Simboli in volo

L’aquila bicipite sullo stemma della Federazione Russa compie 25 anni. A chi ci collega e a quale impero ci porta? Ce lo ha spiegato Ol’ga Filina.

L’aquila bicipite sullo stemma della Russia ha 25 anni. Il suo ritorno al “nido storico” è avvenuto con difficoltà: il 30 novembre 1993 il presidente Boris El’cin firmò un decreto provvisorio “sul ripristino della simbologia storica dello Stato Russo”, che approvava l’uccello dorato su sfondo rosso quale emblema del paese. Tuttavia, la Duma si rifiutò per due volte di riconoscere l’aquila in quanto tale, boicottando le relative leggi. Nel 2000 con la decisione di compromesso di recuperare l’inno sovietico, alla fine l’aquila bicipite è tornata da noi. Ed avevamo appena iniziato ad abituarci l’un l’altro, che il misterioso volatile già si unisce alle fila dell’“opposizione patriottica”, lasciando gli storici a discutere del suo vero significato e della sua origine.

Del perché i simboli delle nostre istituzioni siano capaci di contrastare con lo stato stesso, ne discute “Ogonёk”.

Dietro la porta con l’immagine dell’aquila bicipite, c’è un’ampia sala. Dal basso soffitto pendono tutto a un tratto dei lampadari di cristallo, che illuminano dal basso un altro volatile, sulla parete opposta: un’aquila nera imperiale porta sulle ali gli stemmi principali del Regno di Polonia e del Granducato di Finlandia, ormai persi dalla Russia da molto tempo, sotto cui è ricamato su seta bianca il testo dell’attuale inno nazionale.

– Questo è il simbolo della nostra eredità – spiegano i guardasala, rappresentanti dell’associazione di cultura storica “Aquila bicipite”.

Nella sala è in corso una conferenza dedicata ai diritti della persona al tempo dello zar e nella Russia contemporanea.

– I nostri avi, che vivevano durante l’impero, avevano un insieme più vasto di diritti e libertà, rispetto a noi adesso – racconta il lettore invitato, il direttore dei programmi di informazione e analisi della Fondazione “Prospettiva Storica”, Aleksandr Muzafarov.

– Amo portare un esempio: alla fine del XIX secolo, i contadini del villaggio di Strogino volevano costruire una cappella, e per farlo dovevano farsi approvare in tutto due accordi – ricevere la benedizione dal metropolita del posto e farsi approvare il progetto dall’architetto incaricato dell’autorità locale. Sapete per un’azione simile quanti permessi servirebbero agli abitanti attuali della regione di Strogino? Né due e nemmeno ventidue. E sapete quanti impiegati c’erano nella Russia del 1913? 252.870 persone, esclusi i ministeri della difesa e della marina militare. E sapete quanti ce ne sono adesso? Un milione e 273 mila! Perché il sovrano contava sull’autogoverno a livello dei villaggi, delle città, e dei distretti, ed ecco che invece i “rappresentanti locali” – i nostri deputati eletti e gli impiegati – non lo sopportano. Vogliono rappresentare il popolo da soli, per conto proprio: dopo il voto per loro non esistiamo più…

Riguardo all’anniversario dell’Unione della gioventù comunista e alla continuità della politica giovanile nel nostro paese, l’assemblea annuisce in segno d’approvazione. Tutto ciò che è stato detto favorisce la divulgazione in Russia dell’idea de “L’aquila bicipite”, un movimento di destra nazionalista cresciuto improvvisamente. Lo ha istituito un anno fa il fondatore del canale televisivo “Tsar’grad”, il miliardario Konstantin Malofeev, e da quel momento l’associazione è riuscita a fare parecchie cose: pubblicare la propria versione del manuale scolastico “Questioni difficili di storia nazionale”, organizzare uffici di rappresentanza in 48 regioni della Russia e perfino presentare i propri candidati alle elezioni regionali (in particolare, a Mosca è stato eletto Mihail Degtjarev). Manifestando ovunque il proprio sostegno all’indirizzo del presidente in carica, l’associazione professa idee più vicine alla deputata parlamentare Natal’ja Poklonskaja, e per questo viene lodata per l’espressione del suo patriottismo. Forse per scherzo o forse sul serio, proprio nell’anno del centenario della rivoluzione – quando il Cremlino stava perfezionando la retorica di una riconciliazione generale – il paese si è ritrovato con dei nuovi bianchi, pronti a contrastare in tutti i modi i rossi ringiovaniti – gli stalinisti contemporanei. Sia i bianchi che i rossi nel 2018 sono accomunati solo da una cosa: una relazione acritica con i periodi storici prediletti e la volontà, come ai vecchi tempi, di battere qualunque avversario ideologico.

