Ancora non si intravede una soluzione. Cosa aspettarsi dall’Ucraina nel nuovo anno?

Non vi sono avvenimenti positivi da registrare nelle relazioni ucraino-russe dell’anno passato: il fallimento dei negoziati per l’introduzione di forze di pace nel Donbass, l’inasprimento della «disputa del gas», l’intensificazione delle ostilità nel mar d’Azov, il conflitto religioso. Tutti questi punti saranno automaticamente all’ordine del giorno nel 2019.

La situazione è sconfortante e i risultati dell’indagine demoscopica, condotta al termine dello scorso anno dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev insieme al Centro Levada russo, sono ancora più sorprendenti. Secondo quest’ultimo, il 48% dei cittadini dell’Ucraina ha indicato il proprio rapporto con la Russia e i russi come buono o molto buono, mentre il 32% lo ha descritto come cattivo o molto cattivo. Dal 2015 sempre più cittadini dell’Ucraina vedono, nei vicini del nordest, amici e non più nemici — negli ultimi tre anni la loro quota è quasi raddoppiata nella società ucraina. Naturalmente queste cifre sono lontane da quelle osservate fino al 2014 (a quel tempo, circa l’85% dei cittadini ucraini parlava di un rapporto positivo con la Russia e i russi), tuttavia, la tendenza è evidente e contrasta chiaramente con la «versione ufficiale» delle relazioni ucraino-russe, che risulta conflittuale in quasi tutte le aree chiave.

La situazione del Donbass

All’inizio dello scorso anno, molti nutrivano la speranza di un miglioramento della situazione nel Donbass — a seguito dei negoziati intensificati per l’introduzione di un contingente internazionale di pace nella regione degli scontri. Anche lo scambio di numerosi prigionieri di guerra, il primo da anni, era stato considerato una testimonianza del fatto che queste trattative avessero delle buone prospettive.
Purtroppo, il 2018 ha distrutto tutte le speranze. A Kiev e a Mosca viene attribuito un significato troppo diverso all’espressione «contingente di mantenimento della pace».

A Kiev questo implicava la creazione nei territori delle non riconosciute RPD (Repubblica Popolare di Donetsk) e RPL (Repubblica Popolare di Lugansk) di un’amministrazione internazionale (e cioè vicina a Kiev), che avrebbe dovuto, col tempo, trasferire le sue funzioni alla stessa Kiev. In poche parole, attraverso l’“introduzione di forze di pace” le autorità ucraine avevano pianificato di realizzare ciò che non erano riuscite a fare nel 2014: eliminare le repubbliche non riconosciute e ripristinare completamente il controllo sul Donbass. Risulta superfluo dire che questa opzione non era accettabile né per Mosca, né per i territori contesi. Ma Kiev non ha accettato altre forme di compromesso: qualsiasi compromesso infatti sarebbe stato considerato dagli ultrapatrioti come “preservazione del separatismo” e “tradimento degli interessi nazionali”.

Nel mese di febbraio 2018 la Naftogaz Ucraina ha annunciato un clamoroso trionfo: la Corte di Stoccolma si è pronunciata contro Gazprom e in favore di Naftogaz Ucraina stabilendo una multa di $4,7 miliardi per la mancata ottemperanza degli impegni precedentemente contratti sul transito di gas verso l’Europa attraverso il sistema ucraino di trasporto del gas. Le autorità ucraine hanno annunciato anche altre azioni legali contro il monopolio russo del gas, per un totale di 12 miliardi. In verità, i cittadini ucraini sono rimasti molto più colpiti dal premio che hanno ricevuto i dipendenti dell’impresa ucraina per questo motivo, che ammonta a 46 milioni di dollari. 7,9 milioni di questi li ha ricevuti personalmente il dirigente di Naftogaz, la società nazionale di petrolio e gas dell’Ucraina, Andrej Kobolev, che non ha depositato i soldi in patria, ma li ha trasferiti alla madre residente negli Stati Uniti. Kobolev ha spiegato le sue azioni dicendo che non riesce a rimanere tranquillo riguardo la sorte dei soldi finché rimarranno in Ucraina.

In verità, i cittadini ucraini sono rimasti molto più colpiti dal premio che hanno ricevuto i dipendenti dell’impresa ucraina per questo motivo, che ammonta a 46 milioni di dollari. 7,9 milioni di questi li ha ricevuti personalmente il dirigente di Naftogaz, la società nazionale di petrolio e gas dell’Ucraina, Andrej Kobolev, che non ha depositato i soldi in patria, ma li ha trasferiti alla madre residente negli Stati Uniti. Kobolev ha spiegato le sue azioni dicendo che non riesce a rimanere tranquillo riguardo la sorte dei soldi finché rimarranno in Ucraina.

