Nina e il suo zainetto: La storia di una bambina rimasta sola nella città assediata

Cosa fareste voi, se a 11 anni vi lasciassero completamente soli nella Leningrado assediata? La scelta sarebbe tutto sommato limitata. Potreste restare a casa e morire in silenzio per la debolezza, la fame e una paura selvaggia e animalesca. Oppure, come Nina Žukova, potreste prendere il vostro zainetto di scuola, metterci dentro gli effetti personali e i documenti e uscire nella città sconvolta dalla catastrofe per cercare l’aiuto degli adulti. Qualcuno darà a Nina l’indirizzo dell’orfanatrofio, e questo le salverà la vita.

La sorte di tutti componenti della famiglia di Nina durante l’assedio fu veramente drammatica. La mamma di Nina durante i primi mesi della guerra venne arrestata per motivi politici secondo l’articolo 58 (l’articolo che puniva le cosiddette “attività controrivoluzionarie” in Russia nel periodo sovietico, NdT). Il papà fu preso al fronte, e la zia di Nina abbandonò la propria nipotina al suo triste destino, sfollando senza di lei. Si direbbe che una bambina di undici anni, rimasta completamente sola nella città assediata non abbia alcuna chance…

Nel 1943 la madre sarà liberata, nel 45 tornerà vivo dal fronte il padre. Cercheranno Nina nell’ Oblast’ di Sverdlovsk, dove è stato sfollato il suo orfanatrofio. Con lei ci sarà sempre lo stesso zainetto, che in tutti quegli anni non ha mai lasciato, e la famiglia si riunirà. E chissà, forse proprio queste circostanze, la prigione, il fronte, il tradimento delle persone care, l’orfanatrofio, permetteranno a ciascuno di loro di sfuggire la morte per fame a Leningrado.

Nina oggi ha 89 anni. Per essere precisi non più Nina, ma Nina Ivanovna Kazarina (il cognome del marito). Nel settantacinquesimo anniversario della rottura del blocco siamo nella cucina di casa sua a San Pietroburgo. Nina prepara il tè, dispone con attenzione dei biscotti in una ciotola e come una scolara scrupolosa, che si sforza di non omettere nulla, racconta tutti i dettagli degli avvenimenti della sua vita accaduti quasi ottant’anni fa.

«La mia famiglia era molto semplice, si può dire povera. Mio papà Ivan Nikanorovič Žukov si trasferì in città da un villaggio nell’Oblast’ di Kostroma. Lavorava a Leningrado nella fabbrica chiamata Ždanov prima come ribaditore (faceva i rivetti per le navi), poi come magazziniere. Ero già abbastanza grande quando mio padre fu allontanato dal lavoro per tre mesi. Il motivo fu quella che oggi si chiamerebbe una “cena aziendale”, mentre allora era una normale sbronza sul lavoro in occasione di qualche festa.

Il papà si mise a cantare col direttore della fabbrica “Dio, proteggi lo Zar”. Erano tutti membri del partito. Naturalmente il direttore fu subito arrestato, mentre il papà fu solo espulso dalla fabbrica e dal partito. Il direttore sparì, e non sapemmo più nulla della sua sorte dopo l’arresto…

Mi ricordo bene che allora la mamma e io andavamo all’asilo dell’infanzia, prendevamo la biancheria sporca, la portavamo su un carrello fino al lavatoio dove la mamma la lavava e stirava e portavamo indietro la biancheria pulita. Così la mamma arrotondava quando licenziarono il papà.

La mamma si chiamava Aleksandra Ivanovna. Il papà con lei era riverente, non discuteva mai e in nessun caso. Prima della guerra la mamma non aveva praticamente mai lavorato, si occupava di me, mi portava al cinema o a passeggiare nel parco. Aveva un carattere semplice, per i suoi cari si toglieva il pane di bocca. Spesso invitava conoscenti o parenti alla lontana a stare da noi nella nostra stanzetta di kommunalka, faceva sempre qualcosa per gli altri. Ma qualcuno di questi altri finì per tradirla…

La Guerra

Nel maggio nel 1941 finii la quarta alla scuola numero 13 in via Ušanovskaja (ora via Zoja Kosmodem’janskaja). Ero felice, avevo tutta l’estate davanti. Il papà come al solito voleva mandare me e la mamma al villaggio nell’Oblast’ di Kostroma dove vivevano sua mamma e sua sorella. Ma il 22 giugno scoppiò la guerra.

Quando alla radio dissero che i tedeschi avevano attaccato l’Unione Sovietica tutti, tranne i militari, erano convinti che la guerra non sarebbe durata a lungo e che noi avremmo vinto nel giro di due o tre mesi. Anche la mamma ragionava così, per questo decise che per l’estate non saremmo andati nell’Oblast’ di Kostroma, ma in quella di Novgorod, al villaggio di una sua cugina. Il papà sapeva che in direzione dell’Oblast’ di Novgorod avanzavano a tutto spiano i tedeschi. Disse alla mamma “Šura, cerca di capire, c’è la guerra…” al che la mamma rispose: “Non è una guerra, è una stupidaggine unica”. Non contenta, convinse anche una delle sue sorelle con tre bambini ad andare insieme a noi. Il papà non poté dissuaderla. Lui rimase a Leningrado, continuò a lavorare alla fabbrica Ždanov, poiché era esentato dal servizio militare: da piccolo, cadendo, si era rotto una spalla e gli era rimasto un braccio più corto dell’altro.

