Svetlana Aleksievič: la Russia ti segue ovunque

La scrittrice vincitrice del premio nobel parla di guerra, amore e morte, del suo rapporto con la storia e dei libri futuri a “Nastojascee Vremja” (il tempo presente N.d.T.)

 O.: Svetlana Aleksievič è qui con me in studio. Svetlana Aleksievič – scrittrice, Premio Nobel, grazie per aver accettato quest’intervista a Nastojascee Vremja, è un grande onore parlare con lei. Parliamo subito di attualità. Mi dica, Svetlana Aleksievič, lei segue gli eventi che si verificano attualmente, ad esempio in Siria? Li segue ogni giorno, per lei è una cosa importante?

A.: Sa, ovviamente si tratta di una cosa importante, come lo è per chiunque si sia stancato di vedere in televisione gente che muore, che si uccide a vicenda. Per un artista questo è uno spettacolo insopportabile. Ma quello che succede laggiù perlopiù è impossibile da capire.

O.: Questa è una questione molto importante. Poche persone, mi sembra, sono in grado di capire chi, dove e contro chi si combatte. Ma in molti, ad esempio in Russia, guardando quello che succede si sono innamorati della guerra. Perché è andata così? 

A.: Beh, questa è la cosa peggiore. Proprio prima della mia partenza venne a trovarmi una conoscente, una professoressa, una donna meravigliosa, e la prima cosa che fece mentre stavamo per sederci a bere il tè, fu dirmi: << Ascolta, noi laggiù (noi- lei vive in Bielorussia) abbiamo un’arma in grado di colpire qualcuno fin quasi a 15 km di distanza. Un tale missile solo Putin lo possiede, e nessun altro>>. Io noto l’entusiasmo nel viso della donna, mi siedo e rispondo: << Io non ci capisco niente. Cosa ci è successo? Perché? >>. Neppure io lo capisco il perché… da una parte posso comprendere che ovviamente è il frutto della cultura di guerra, perché noi siamo persone abituate alla guerra, non abbiamo avuto altro: o ci preparavamo a una guerra o la combattevamo. E così questo militarismo ha improvvisamente premuto tutti i nostri pulsanti mentali.

O.: Allora ci spieghi, cosa immagina che sia cambiato dai tempi dei suoi “ragazzi di zinco”? Non amavano la guerra anche loro?

A.: A quei tempi non si amavano i comunisti, noi volevamo costruire un mondo nuovo, eravamo romantici e immaginavamo che questo mondo sarebbe stato perfetto.

O.: Mi scusi, prima non volevamo morire per il comunismo. Ma adesso vogliamo morire per Putin. È così?

A.: Io stessa non saprei rispondere. Penso che adesso si muoia per il denaro.

O.: No, in realtà le persone che vanno (in guerra) e mostrano di essere orgogliose della Russia e dei suoi missili è più probabile che lo facciano per la patria piuttosto che per i soldi.

A.: Non so, si dice che abbiano fatto un sondaggio chiedendo alla gente:<< Sacrifichereste voi stessi e i vostri cari in nome delle ideologie contemporanee?>>, pare che il 30% abbia risposto di sì. Io penso che un po’ tutto abbia contribuito. Sia il fatto che non si può a lungo umiliare la Russia, sia che improvvisamente questa (la Russia) è rimasta delusa da se stessa, sia che non ha potuto fare ciò che voleva, e nel frattempo in qualche modo si era diventati cinici- tutte queste motivazioni messe assieme.

O.: E lei non crede che per la Russia sia arrivato il momento di costruire un orgoglio nazionale che forse non c’è mai stato?

A.: Ma perché bisogna costruire per forza sul sangue?

O.: Beh, l’orgoglio patriottico si è sempre costruito sul sangue.

A.: Questa è storia vecchia, che senso ha ripeterla? Quando ero in Afghanistan, durante la guerra, il mio shock più grande è stato vedere un uomo ucciso. Non da un cataclisma, non da Dio, non dal caso, non da un fulmine, ma da un altro uomo. Tutto ciò è folle e io questa follia non la posso accettare. E questi discorsi (improvvisamente sono tutti diventati uomini di Stato) sull’orgoglio nazionale, e con così tanta leggerezza si sparge sangue- è una sorta di psicosi di massa!