È diventato evidente come anche la stessa vittoria su Gazprom al tribunale di Stoccolma sia una vittoria di Pirro, in particolare guardando alle prospettive del transito di gas russo attraverso l’Ucraina, considerando che il contratto per il transito si estinguerà quest’anno. Nel 2019 sono attese da subito due grandi inaugurazioni nel settore del gas: i gasdotti dalla Russia alla Turchia (il cosiddetto “Tureckogo potok” che permette di trasferire in Turchia e, possibilmente, anche nel sud dell’Europa, fino a 32 miliardi di metri cubi di gas all’anno) e la conclusione della costruzione della seconda fase del “Severnij potok” (ndt “Nord Stream”) che arriva in Germania passando per il Mar Baltico (orientativamente questo gasdotto può immettere 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno).  Se si considera che nel 2018 la Russia ha fatto transitare attraverso il territorio ucraino 87 miliardi di metri cubi di gas, allora non è difficile capire la situazione: l’Ucraina non può contare su un brillante futuro come paese di transito.

Secondo le parole del capo del Ministero degli Affari Esteri Lavrov, la Russia ancora non ha preso una decisione definitiva sulla sospensione del transito del gas attraverso l’Ucraina, indipendentemente dal fatto che entrambi i gasdotti deviati entrino in funzione in tempo. Tuttavia, discutere di questo è necessario per quanto riguarda i termini di rinnovo dell’accordo sul transito del gas dopo il 2019. Inoltre, nel corso delle trattative sarà d’obbligo anche regolare le questioni delle denunce all’arbitrato di Stoccolma e simili. Non è da escludere che nel processo degli accordi all’Ucraina toccherà rifiutare, diciamo, i già citati 4,7 miliardi e chissà che altro! E, viene da chiedere, cosa bisogna fare con il premio dello stesso Kobolev?

Le questioni si accumulano e vanno risolte, non in un futuro imprecisato, bensì già ora, in un 2019 ormai iniziato.

La crisi dell’Azov

Nel 2018 nell’opposizione tra Russia e Ucraina si è aperto un nuovo fronte: quello sul mar d’Azov. L’attività in questa direzione è iniziata dopo che è diventato chiaro che la Russia comunque porterà a termine la costruzione del ponte di Crimea, per anni dichiarata non fattibile su tutti gli schermi dai politici e dagli opinionisti ucraini. Quando il ponte è stato aperto, il 16 maggio, a Kiev è stato considerato ufficialmente “l’ennesimo atto di aggressione russa nei confronti dell’Ucraina”, avendo ben presente che il ponte, in primo luogo, bloccherà l’accesso al mar d’Azov per tutte le grandi navi, e in secondo luogo, i russi comunque non autorizzeranno il passaggio delle navi che possono transitarvi, portando alla rovina i porti ucraini sul mar d’Azov.

Questi timori, poi, non hanno trovato riscontro nella realtà: in 11 mesi nel 2018 il volume delle merci trasportate nel porto di Mariupol è diminuito del 9,1% e questo, certo, non è poco, ma di sicuro non è nemmeno sufficiente per parlare di soffocamento dell’economia. Specialmente se una simile diminuzione può avere anche altre cause: per esempio, nel porto di Odessa, sul quale il ponte di Crimea e le azioni della Russia sul mar d’Azov non hanno chiaramente alcuna incidenza, nello stesso periodo il transito delle merci si è ridotto anche di più, del 10,7%. Tuttavia, le autorità ucraine hanno continuato ad assicurare che la Russia impedisce la navigazione nel mar d’Azov, costringendo le navi che vanno nei porti ucraini, o che da essi arrivano, ad aspettare in code lunghissime. In tutta risposta l’Ucraina ha dichiarato l’intenzione di rinforzare le proprie unità militari nel mar d’Azov.

Non è del tutto chiaro in che modo il trasferimento di poche imbarcazioni nel mar d’Azov abbia potuto influenzare l’equilibrio di forze della regione (se si considera che, secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa ucraino, la Russia dispone nel Mar d’Azov di un totale di 120 tra imbarcazioni militari e motovedette di vario tipo) e come la presenza di un numero maggiore o minore di navi possa semplificare il passaggio sotto il ponte di Crimea per le navi che devono raggiungere i porti ucraini. Ma l’elettore ultrapatriota non si porrà mai simili domande…

