Il sipario

Nota di redazione: Il seguente testo è stato tradotto dalla studentessa dell’università Higher School of Economics, Elena Savinova, come prova finale del corso di traduzione della docente Francesca Loche. L’articolo è preso dal blog “Rossija bez nas” (La Russia senza di noi) che si pone lo scopo di “restituire” ai giovani la parte vita tolta loro dai media e da internet e descrivere il mondo in cui abitano in realtà.

Spettacolo in un orfanotrofio

Quando mi esibivo in un teatro giovanile, ci hanno invitati a mostrare uno spettacolo in un orfanotrofio. Abbiamo caricato la scenografia in un furgone e siamo partiti. Il viaggio è stato lungo – circa tre ore. Sul posto ci aspettava la desolazione con edifici tipici del tempo sovietico piantati fittamente.

La nostra compagnia teatrale è stata salutata e portata sulla scena, anche se questa  parola è a malapena corretta: si trattava di un grande locale diviso da un spazio vuoto da una parte e file ordinate di vecchie sedie rotte dall’altra. Il camerino era una stanza piccola che dall’aspetto e dall’odore sembrava un ripostiglio. Per tutto il tempo in cui abbiamo installato la scena, nessun ragazzo è corso nella sala. L’orfanotrofio assomigliava a una casa di cura abbandonata, dove da molto tempo non veniva nessuno. Solo l’odore di mensa, che proveniva da qualche parte di sotto, faceva capire che ci abitano ancora dei ragazzi.

Dopo circa trenta minuti davanti alla scena hanno tirato le tende: le quinte. Dietro di loro vedevo come la sala velocemente si riempiva dei ragazzi. Gridavano, schiamazzavano, perciò presto il teatro improvvisato ha iniziato a sembrare uno zoo. Mi sono sentito a disagio.

Lo spettacolo è cominciato. I ragazzi continuavano a parlare tra loro, come se non ci notassero affatto. Intanto, poco a poco a volte uno, a volte un altro gettavano occhiate sulla scena. Dopo un po’, tutti hanno iniziato a guardare lo spettacolo con estrema attenzione. Ma qui c’è un paradosso: la recita non gli interessava per niente, loro osservavano gli attori: ragazzi ordinari un po’ più grandi di loro, che vivono una vita ordinaria nelle famiglie ordinarie.

Foto di Россия без нас

Dopo lo spettacolo ci hanno invitati alla mensa. Ci siamo seduti in un angolo, perché così era possibile osservare i ragazzi tranquillamente. Ad ogni tavolo c’era un piccolo gruppo, a capo del quale c’era un leader, il membro più forte della banda. Lui poteva punire oppure incoraggiare i compagni, prendendo i piatti di quelli colpevoli di qualcosa e dandoli a quelli che li avevano meritati. Uscendo dalla mensa, ho sentito la conversazione seguente:

–  Seryj, oggi alle otto sul campo, avvisa gli altri di noi. Senza farti notare. Se qualcuno vuoterà il sacco, sei morto, stronzo.

– Capito. Quanti ne servono?

–  Quattro. Tu, Vitja, il Greco e chiama la Talpa.

– E chi ci sarà dalla loro parte?

– Non lo so ancora. Ma Anton e Diman ci saranno di sicuro. Basta con le domande, se queste vecchie lo scopriranno  è colpa tua.

Seryj se n’è andato in fretta preoccupato. È più difficile per quelli che sono finiti qui in età più matura, dopo la morte dei loro genitori o per altre cause. Questi ragazzi sono odiati. Li tormentano perché hanno avuto il tempo di conoscere l’affetto, perché sanno com’è quando ti vogliono bene. Tutti gli adulti, sia educatori che professori, sanno di questo sistema ma non cercano di cambiarlo. È sorprendente che nell’atmosfera di questa crudeltà esistano persone davvero gentili e sincere, che hanno il loro sogno e sperano di realizzarlo un giorno.

Dopo il pranzo ci hanno accompagnati al furgone. I ragazzi ci hanno aiutati a smantellare la scena e caricare la scenografia nella macchina. Frattanto, l’atmosfera ricostruiva l’ordine normale delle cose, come se non fossimo mai stati qui.

Fonte: russiawithout.me Autore: Egor Sidorenko Traduttrice: Elena Savinova

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com