Ciò che conta è che nel sistema dei simboli statali sia gli uni che gli altri abbiano trovato il proprio posto, ampio e libero, ideologicamente neutrale. La musica dell’inno sovietico rimane legata alle idee del “grande Ottobre”, l’aquila sullo stemma alla memoria dell’impero estinto dall’Ottobre. Il conflitto tra loro è goffamente mascherato dal tricolore, ma riaffiora ad ogni giudizio storico che mette in gioco l’emotività. La Russia rimane sotto molti aspetti un paese di paradossi, i cui simboli continuano ad essere notoriamente in contrapposizione sia tra di loro che verso le istituzioni contemporanee.

Quando si osserva l’aquila a due teste sbattere improvvisamente le ali sul fianco destro sotto le insegne dei monarchi, bisogna riflettere sul reale significato di questo emblema nel sistema dei valori russi. Dopotutto, essa è con noi da 25 anni, dal 30 novembre 1993, quando il paese ha ricevuto de facto il suo nuovo stemma “con l’aquila” e un sacco di pretese alla successione dalla millenaria Rus’ (la legale approvazione del nostro stemma è avvenuta più tardi). Con cosa e con chi si associa realmente l’aquila, quali tradizioni porta avanti e verso quale impero conduce, è una cosa che ha cercato di capire «Ogoniok».

Il paese delle Aquile

Una delle più complesse idee zariste era ammettere che l’aquila non era originariamente nostra, ma era stata presa in prestito. Dai tempi di Nicolaj Karamzin, autore della famosa “Storia dello stato Russo”, questo fatto spiacevole fu compensato dalla considerazione che il prestito fu sostanzialmente una staffetta dalla morente Bisanzio al più forte principato di Mosca. “Giovanni, secondo le caratteristiche dei re greci, prese il loro stemma, l’aquila a due teste, unendo il sigillo a quelli moscoviti. Così da un lato era raffigurata l’aquila e dall’altro il cavaliere che calpesta il drago, con l’iscrizione “il Gran principe, per grazia Divina, è il signore di tutta la Rus'” dichiarò Karamzin. La sua teoria sull’origine bizantina dell’aquila si basava su tre fatti storici: in primo luogo, questo uccello ottenne un’importanza statale nel 1497, quando Ivan III lo raffigurò sul suo sigillo; in secondo luogo, Ivan III si sposò con Sofia Paleologa, ultima rappresentante regnante della dinastia bizantina; in terzo luogo, le aquile decoravano i paramenti e gli oggetti personali dei Paleologi. Il cerchio così si richiuse: si scoprì come, attraverso un matrimonio dinastico, lo stemma bizantino diventò Russo.

I primi dubbi in questa sottile teoria li espressero gli esperti di storia bizantina Nikodim Kondakov e Nicola Likhachev. “Essi notarono che in nessuna moneta, sigillo di stato o simbolo di Bisanzio si poteva incontrare l’aquila a due teste” afferma Vladimir Lavrenov, membro del consiglio Araldico di presidenza della federazione Russa “A quanto pare, senza entrare nell’ambito dell’autorità statale, l’aquila a due teste era un emblema gentilizio dei Paleologi. Poi, quando esaminarono il famoso sigillo di Ivan III più dettagliatamente, si accorsero che tra i due lati, uno dei quali raffigura l’aquila e l’altro il cavaliere simbolo del principato di Mosca, il secondo risultava più importante. Ciò era dimostrato dal fatto che l’iscrizione sul sigillo iniziava sul lato del cavaliere e terminava su quello dell’Aquila. Così, di fronte a noi, non si presenta più lo stemma del paese, ma il sigillo ereditario unito dei Rurik e dei Paleologi dopo il loro matrimonio dinastico.