O.: Come si sentiranno in Russia e in Bielorussia le persone che torneranno dalla Siria in veste di giovani veterani?

A.: Ingannati. Così come quelli che sono tornati dall’Afghanistan. Ingannati. E anche peggio di quelli dell’Afghanistan visto che loro non hanno conosciuto il sistema della propaganda patriottica che c’era ai tempi dell’URSS.

O.: Ascolti, non le pare che tutto ciò ricordi gli anni prebellici dello stalinismo? Guardi, io mi vedo davanti una scena di questo tipo: arriva l’ufficiale con il segno distintivo dei feriti di guerra, i nastrini nell’uniforme in tutta la sua bellezza- e l’uniforme militare che si usa oggi in Russia è davvero bella- con una bambina vestita di tutto punto. È così che deve apparire. Lui camminerà per strada e lei mostrerà di esserne fiera. Crede che possa andare così?

A.: No, non credo che possa andare così.

O.: Perché?

A.: Non andrà così perché nonostante tutto c’è stata una forte delusione dopo l’Afghanistan, e la gente non ha dimenticato. Non è possibile che questo si ripeta un’altra volta.

O.: Le stesse persone che hanno combattuto in Ucraina e in Siria saranno trattate in modo diverso per due guerre diverse o in un unico modo, secondo lei?

A.: Non so, ovviamente la guerra in Siria è lontana, seppur comunque spaventosa. Ma la guerra in Ucraina per me è stata uno shock, al pari della perestrojka, la gente è rimasta allibita perché dei fratelli combattono gli uni contro gli altri.

O.: Si, questo è fuori dubbio. Quando lei seguiva le vicende in Ucraina, e probabilmente continua a seguirle, aveva un’opinione su chi avesse torto e chi ragione?

A.: Si, certamente.

O.: Potrebbe parlarcene?

A.: Certo. Io sono dalla parte dell’Ucraina, si tratta di un’occupazione a tutti gli effetti.

O.: Adesso ascolti, lo stesso stato combatte in Siria. Lei potrebbe paragonare la guerra in Ucraina con ciò che succede in Siria?

A.: Assolutamente no.

O.: E perché? Perché la pensa in questo modo? Anch’io sento nella mia testa l’eco di questi pensieri… Perché questa guerra la capiamo e abbiamo su di essa il nostro punto di vista e dell’altra pensiamo che sia qualcosa di diverso?

A.: Perché per quanto riguarda l’Ucraina l’intento di Putin era chiaro: non rendere libera la Russia, ma impossessarsene, se è possibile, ovvero tenerla unita. Perché cos’è la Russia senza l’Ucraina? Senza l’Ucraina la Russia non rientra in quella logica imperiale dalla quale non riesce a staccarsi. Mentre la Siria è un posto lontano e le motivazioni di questa guerra non sono chiare a nessuno. A nessuno. Neppure io che ho letto tutto Dostoevskij, Tolstoj e Remarque, che non sono lontana dalla politica, che per trent’anni ho avuto a che fare con “l’uomo sovietico” e con la sua storia, neppure io capisco cosa ci facciamo noi laggiù. O meglio voi… no anzi noi- siamo due Stati alleati.

O.: Bene. E allora mi dica, visto che lei per prima ha cominciato a parlare di Russia e Ucraina, secondo lei dove comincia e dove finisce la Russia? Nella sua rappresentazione mentale quali sono i suoi confini?

A.: Beh, quelli che ci sono attualmente vanno bene. Ma la Bielorussia e l’Ucraina non rientrano all’interno dei confini della Russia e voi, per favore, abbiate chiaro questo concetto e fissatevelo in testa.

O.: Il punto di vista di Svetlana Aleksievič.

A.: Assolutamente.

