Recensione de “Il dottor Živago”, di B.Pasternak

Storia del dottor Jurij Živago, dell’amata Lara e di un Paese che cambia. 

“Avvenimenti importanti, eccezionali. A Pietroburgo, tumulti per le strade. Le truppe della guarnigione di Pietroburgo sono passate dalla parte degli insorti. È la rivoluzione.”

Il dottor Živago di Boris Pasternak si è conquistato definitivamente la mia attenzione grazie a questa battuta in chiusa a un capitolo. Leggendola, arrivata al lapidario “È la rivoluzione”, ho sentito un brivido lungo la schiena. Ho percepito in un attimo lo sconcerto e lo smarrimento di chi, nel 1917, vide il proprio Paese, il potente Impero Russo, andare in frantumi e trasformarsi in un enorme e altrettanto potente caos. È stato l’istante esatto in cui Pasternak mi ha trascinata con sé nella Storia più viva.

Erano anni che, da appassionata di letteratura russa, desideravo leggere questo famosissimo romanzo, premio Nobel per la letteratura nel 1958. Mi sono così procurata l’edizione Universale Economica Feltrinelli con traduzione di Pietro Zveteremich. L’unica persona nella mia cerchia di amicizie che l’avesse letto aveva commentato la mia intenzione di prenderlo in mano con un indifferente “Il dottor Živago è un libro che inizia male e finisce peggio”.

“Il dottor Zivago”, Universale Economica Feltrinelli, 2013

Ed è vero: fin dalle primissime pagine è chiaro come la fortuna non sorrida particolarmente né a Jura né a Lara, colonne portanti del romanzo, circondati da altre decine di personaggi di spessore variabile ma tutti ugualmente vivi grazie alla penna incredibile di Pasternak. È proprio questa penna a rendere la storia dei due protagonisti, certamente intricata e piena di colpi di scena (sebbene, tutto sommato, simile a tante altre vite sfortunate), un affresco degli anni confusi e dolorosi a cavallo tra l’Impero e i primi anni post rivoluzionari.

In ogni pagina le vicende di Lara, Jura, Tonja, Pasha e tutti gli altri diventano uno strumento per testimoniare cosa veramente fu la Rivoluzione d’Ottobre. Lontano dalla poesia di chi l’ha sostenuta e altrettanto dalla demonizzazione di chi l’ha invece osteggiata, Pasternak riporta soltanto la verità di chi vi si è trovato in mezzo, con una quotidianità distrutta alle spalle e niente di certo o chiaro all’orizzonte. L’orizzonte dei mesi e degli anni successivi la Rivoluzione, semplicemente, non esiste più. Non vi è alcun futuro, non vi è alcuna certezza, tutti i personaggi sembrano travolti da un’isteria comune in cui l’importante è andare e fare, fare qualunque cosa pur di ricordarsi di essere vivi, ma senza nessun vero scopo se non la mera sopravvivenza.

È significativo il rallentare del ritmo narrativo nel passaggio dall’Impero agli anni post rivoluzionari. Se prima tutto ci scorreva davanti agli occhi ad un passo impressionante, come se la Russia stesse roteando su se stessa a una folle velocità, ci rendiamo conto solo in seguito che quella altro non era se non l’accelerazione dell’Impero verso l’autodistruzione. Una volta avvenuta la detonazione rivoluzionaria, la narrazione per qualche capitolo diviene così lenta da sembrare quasi, a un primo sguardo, completamente ferma. Ci vuole un po’ di attenzione per rendersi conto che invece un avanzamento c’è, ma è così fiacco da risultare impercettibile.

La lentezza degli avvenimenti che simboleggia l’impasse in cui tutto un Paese è caduto, in attesa soltanto che “succeda qualcosa”, che qualcuno indichi la via giusta, finisce per diventare addirittura snervante in alcuni momenti. Noi stessi siamo catapultati su un treno in viaggio per giorni o in un villaggio sperduto fra gli Urali per mesi, e facciamo nostro il sentimento di attesa, impotenza, incredulità, smarrimento… paura.

 

Boris Pasternak

Prescindendo da tutte le postume rappresentazioni romantiche della Rivoluzione d’Ottobre, al di là di idealismi e fedi politiche, Pasternak con Il dottor Živago consente di immergersi nella Storia, mostrandoci che a qualunque atto di violenza estrema quale fu la Rivoluzione non può che corrispondere caos e seguire altra violenza. Tutto questo può forse infine portare a un ordine, ma nel processo non vi è niente di poetico e finiscono per soffrire e farsi bestie tutti, nessuno escluso.

Se è vero che la Rivoluzione non fu soltanto violenza, è vero anche che le fu peculiare una violenza imprevedibile. In un ordine delle cose messo completamente in discussione, la Russia post rivoluzionaria diventa un’enorme zona grigia in cui chiunque, nessuno escluso, può macchiarsi di atti vergognosi e chiunque è pronto a chiudere un occhio o entrambi sull’efferatezza altrui. Fino a pochi mesi prima questo sarebbe stato inconcepibile, ma le categorie di Bene e Male della vita “precedente” non hanno più spazio.

Il dottor Živago non è una lettura semplice, anche in virtù del rallentamento narrativo cui accennavo sopra, che si protrae per la maggior parte del romanzo. È tuttavia una lettura obbligata per chi ami analizzare e studiare la storia a 360°. Pasternak descrive le brutture di quegli anni e il paesaggio di quella Russia senza nascondere né edulcorare nulla: le sue pagine sono quanto di più simile possa esservi a un viaggio nel tempo, accompagnati da una guida d’eccezione.

Oh, che amore era stato il loro, libero, straordinario, a nulla somigliante! Pensavano come altri cantano: non si erano amati perché era inevitabile, non erano stati “bruciati dalla passione”, come si suol dire. Si erano amati perché così voleva quanto li circondava: la terra sotto di loro, il cielo sopra le loro teste, le nuvole e gli alberi. Il loro amore piaceva a ogni cosa intorno, forse anche più che a loro stessi: agli sconosciuti per strada, agli spazi che si aprivano dinanzi a loro nelle passeggiate, alle stanze in cui si incontravano e vivevano.

Recensione a cura di Chiara Bellini


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