L’uccello in volo, tuttavia, già a partire dal successore Ivan-Groznyj, si pose in primo piano. Ma in che modo emerse e grazie a cosa? Gli occidentalisti offrono le loro versioni della storia russa. In particolare, Nicolaj Lekaev afferma insistendo che il governo moscovita non poteva adottare direttamente da Bisanzio ciò che non possedeva, cioè lo stemma, e adottò dunque questo segno statale dal Sacro Romano impero, cioè dai tedeschi d’allora. Il fatto è che la casa d’Asburgo alla fine del XV secolo aveva appena adottato lo stemma nazionale in forma di aquila bicipite nera, e allo stesso tempo Ivan III, e più tardi suo figlio con il nipote, intrattennero un’intensa corrispondenza con il futuro monarca europeo del Sacro Romano impero della nazione tedesca. Forse è proprio questo “contatto occidentale” che portò i nostri autocrati all’idea che valeva la pena innalzare l’uccello di Sofia. Tuttavia, questa teoria — la più sediziosa rappresentazione della questione — ha provocato nel mondo accademico fino ad oggi un ardente desiderio di confutarla.

“In primo luogo, l’aquila a due teste russa è figurativamente diversa dall’aquila del Sacro Romano Impero ed è più vicina alla variante che esisteva a Bisanzio” rassicura il patriota Evgenij Pčelov, capo del dipartimento dell’istituto storico-archivistico RSUH. “E, in secondo luogo, a quei tempi, e anche più tardi, emblemi di questo tipo non si prendevano mai in prestito da un sovrano all’ altro senza alcun importante motivo” ad esempio pretese su un trono straniero o un matrimonio dinastico. Prendere semplicemente così uno stemma straniero, sebbene visivamente cambiato, e iniziare ad usarlo era assolutamente impossibile. Ho condotto una grande ricerca sui modi di comparsa dell’aquila in diversi paesi, tra cui i Balcani, l’Europa occidentale e anche i musulmani orientali, e posso dire che essa appare laddove i governanti di questi paesi o entrano nell’orbita di influenza politica di Bisanzio, o stabiliscono i legami di parentela con la dinastia imperiale.

Il punto in discussione potrebbe evidenziare a prima vista una semplice informazione sul colore della nostra prima Aquila. Il fatto è che Bisanzio utilizzava l’aquila bicipite di colore bianco (o d’oro) su sfondo rosso, mentre l’Europa Occidentale si trattava di nero su oro. Tuttavia, le immagini dei colori dell’aquila bicipite russa non ci sono mai arrivate fino al XV-XVI secolo e sono arrivate infine in nero solo con l’occidentalista Pietro Primo.

“C’è, tuttavia, una testimonianza molto curiosa che la guardia tedesca, che ha servito sotto Ivan il Terribile, ha lasciato nelle sue note su Muscovy”, dice Igor Danilevskij, professore ordinario della National Research University Higher School of Economics. Egli descrive il palazzo della polizia segreta, che il re costruì sulla collina Vagankovskij a Mosca e, a questo proposito, denota che la sua porta meridionale era decorata con due leoni ed una “aquila bicipite nera con le ali spiegate”. Però, chi potrebbe credere alle parole del tedesco? Dopo tutto, è ovviamente di parte.

Igor Danilevskij stesso difende la terza versione dell’origine dello stemma russo, percependo la “traccia bulgara” tanto che nel secondo regno bulgaro (1185-1396) esisteva un’aquila bicipite (di colore nero) ed inoltre, la versione della leggenda sulla “Terza Roma”. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453, l’Elite bulgara emigrò in massa in Russia, influenzando la situazione intellettuale nel Principato di Mosca. Proprio i bulgari, come intermediari tra la Russia, l’Europa Occidentale e Bisanzio, secondo la versione dello storico, ci hanno aiutato ad “addomesticare” l’uccello bicipite.

Dal momento che non c’è fine a queste dispute e versioni, gli estranei a questa storia risolvono la questione riguardo l’acquisizione radicale dello lo stemma – non siamo stati noi a prenderlo in prestito, ma loro da noi.