O.: Io e lei ne abbiamo già parlato prima ma, sfortunatamente, gli spettatori non potevano vederci; vorrei tornare alla nostra conversazione sul sentimento imperante negli anni ’90. Mi sembra che lei provi una tenera nostalgia nei confronti dell’URSS degli anni ’80. Io ero un bambino negli anni ’80, e adesso dalla televisione russa ci viene detto che le persone che negli anni ’80 erano creature docili e di buon cuore, negli anni ’90 sono diventate severe, povere e a volte spietate e crudeli. Non le pare, adesso che la situazione mondiale è cambiata così tanto, che questa rappresentazione delle persone del 1989 sia in realtà un mito, un’esagerazione?

A.: Non penso che si tratti di un mito. Se ho nostalgia è per ciò che non è successo. Perché l’anno 1989, l’inizio degli anni ’90, in generale quando è cominciata la perestrojka, noi- chiaramente eravamo idealisti- immaginavamo che la libertà sarebbe arrivata senza dubbio, che il problema stesse solo nei comunisti, e non nella natura umana, in noi stessi, nella nostra storia. Per questo ho nostalgia di quel breve periodo di speranza. E questo non è un mito, non è assolutamente un mito. Io ricordo le persone in strada, le persone ricordo, alle manifestazioni di quel periodo, in loro anche la plastica era cambiata. Una qualche libertà era addirittura in questo vestito così primitivo, ma si sentiva. Visi del genere non se ne vedono più.

O.: Adesso non se ne vedono?

A.: Chiaramente no.

O.: Ma in piazza Bolotnaja nel 2012 non c’erano visi così?

A.: Quelle erano già altre persone.

O.: In cosa differiscono dalle prime?

A.: Sono persone, come dire, che già sanno cos’è la proprietà privata, cos’è l’Europa, hanno viaggiato, conoscono quest’altro stile di vita. Molti di loro hanno studiato. Si tratta di gente che viene da un altro tipo di civiltà: il computer non spaventa più nessuno come faceva una volta.

O.: Queste persone le sono vicine? Lei riesce a capirle?

A.: Ovviamente. Io con queste persone ho attraversato un intero percorso, ma adesso siamo cambiati. Mi ricordo di quegli anni, quegli innocenti, splendidi anni e provo nostalgia. Quando scrivevo il libro “Tempo di seconda mano”, che ha concluso il mio ciclo sull’uomo sovietico, di questo storia di un’utopia si parlava costantemente.

O.: Si parla tanto del fatto che l’uomo sovietico esiste ancora, si moltiplica e ciò avviene in Russia, ma anche in Ucraina e in Bielorussia; pare che la generazione successiva sia solamente una reincarnazione dell’uomo sovietico. Perché lei dice di aver scritto il libro che conclude il ciclo? Non le pare di dover continuare a indagare su di lui? Lei l’ha lasciato stare ma in realtà questo continua ad esistere, ha dei figli e loro sono come lui anche se in qualche modo diversi: sono loro che andrebbero studiati.

A.: Io vorrei chiarire che è assolutamente diverso ciò che succede in Russia, in Ucraina e in Bielorussia.

O.: Su, proviamo ad analizzare separatamente.

A.: In Bielorussia- cominciamo dalla Bielorussia, è lì che io vivo- il tempo si è fermato. Le persone conservano ancora dentro di sé il socialismo, questo non si è distaccato da loro, dalla nostra vita, da ogni cosa. Il rapporto con il potere e il concetto di potere sono rimasti gli stessi. La gente in Ucraina è già diversa, io da poco sono stata lì e sono rimasta colpita: tutti studiano l’inglese, i vecchi professori, i vecchi ministri, i giovani giornalisti. Con me c’era un giornalista straniero e i giovani giornalisti ucraini gli parlavano tranquillamente in inglese.

O.: Si, tutto il paese studia l’inglese.

