, commerciali e di marketing internazionale.