L’apogeo della crisi è stato raggiunto con l’incidente di novembre nello stretto di Kerč, che ha visto la partecipazione delle imbarcazioni d’artiglieria ucraine Nikopol’ e Bedrjansk, unitamente al rimorchiatore ucraino Jana Kapu e alle truppe russe di confine. Il 25 novembre le imbarcazioni ucraine hanno tentato di oltrepassare il ponte di Crimea, nonostante i divieti delle autorità russe. Queste hanno ricordato ai marinai ucraini che è possibile attraversare lo stretto di Kerč solamente dopo aver avvisato le autorità competenti con almeno 48 ore di anticipo, e solo dopo aver ricevuto la corrispondente autorizzazione e l’assegnazione di una scorta. Gli equipaggi ucraini hanno dichiarato di non aver bisogno di alcuna autorizzazione, risultando conformi all’accordo ucraino-russo del 2003 sull’uso congiunto del mar d’Azov. Non è andata a finire bene, dopo alcuni inseguimenti e un colpo sparato. Le navi dei trasgressori sono state rimorchiate a Kerč, dove si trovano ancora oggi, i marinai ucraini sono stati arrestati (è stata formulata l’accusa di sconfinamento illegale nei territori della Federazione Russa) e si trovano in isolamento cautelare in attesa di giudizio.

L’incidente ha avuto una grande eco in Ucraina. Il presidente Petro Porošenko ha dichiarato che le azioni dei marinai russi sono state “il primo atto di aggressione diretta e aperta da parte della Russia nei confronti dell’Ucraina”, e ha ritenuto che ciò bastasse per imporre la legge marziale. La reazione dei cittadini ucraini all’evento è stata emotivamente forte, ma non così univoca: praticamente tutti si sono schierati a favore dei marinai, ma molti hanno fatto anche delle domande scomode.

Per esempio: perché è servito fare tanto rumore per passare teatralmente sotto il ponte se solo fino a due mesi prima i russi lasciavano che le imbarcazioni militari ucraine attraversassero tranquillamente lo stretto, dopo aver dichiarato il passaggio secondo la procedura in vigore? Se lo scopo dell’operazione era il rinforzo dell’unità nel Mar d’Azov, perché non si poteva agire come le altre volte? E se lo scopo fosse stato un altro, diciamo una qualche dimostrazione di forza, quale buon risultato si progettava di ottenere con una tale provocazione? In una simile situazione non c’è da stupirsi se molti hanno ritenuto colpevoli non solo e non tanto i russi, quanto il comandante del rimorchiatore ucraino, che ha spinto i propri marinai a eseguire un ordine tanto strano. Va detto che anche i partner europei non hanno tratto dalla situazione conclusioni favorevoli per l’Ucraina. Nei primi giorni dopo l’incidente i “falchi” in Ucraina speravano che il contrasto sarebbe divenuto motivo per l’Occidente di introdurre nuove sanzioni antirusse, al punto di arrivare al divieto di approdo ai porti europei per le navi russe. Tuttavia, nulla di simile è accaduto.

Anche quello che è successo con la legge marziale è molto strano. Secondo il sondaggio condotto dal gruppo “Rating” a inizio dicembre, il 58% degli ucraini non era a favore della sua introduzione (i suoi sostenitori erano il 33%). Inoltre il 53% degli intervistati ritiene che una tale misura sia legata ai piani di Porošenko per le elezioni presidenziali che, inesorabili, si stanno avvicinando. La probabilità di un’aggressione russa (con la quale Porošenko ha motivato la necessità di introdurre la legge marziale) è ritenuta molto alta da appena il 22% della popolazione, mentre il 17% ritiene tale aggressione poco probabile e il 20% che non lo sia affatto.

In altre parole, solo una piccola parte della popolazione concorda con l’interpretazione dell’accaduto fornita dalle autorità. Ma è proprio a questa piccola parte che le autorità si rivolgono.

Tensioni religiose

La lotta per l’autocefalia, presentata come trionfale all’elettorato ultrapatriota, nella realtà si è dimostrata non priva di difetti. Dopo l’ottenimento dell’agognato tomo (ndt il Tomo, cioè il riconoscimento dell’autocefalia) è stato chiaro che la “Chiesa ucraina indipendente” nei fatti è una subunità strutturale del patriarcato di Costantinopoli, e quindi molto meno indipendente della Chiesa ortodossa ucraina in Ucraina, che già esisteva nel patriarcato di Mosca.

Un esempio banale: il capo della Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca è incluso nel Sinodo del Patriarcato di Mosca, mentre il capo della Chiesa ortodossa dell’Ucraina è privo di questo diritto nel Sinodo di Costantinopoli. Inoltre, la sopramenzionata Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca si è categoricamente rifiutata di entrare a far parte della una nuova struttura, così invece di creare un’unica chiesa ucraina si sono create due chiese di due diversi patriarcati, che non si riconoscono fra loro, inasprendo quindi lo scisma anziché superarlo. Per di più, nessuna delle chiese canoniche ortodosse ha finora riconosciuto e approvato le azioni in Ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli mentre alcune, come quella serba, le hanno apertamente condannate. Un concilio potrebbe risolvere simili tensioni, ma una delle due parti avrà la forza di convocarlo e far rispettare le sue decisioni agli altri?