Tra i concetti più invadenti, va ricordato, naturalmente, la teoria di Nosovsky e Fomenko, che abituava i russi a pensare che gli Asburgo avessero uno stemma simile a noi, perché erano “governatori” degli zar russi nell’Europa occidentale. Ma ci sono altri colpi di scena: per esempio, lo studioso di araldica Sergej Rassadin diffonde l’idea che Bisanzio abbia preso in prestito un’aquila a due punte dai “popoli della sottoregione Baltica”, cioè da Rurikovich, e solo la Russia sia “la vera Terra delle Aquile”.

Ci sono opinioni abbastanza originali: si narra che Ivan III, e poi il nipote Ivan IV si siano interessati alle aquile per motivi religiosi: dopo tutto, l’aquila è il simbolo biblico dell’evangelista Giovanni e dei nostri re omonimi. Raccogliendo lo stato per te stesso, perché non pensare al patrono celeste? 

Corone e teste  

È facile immaginare: se la ricerca di un luogo in cui la nostra aquila è spiegata risulta un tale problema, è ancora più difficile capire cosa significhi in realtà. Questo è il simbolo più antico che si trova in dozzine di culture diverse: sulle bozze delle stampe in Siria settentrionale dal diciannovesimo secolo ai giorni nostri, in Mesopotamia e tra gli antichi popoli slavi, ad esempio, a Gnezdovsky kurgan, nella regione di Smolensk, dove è stato trovato un ciondolo con un’aquila a due teste, datato all’ottavo secolo della nostra era, come nota Vladimir Lavrenov.

I contadini russi, tra gli altri ornamenti, spesso ricamavano aquile bicipite sugli asciugamani. Certo, non perché denotavano un impero: un’aquila, infatti, per la coscienza nazionale era una sorta di “pienezza del simbolo protettivo”, come protezione da destra e sinistra.

A modo suo, il futuro imperatore Pietro il Grande riprodusse anche la logica della coscienza nazionale quando disegnò la propria aquila bicipite per lo stendardo del Poteshny Regiment: questo uccello si rivelò essere con una zampa, poiché “chi ha un solo esercito terrestre ha una mano, ma chi ha la flotta ha due mani. Da allora, l’idea di un’Aquila guerriera che ci protegge da tutti i nemici è cresciuta e si è rafforzata.

Un’altra idea tradizionale per l’impero era in competizione con essa: la due teste come unificazione tra Oriente e Occidente. Tuttavia, sotto Ivan III, la posizione di queste parti del mondo era in qualche modo diversa dal presente, e tale ragionamento si svolse piuttosto in relazione all’unificazione di Mosca e Novgorod.

Nel corso del tempo, nel coro di interpretazioni a più voci apparvero gli umanisti cristiani, che scoprirono nella bicipite un “sistema di virtù accoppiate”: fede e invidia, fermezza e forza, misericordia e verità, e così via. E per diversi secoli della sua esistenza, l’aquila ha dimostrato che, se lo si desidera, può essere interpretato in qualsiasi direzione arbitraria. I massoni la vedevano come un androgino, i vecchi credenti come l’anticristo, i rivoluzionari come letteralmente la fonte di tutte le disgrazie, secondo un poema del poeta del XIX secolo, Vasilij Kurochkin: “Ho trovato, amici, ho trovato chi è lo stupido colpevole dei nostri disastri, dei nostri mali, il colpevole di tutto è la stemmata, bilingue, bicipite, la nostra aquila russa”.

Le interpretazioni moderne ereditano questa ricca tradizione. Ad esempio, l’autore dello stemma della regione di Smolensk Vasilij Razhnev sottolinea che “un’aquila può librarsi nel cielo tempestoso con infinita pazienza in attesa dei devastanti uragani, temporali o terremoti che seppelliscono il suo nido, ma lei non cadrà. Questo significato simbolico dell’aquila è in consonanza con il destino della Russia e dei russi, per la sua lunga storia, molte volte sopportando disinteressatamente tutte le invasioni e superando tutti i problemi e i tempi difficili”.

Un’ulteriore complicazione per gli interpreti è il fatto che, sebbene l’aquila abbia due teste, le corone sono tre. Questo fatto fu facilmente risolto da Aleksej Mikhailovich Romanov, spiegando che le tre corone rappresentano i regni di Kazan, di Astrakhan e della Siberia, uniti sotto il dominio della Rus’. La Duma di stato del 1993 ripensò alle “tre corone” nella logica dei tre rami del governo, affermando che il nostro stemma, prima ancora di Montesquieu, ricordava dei benefici della separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario.

