Recensione de “Il colombo d’argento” di A.Belyj

La discesa di un giovane intellettuale nel sistema settario ci porta a scoprire la Russia agli albori del ‘900, attraverso la magnifica scrittura di uno degli autori più interessanti del secolo scorso.

A Ottobre 2018, Fazi editore ha ripubblicato “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj, con la nuova traduzione di Carmelo Cascone. Come chiunque conosca almeno un poco l’autore Belyj può indovinare, “Il colombo d’argento” non è certamente una facile lettura. Devo ammettere di aver impiegato più del tempo necessario a leggerlo, in parte perché è un libro complesso, ricco di passi estremamente descrittivi, in parte perché la sua scrittura non consente una lettura veloce, distratta, una “prima lettura”.

“Il colombo d’argento”, Fazi editore, 2018

Il susseguirsi degli eventi è nebuloso, come la mente del protagonista Pëtr Dar’jal’skij, invischiato nell’appiccicosa ragnatela di misticismo nella quale si è buttato con il corpo e con l’anima intera.

Quando lo incontriamo inizialmente troviamo un giovane signore, ben vestito e dai modi impeccabili, che si reca quotidianamente dalla sua promessa sposa Katja, perfetta bambolina nipote di baronessa, dalla quale erediterà una bella villa di campagna. Pëtr è un aspirante scrittore, uno studioso di filologia e letteratura che ama dissertare con l’amico Schmidt su questioni letterarie che tengono impegnata la sua mente per buona parte del tempo.

Sarà un viso sfigurato a distrarlo per sempre. Nel piccolo villaggio di Celebeevo – ricettacolo di un seme del male ancora silente, in cui insistenti sciami di mosche ronzanti lasciano intuirne la vera natura – Dar’jal’skij intravede Matrëna, una donna butterata permanentemente dalle profonde cicatrici del vaiolo che trapuntano un volto senza sopracciglia e oscenamente sensuale.

Le labbra rosse e voluttuose e l’ammaliante oceano sconfinato degli occhi turchesi rapiscono l’attenzione del protagonista, che prova a soffocare l’impeto carnale che il pensiero di quella donna del popolo gli stimola. Il nostro giovane signorotto, è presto detto, butterà ogni progetto di vita alle ortiche, inseguendo per campi e boschetti quell’ambigua incantatrice.

Matrëna Semënovna fa parte di una setta, quella dei Colombi, e vive come donna di casa con il loro capo, il falegname Kudejarov. La setta dei Colombi rimanda, in parte, al movimento dei Chlysty (ordine settario nato nella Siberia del 1600), sebbene l’autore chiarisca nella nota introduttiva che i primi non devono essere identificati con i secondi.

Sembrerebbe che sia stato proprio lui, Mitrij Mironyč Kudejarov, a scegliere Pëtr come prescelto per realizzare la discesa dello Spirito sulla Terra; qualunque siano i fattori, sconosciuti al lettore, che conducono a questa selezione, Pëtr e Matrëna sono i soli a poter concepire lo Spirito, la cui venuta innalzerà i confratelli del Colombo ad un rango superiore e inizierà una nuova era del mondo.

Se ciò che attrae Dar’jal’skij alla setta dei Colombi è la sfrenata lussuria che lui e la sua nuova donna consumano continuamente, pian piano la mente del giovane protagonista viene sconvolta molto più profondamente dalla sfera mistica, precedentemente ignota, a cui si abbandona completamente.

Pëtr si stabilisce in pianta fissa nell’isba del falegname Kudejarov e, quando non è intento a concupire la sgraziata Matrëna, passa il suo tempo vagando per i campi e i boschi che circondando il villaggio. Nelle sue lunghe e inconcludenti passeggiate, egli è in un costante stato confusionale e all’estasi che gli viene dalla sua rinnovata condizione di uomo nel mondo si alterna una paura incomprensibile, lo smunto bagliore di una lucidità che giorno per giorno si allontana.

In una di queste sue peregrinazioni incontra persino la sua Katja, che guarderà sempre con una punta di velata malinconia e con affetto. Da parte sua, Katja stenta a riconoscere un uomo stravolto, che nulla ha a che fare con il suo Pëtr: ha la barba incolta e i capelli lunghi e spettinati, indossa una logora camicia rossa e parla e agisce come un folle.

Chlysty in estasi

Man mano che si avanza con la narrazione, si evince in quale contorto vortice maniacale si sia tuffato il protagonista: i settari, infatti, non si dedicano solo a preghiere e riti particolari, ma si adoperano alacremente anche per eliminare, talvolta definitivamente, i malcapitati non adepti che interferiscano con la loro attività evangelizzatrice.

Il tardivo concepimento tanto atteso e la gelosia di Kudejarov per la sua Matrëna definiranno le sorti di Dar’jal’skij; l’ostilità che inizia a riscontrare nei confratelli, unita probabilmente allo sfumare dell’ebbrezza iniziale, sembra farlo rinsavire abbastanza da fargli pensare di allontanarsi.