I precetti indicati dalla Chiesa ortodossa dell’Ucraina secondo i nuovi ordini di Costantinopoli sollevano altre questioni difficili. Ad esempio, il Patriarcato di Costantinopoli celebra il Natale il 25 dicembre, mentre in Ucraina lo si celebra tradizionalmente il 7 gennaio. Il capo della nuova Chiesa, il metropolita Epifanio, afferma che la transizione avverrà, ma prima è necessario preparare l’opinione pubblica. “Dobbiamo essere d’esempio con le parole e i fatti. Quando le persone si renderanno conto che si tratta solo di una data, allora le decisioni potranno essere prese”, ha dichiarato. Ma non è tutto. Come abituare i fedeli ad una norma tanto inaspettata quale la possibilità per i preti di risposarsi? Nella maggior parte delle chiese ortodosse del mondo, un prete può sposarsi solo una volta, ma nel settembre 2018 il Patriarcato di Costantinopoli ha concesso ai sacerdoti di risposarsi (nel caso, ad esempio, della morte della prima coniuge). Questa decisione è ora legge per la Chiesa Ortodossa dell’Ucraina di nuova costituzione, ma come potranno percepirla i suoi credenti che sono abituati ad un ordine delle cose completamente diverso?

La situazione del metropolita di Vinnycja e Bar, Simeon (vicino al presidente Petro Porošenko), uno dei due vescovi che hanno deciso di unirsi alla nuova chiesa, è indicativa della vicenda odierna della Chiesa ucraina ortodossa. Dopo che la sua decisione di entrare nella nuova Chiesa è stata resa nota, il Sinodo della Chiesa ucraina ortodossa del patriarcato di Mosca ha annunciato la rimozione di Simeon dall’incarico di direzione della diocesi. È pur vero che egli ha mantenuto il controllo sulla cattedrale di Vinnycja, ma ha dovuto celebrare la messa senza molti chierici, che lo hanno lasciato per il nuovo metropolita di Vinnycja e Bar, Varsofonij, nominato dal Sinodo della chiesa ucraina ortodossa del patriarcato di Mosca. Ciò che è poi accaduto il 30 Dicembre era difficilmente immaginabile: Simeon ha fatto appello al tribunale con la richiesta di riottenere lo status di Metropolita di Vinnycja e Bar della Chiesa ucraina ortodossa.

Ha contestualmente affermato che un tale passo non dovrebbe essere considerato come prova della sua intenzione di tornare a far parte della precedente chiesa. Il suo intento in realtà è semplicemente quello di difendere il proprio onore e la propria dignità, dal momento che nell’ordine di rimozione è stato definito scismatico. L’ufficio stampa della Chiesa ucraina ortodossa ha ragionevolmente notato che è impossibile dirigere la diocesi della Chiesa ucraina ortodossa senza esserne sacerdote, e che la difesa dell’onore e della dignità non può essere equiparata alla richiesta da parte di Simeon di essere reintegrato.

“Comprendiamo lo stato di stress e il disorientamento spirituale del metropolita Simeon dopo il passaggio dalla Chiesa ortodossa indipendente e autogovernata dell’Ucraina ad una Chiesa che non soltanto è completamente subordinata al Patriarcato di Costantinopoli, ma che addirittura ne è parte senza il diritto di chiamarsi “ucraina”. Con queste parole hanno risposto, non senza veleno, a Simeon dall’ufficio stampa della Chiesa ucraina ortodossa, suggerendogli di decidere a quale chiesa, a suo parere, appartiene e vuole appartenere in futuro.

Tali questioni possono sembrare formalità vuote o dettagli astratti. Ma tale è la specificità degli affari ecclesiastici: le dispute su questioni formali tendono a finire tragicamente. D’altronde, qui entrano in gioco anche questioni patrimoniali.

Articolo tradotto dalle studentesse del Master ELEO Nicoleta Axenti Ceban, Lara Brunello, Ivana Gavric, Ilaria Righetto

Fonte: Kommersant 14/01/2019

Master ELEO

Il Master di primo livello in Economia e Lingue dell’Europa Orientale / ELEO è un progetto di formazione manageriale dell’Università Ca' Foscari Venezia – Ca’ Foscari Challenge School, rivolto esclusivamente  a laureati con conoscenza certificata della lingua russa. L'obiettivo è formare esperti in relazioni economiche con la Russia, con i principali Paesi dell'Europa Orientale e dell'area eurasiatica, quali Kazakistan e Azerbaigian. Il Master ELEO intende rispondere alle esigenze del mondo imprenditoriale e istituzionale con un programma didattico in grado di integrare qualificate competenze linguistiche e culturali con conoscenze economiche, commerciali e di marketing internazionale.