A.: Esatto. Loro vogliono il futuro e lo concepiscono in maniera totalmente diversa. E poi c’è la Russia- Dio, questa Russia ti segue ovunque. Ad esempio in Germania, salgo su un taxi e comincio a parlare col conducente; mentre stavo per scendere, vedendo che sono russa (loro non distinguono i bielorussi) mi dice:<< Ah ma quindi sei russa>> e io rispondo:<<e lei è qui da tanto tempo?>> <<si, dieci anni>>. Allora cominciamo a parlare di Putin. Io un tale odio nei confronti non di Putin, ma di è chi è contro di lui, ovvero verso di me in questo caso, non lo vedevo da tanto.

O.: Perché?

A.: Penso si il conservatorismo che hanno portato da là e questo, ovviamente…

O.: A cosa viene associato Putin nella mente di un tale…?

A.: Beh, chiaramente all’impero, ad uno Stato potente. L’uomo russo difficilmente si staccherà da questo pensiero, ossia che non potrebbe vivere in uno stato normale. Quando per il mio libro chiedevo alla gente: <<Preferireste vivere in uno stato forte o normale?>> l’80%, se non il 90, diceva di preferire uno stato potente.

O.: Ma lei riesce a capire come sia possibile? Quando mai l’impero in Russia ha difeso l’uomo semplice? Quando è successo? Mi corregga se sbaglio, non sono uno storico, posso sbagliarmi, ma mi sembra che non sia mai successo. Perché allora?

A.:  L’impero non ha mai protetto l’uomo semplice, nonostante il fatto che la rivoluzione d’ottobre abbia dichiarato i diritti dei lavoratori. E con questo obiettivo per loro vivere era più facile di adesso, adesso se non hai i soldi vieni cacciato via. Io lo spiegherei così. L’individuo era parte di qualcosa di più grande. Nella cultura russa è molto importante l’ideologia, e la fedeltà verso quest’ideologia compensava tutte le mancanze- la povertà e i problemi, essa riempiva tutto.

O.: Quindi l’economia e il tenore di vita non sono ideologie?

A.: No, no, c’è sempre bisogno di un’idea astratta.

O.: La chiesa può diventare un’ideologia?

A.: No, ovviamente.

O.: E allora cos’è che adesso potrebbe diventare un’ideologia? Putin?

A.: Non so. L’ideologia per me è una cosa d’altri tempi. È proprio questo che vedo di giorno in giorno quando la televisione russa…

O.: E come lo vede il futuro? La società si libererà dell’ideologia?

A.: Se non comincerete la guerra allora forse un futuro ci sarà, o così o in un altro modo.

O.: Ma la guerra potrebbe essere un’ideale?

A.: No, a mio parere oggi in pochi vogliono morire. Gli ideali esistono solo nella testa dei politici.

O.: Così non si vuole morire ma c’è il missile che abbiamo soltanto noi e che vola per 15 km.

A.: Ma per favore! Guardi cosa succede in Siria e ovunque nel mondo. Ci si continua a uccidere a coltellate, a colpi d’ascia, con quello che capita.

O.: Ho una domanda che ritengo molto importante. Mi sembra che le persone che oggi vivono in Russia concepiscano la morte come qualcosa che non può colpire loro. Ho ragione o no?

A.: Non so come possano farlo, visto che le bare vengono portate nelle città e nei villaggi russi. Come puoi discostarti dalla morte quando è così?

O.: Come veniva concepita la morte negli anni ’80?

A.: Penso che la gente abbia smesso di voler morire più o meno negli anni ’80, sotto Brežnev, quando nacque il gusto per la vita privata, per questa agiatezza piccolo-borghese, quando questo divenne possibile. Quando un uomo non ha nulla è ovvio che gli è più facile morire per un’idea. Ma l’idea si è del tutto appassita negli anni ’80. Ecco, le mie ragazze, quelle di cui parlo nel libro “la guerra ha un volto di donna”, loro non volevano morire, ma erano pronte a farlo. Era un’altra generazione, l’idea era ancora forte e la gente era pronta a sacrificarsi. Ma persone così non esistono più. La gente oggi si sacrifica solo per il denaro.

O.: Come si spiega questo?

A.: Come si spiega? Firmate un contratto e andate in guerra come se fosse un viaggio turistico.