Da questo momento in poi, gli assurdi vaneggiamenti del protagonista si riducono. Come svegliandosi lentamente dal torpore di un’esistenza parallela ed eterna, fatta di fili di luce e di gioia incontrollata e immotivata, Pëtr cerca di riappropriarsi della sua vita precedente e di districare la sua mente dal legame invisibile che il falegname dal volto cubista gli ha stretto intorno.

Il libro è pervaso da lunghe descrizioni dei deliri campestri del protagonista, splendide esperienze “lisergiche” fatte di colori sgargianti e di luce che stilla da persone e oggetti, che rendono perfettamente l’idea di un’estasi mistica.

La maestria dell’autore si palesa nella sua capacità descrittiva: anche quando ci viene mostrato un panorama nient’affatto eccezionale, come una stradina rurale che sale un ripido pendio, Belyj non si limita mai a definire fisicamente un luogo ma lo caratterizza, spazia con lo sguardo e con l’attenzione ai dettagli che formano il quadro che ci sta dipingendo innanzi.

Le figure create dalla sua immaginazione sono cariche di un lirismo unico, modellate attraverso una scrittura estremamente ricca, rigogliosa, che spesso ricorre a dei richiami interni, a delle ripetizioni di parole o di interi passaggi, che permettono al lettore di familiarizzare con i luoghi e le cose.

La bellezza della scrittura di Belyj lascia meravigliati, costituendo qui uno di quei rari libri che suscitano davvero emozione. Le immagini, come già detto, sono tratteggiate da uno stile delicato, pittorico, che tuttavia impiega dei mezzi portentosi: la parola di Belyj è potente, inequivocabile (ed è alquanto curioso utilizzare questo aggettivo per questo romanzo). L’autore è indubbiamente la divinità del mondo da lui creato tra le pagine, l’onnipresenza che ha plasmato tutto ciò che racconta.

Se i fatti riportati nella narrazione sono decisamente peculiari e non ordinari, il “paesaggio” in cui sono stati ambientati è universale. Ci sono momenti che ogni lettore può riconoscere, ancor prima di finire le righe che lo separano dalla conclusione del periodo, come una sorta di ricordi collettivi dell’umanità.

Tali sono i passi in cui Belyj si sofferma su tutta una categoria di sensazioni che possono assalire l’uomo, presto o tardi nell’arco della sua vita: è il sentimento, più nello specifico, di una pace interiore che spesso si risveglia negli animi più agitati, quel sentimento che permette all’essere umano di sentirsi per pochi attimi la parte dell’universo che invero è.

L’autore Andrej Belyj

Il colombo d’argento” doveva essere la prima parte di una trilogia, “Oriente e occidente”, che avrebbe incluso anche il più famoso “Pietroburgo”. Percepiamo fortemente il punto di vista di un autore che amava la Russia. Malgrado egli comprendesse il carattere ambiguo della sua patria divisa tra l’una e l’altra parte (e tutte le conseguenze di questo essere crocevia), la considerava più oriente che occidente, donandole una caratterizzazione che nel suo metro di valori è da considerarsi pregevole. 

La Russia è uno sfondo a volte silenzioso, sul cui orizzonte corrono gli occhi esaltati di Pëtr Dar’jal’skij, a volte è rumorosa, piena di ubriaconi e ribelli bercianti che fanno risuonare le vie e le taverne di canti malinconici o ispirati. Su questo orizzonte si stagliano le avvisaglie di una sommossa popolare che di lì a qualche anno cambierà per sempre la faccia del Paese, e Dar’jal’skij è il degno rappresentante della sua epoca.

Un protagonista sull’orlo di una crisi di nervi che lo divide tra quella che è stata la sua vita e quell’incertezza che sarà. Ogni cosa del passato è noiosa per quanto bella e perfetta, inutile nella sua vitalità ormai esaurita da tempo. Pëtr è parte di quella classe intellettuale residuato dell’Ottocento, destinata non ad evolversi, quanto a estinguersi del tutto per lasciare spazio ai giovani cantori del proletariato che verranno con la Rivoluzione.

In nessun luogo mai si può fantasticare come in Russia; qui, tra questa gente semplice, scevra da malizia, è possibile perdersi in chimere; i campi russi conoscono misteri, così come le foreste; […] le anime russe sono tramonti; e forti e resinose sono le parole russe: se sei russo custodirai nell’anima un mistero purpureo e la tua parola, vischiosa come la resina, emana un profumo […].

 “L’occidente ha diffuso una gran quantità di parole, di suoni, di simboli, nello stupore del mondo; ma quelle parole, quei suoni, quei simboli, come lupi mannari si dileguano e trascinano con sé gli uomini, ma dove? Mentre la silente parola russa, da te venuta fuori, con te rimane ed è una preghiera […].”

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.