“Ma sulla verità della trinità ci possono essere ragioni più complesse” – crede Igor’ Danilevskij –“gli stessi antichi credenti vedevano in esso le allusioni a uno dei libri biblici – il Terzo Libro di Esdra. Il profeta Esdra riferisce della sua visione: un’aquila a tre teste parla con un leone, e durante la conversazione la testa centrale dell’uccello diventa invisibile, ma continua a pronunciare le parole, profetizzando l’apparizione del nuovo regno. Questo regno può essere inteso in modo ambivalente: per gli antichi credenti è il regno dell’Anticristo, ma per i Bulgari, che nel XV secolo hanno introdotto questo libro nel nostro canone, Esdra profetizzò la nascita della “Terza Roma”.

Diversi decenni dopo, Mosca iniziò a parlare della Terza Roma, e il nostro uccello acquisì la terza corona sopra la testa invisibile. Quindi ora viene da pensare: fu casuale o no?

Prigionieri del folclore

“E oggi ci sono un sacco di storie semi-mistiche legate al principale simbolo dello stato della Russia – fa incuriosire Vladimir Lavrenov – a cui credere, ma anche di cui ridere”. Ad esempio, è noto che sui rubli russi fino al 2016 è stata coniata un’aquila senza corone, così come sullo stemma del governo provvisorio. E poi improvvisamente l’aquila è stata restituita alle insegne reali. Questo evento è ricordato dagli araldisti nel contesto della “preghiera per il rublo”. Il fatto fu che negli anni 2000, padre Valerij, un oscuro monaco del monastero di Pskov-Caves, venne da padre Ioann Krest’jankin a chiedere consiglio: può lui, un monaco, pregare per il rublo russo? Si scoprì che quest’uomo, dall’inizio degli anni ’90, chiedeva a Dio che il nostro uccello sulle monete ricevesse le corone legittime, in seguito invece fu imbarazzato dal suo zelo. Padre Ioann disse: per favore prega, un uomo verrà “da lì” e ti spiegherà tutto. Dopo un po’ di tempo, incontrai per caso padre Valerij, e portai i suoi pensieri al Consiglio araldico del paese … Bene, come faccio a dire se questi eventi sono collegati o no? Apparentemente, allo stesso modo tutte queste leggende sono collegate alla vera storia del nostro stemma.

Tutti questi racconti e favole potrebbero essere considerati un gioco innocuo sul folklore e sul loro passato, se non fossero usciti da angolazioni inaspettate nella modernità russa. Ad esempio, il ritrovamento di un rublo con una corona con delle croci e con un’aquila ha causato immediatamente lamentele nel Consiglio araldico della comunità musulmana della Carelia: è legale utilizzare le croci sul simbolo dello stato? E la Duma di Stato, che descrive in modo eloquente il simbolismo delle tre corone, continua a mantenere sul suo edificio la falce e il martello sovietico. L’eclettismo simbolico copre la vera confusione davanti ai segni del potere, la successione con cui ogni tanto si perde. E spesso non possediamo più i simboli, ma loro possiedono noi – per capriccio dei più recenti interpreti.

Questo articolo è stato tradotto dalle studentesse del Master ELEO – Claudia Signor, Irene Lisato, Sofia Abruzzese, Lavinia Vivian

Fonte Ogoniok 19/11/2018

Master ELEO

Il Master di primo livello in Economia e Lingue dell’Europa Orientale / ELEO è un progetto di formazione manageriale dell’Università Ca' Foscari Venezia – Ca’ Foscari Challenge School, rivolto esclusivamente  a laureati con conoscenza certificata della lingua russa. L'obiettivo è formare esperti in relazioni economiche con la Russia, con i principali Paesi dell'Europa Orientale e dell'area eurasiatica, quali Kazakistan e Azerbaigian. Il Master ELEO intende rispondere alle esigenze del mondo imprenditoriale e istituzionale con un programma didattico in grado di integrare qualificate competenze linguistiche e culturali con conoscenze economiche, commerciali e di marketing internazionale.