O.: E?

A.: E vi accoglieranno con la musica, con le fanfare- è tutta macchina propagandistica.

O.: E questo rapporto con la morte cambia la società?

A.: Non credo. Penso che quest’entusiasmo tocchi una parte della società, e nemmeno la più ampia.

O.: Quando la intervistano di solito le chiedono di Putin, di politica. Le interessa parlare di…?

A.: No.

O.: Di cosa le interessa parlare?

A.: Per trent’anni ho parlato di questo, ma ora comincio a pensare che tutto ciò che potevo dire su questo periodo rosso, sull’uomo sovietico, l’ho già detto. Non ho nuove idee. E tutte queste metamorfosi delle quali lei parla sono ovviamente interessanti, ma a livello di idee è sempre la stessa cosa, “Tempo di seconda mano” è già poco interessante. Io quello che potevo… è possibile che altre persone, giovani come lei guardino in modo diverso a questi fenomeni. Adesso ho concepito delle idee per due nuovi libri: uno sull’amore, uomini e donne che parlano di amore e uno sulla morte, su come l’individuo lascia questa terra, come pensa alla propria dipartita. Ecco, questo mi interessa. Capite, la vita umana dovrebbe essere nell’intimità di queste persone e non guardare all’orrore in Siria dopo ogni bombardamento.

O.: Come pensa che un uomo dovrebbe lasciare questo mondo?

A.:  Beh, sa, per prima cosa bisogna diventare “uomo” in vita. Io mi trovo ancora in una fase di interpretazione sia del mio stesso caso, sia di ciò che posso capire- com’è difficile restare umani, com’è difficile non buttare in aria questi tentativi.

O.: Svetlana Aleksandrovna, a lei spaventa l’idea di morire da sola? Ha mai pensato a questo?

A.: No, io penso che sarà in ogni senso un affare privato. Si dice che Tolstoj mentre scriveva “La morte di Ivan Il’jč”, ogni volta che veniva a sapere della morte di un conoscente o anche di uno sconosciuto, andava a guardare. Lui spesso utilizzava i casi della gente a lui vicina nei suoi libri. Quando scriveva “Guerra e Pace” leggeva i diari delle sorelle. E andava. Un vecchietto che stava morendo, un generale, gli disse:<< vai via brutto vecchiaccio, io devo stare solo, questo è un mio affare!>>.

O.: Evgenij Vodolazkin nel romanzo “Alloro” descriveva le persone che accompagnano i moribondi. Chi lavora nell’hospice “Fede” di Mosca, secondo me, fa più o meno la stessa cosa: accompagna i moribondi affinché non restino soli. Meglio così o meglio restare solo?

A.:  Non so. Penso solamente che la mia scorta di dolore, di difesa dal dolore, si sia esaurita nel corso di questi trent’anni e non potrei mai lavorare in un hospice. Non potrei neanche passare da un orfanotrofio, non riesco più a sopportare le miserie umane.

O.:  Come funziona? Quando scrive libri sui dolori degli altri, una parte delle sue difese personali cede o al contrario, le si sviluppa una corazza impenetrabile?

A.: No, no, cede assolutamente.

O.: Cede?

A.: Si. Perché vedi quanto è imperfetto il mondo, quanto sarà imperfetto.  Qualcuno alla fine soffrirà sempre, anche un lombrichino. E se il mondo sarà per sempre imperfetto, adesso è proprio barbarico.

O.: Un attimo. Lei vuole scrivere un libro sull’amore con l’esperienza letteraria che ha accumulato. Non può essere che una volta scritto il libro la gente lo leggerà e avrà paura dell’amore? O al contrario?

A.: No, no, non credo. Penso che…

O.: Su cosa sarà questo libro dunque?

A.: Sull’amore. Uomini e donne che parlano di amore.

O.: Perché?

A.: Perché cosa? Il libro?

O.: Si. Il libro sarà molto schietto, probabilmente, perché sarà un libro tratto da cronache. La gente leggerà qualcosa che la.. leggerà come ciò avviene realmente.

A.: Sarà assolutamente anonimo, questo lo assicuro.

O.: No, no, non volevo dire questo. Non si ha paura dell’amore?

A.: No, e perché mai? L’amore ovviamente è spaventoso, e la vita è spaventosa, è dolorosa. Come dice la poetessa Olja Sedakova: << Oh, vivere- com’è doloroso>>. Ma perché avere paura? Nella vita è insita una tale insormontabile tragedia, ma a questo siamo tutti pronti.

O.: E lei sottolineerà questo o no?

A.: No, perché la pensa così…

O.: Non penso, chiedo.

A.: (crede) Che io tutto il tempo pensi e auspichi all’apocalisse? Che nei miei scritti vengano infrante quelle norme estetiche…

O.: Non penso assolutamente questo.

A.: Lo spero, non do l’impressione di essere una tale sadica?

O.: No, non la da. Solo mi interessava, visto che si tratta di tematiche molto importanti- l’amore e la morte.

A.: Alla fine mi sembra… io sono una persona abbastanza solare, aperta alla vita, amo il mondo, amo l’essere umano. Quindi no. Amo la vita, nonostante tutto l’orrore che ho visto.

O.: Le persone sono belle o no?

A.: Tutte. Noi ci consoliamo pensando di essere buoni. Ma non ci conosciamo finché non ci troviamo in determinate situazioni. Le persone che si sono ritrovare nei lager o che sono state spesso soggette a interrogatori non si conoscevano. Non è così roseo, semplice. Tu non ti conosci.

O.: Di nuovo una domanda di attualità. Ieri è successo uno scandalo, divertente o spaventoso- dipende dai punti di vista- con il ministro della cultura V. Medinskij che ha dichiarato che coloro i quali mettono in dubbio il mito dei 28 eroi di Panfilov sono canaglie fatte e finite. Lei come si approccia a questo mito? Non lo si può toccare o, al contrario, bisogna screditarlo?

A.: Sa, io ormai sono stanca di questo mito-Medinskij. Mi meraviglio che in uno stato come la Russia… ecco, da poco ho tenuto una lezione all’università di Cornell, una delle migliori università americane, lì sette studenti su dieci erano russi. Capisce che fuga di cervelli? Perché? Perché con ministri della cultura del genere… e poi c’è anche il ministro dell’istruzione.

O.: Noi abbiamo diversi ministri dell’istruzione.

A.: Una è vergognosa, che dice che bisognerebbe eliminare Dostoevskij e Tolstoj e studiare la Bibbia.

O.: Sa, oggi in Russia si discute molto del fatto che coloro che vanno via sono in parte colpevoli di fronte a chi resta, perché per prima cosa il Paese ha bisogno di un cambiamento e, in secondo luogo, fare la predica a chi rimane non è bello. Cosa ne pensa lei? Hanno ragione quelli che restano?

A.: Penso che l’uomo abbia diritto di andarsene. Io stessa ho vissuto per dieci anni all’estero.

O.: Come bisogna approcciarsi alla Russia dopo averla lasciata?

A.: Come?! Un poeta diceva:<< Amo la Russia, ma di uno strano amore>>. Non è cambiato nulla.

O.: Ma come può chi ha lasciato il Paese dare una mano?

A.: Dicendo quello che pensa e, tra l’altro, queste persone possiedono due punti di vita: quello del mondo e il nostro. E ovviamente hanno una visione delle cose più chiara e lucida.

O.: Come bisogna parlare affinché chi rimane ti ascolti e capisca?

A.: Per prima cosa bisogna… capovolgerei la domanda. Come vanno ascoltate queste persone? Io ritengo che vada ascoltato tutto quello che ti aiuta a cambiare, a restare umano. E allora la società sarà un’altra, più umana, allora non andrai in visibilio per il fatto che il tuo Paese possiede un certo mortaio o un mitra che sono unici al mondo.

FONTE: currenttime.tv, 06/10/2016 – di Timur Olevskij, traduzione di Martina Greco

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