Appena scesi dal treno, alla stazione di Dno nell’Oblast’ di Novgorod, vedemmo dei convogli che andavano dai villaggi alla città: gli abitanti venivano sfollati. Ma questo non bastò a fermare la mamma e in qualche modo arrivammo lo stesso al villaggio di Lužki. Non vi trovammo i parenti, che se n’erano già andati. Andammo al villaggio vicino, dove viveva un’altra parente della mamma. Ma anche lei era stata sfollata. E così prendemmo alloggio in una casa di questo villaggio svuotato dagli abitanti: due persone adulte (la mamma e sua sorella) con quattro bambini.

Nina (la seconda da sinistra) col padre e la madre dopo la guerra. Dall’archivio personale di N. Kazarina

All’inizio di agosto del 1941 nell’Oblast’ di Novgorod arrivarono i tedeschi. Grazie a Dio non si fermarono nel nostro villaggio, vedemmo solo i motociclisti che passavano vicino alle case a interi reparti. Gli uomini e le donne rimasti al villaggio avevano scavato delle trincee, e sentendo il rombo delle motociclette, andammo tutti a nasconderci là, osservando attraverso gli alberi il passaggio dei tedeschi.

A quel punto ci trovavamo in una situazione scoraggiante: non c’era niente da mangiare, non avevamo da vestirci, né c’erano negozi nelle vicinanze. Erano rimasti pochissimi abitanti. Alla fine la mamma prese coscienza che bisognava andarsene. Venne a sapere che nel villaggio vicino era venuto un uomo a prendere i famigliari, ma questi non avevano voluto partire. La mamma rintracciò questa persona, che accettò di prenderci con sé e accompagnarci di là dal fronte. Era senza macchina: ci toccava camminare per due giorni nel bosco. La sorella della mamma non se la sentì di avviarsi in questa traversata con tre bambini, di cui il più piccolo aveva un anno e mezzo. Rimasero al villaggio per tutta la guerra. Non ho idea di come fecero, ma sopravvissero.

Il momento in cui, dopo due giorni, uscimmo dal bosco sulle sponde del fiume Šelon’, fu quello in cui io vidi la guerra in prima persona. Eravamo alla linea del fronte: sparavano, bombardavano…i soldati acconsentirono a portarci con un autocarro attraverso il fiume. Ci sdraiammo nel vano, ci coprirono con un telo e ci dissero di non sollevare la testa per nessun motivo. Così ci trasportarono. Ci trovammo nel mezzo di uno scontro a fuoco pesantissimo e per miracolo restammo in vita.

Anche allo snodo ferroviario di Okulovka, dove arrivammo di sera, imperversava la battaglia. I soldati caricavano i feriti nei vagoni. Noi trovammo rifugio nello scantinato di una casa. Dormii così profondamente da non accorgermi di nulla, ma la mamma la mattina mi disse che la stazione era stata presa di mira dalle bombe tutta la notte. E quando la mattina uscimmo dallo scantinato, vedemmo che le case di legno vicine alla stazione erano crollate come fossero state di cartone. I treni ospedale partivano uno dopo l’altro. La mamma e l’uomo che ci aveva accompagnate si accordarono affinché ci facessero salire su uno dei treni che andavano in città. Erano vagoni merci riscaldati, pesanti, con pancacci su cui erano sdraiati i feriti. Le porte dei vagoni erano spalancate tutto il tempo, perché si potesse saltare fuori in caso di necessità.

Mi ricordo che ero in piedi vicino alla porta del vagone e pregavo, come può pregare una bambina, perché arrivassimo vivi…intorno continuavano a cadere le bombe, senza tregua.

Il macchinista ora fermava il treno, ora partiva con uno strattone e faceva cadere tutti. Manovrava come poteva. Grazie a Dio arrivammo a Leningrado.

Eravamo già all’inizio di settembre. Tornammo alla nostra kommunalka in via Oboronnaya. La sera tornò il papà dalla fabbrica e gli raccontammo tutto. Lui non rimproverò la mamma.

L’assedio

Tra il 7 e l’8 settembre sentii per la prima volta il fischio di una bomba che cadeva. Cadde a pochi isolati da casa nostra, distruggendo una casa in via Turbinnaya. Mi ricordo che andammo a vedere quel che restava dell’edificio. Quello fu l’inizio di lunghi bombardamenti, ai quali ci abituammo progressivamente e coi quali imparammo a convivere, come convivevamo con la paura e il dolore inevitabili. Era cominciato l’assedio.

Durante i bombardamenti notturni ci facevano alzare e ci portavano nel palazzo di fianco, al rifugio. Là aspettavamo il segnale di cessato attacco. Sentivamo la contraerea, il suono delle bombe che cadevano, l’ululato della sirena, l’allarme, il metronomo…

Una cartolina mandata a Nina all’orfanatrofio dal papà al fronte. Dall’archivio personale di Anna Sadovnikova.

Il papà si trovava in fabbrica in accasermamento. Quando in città iniziarono i momenti più bui, coi morti che giacevano ovunque per le strade, il papà e gli altri operai della fabbrica andavano in giro con l’autocarro e raccoglievano i defunti. Venivano ripagati con 100 grammi di alcol e un po’ di pane.

Una grande perdita fu l’incendio ai magazzini Badaevskij: venne distrutta tutta la scorta di cibo della città. Le persone raccoglievano da terra la polvere di zucchero bruciata.

Ad un certo punto gli americani fecero arrivare in città via acqua delle conserve e dell’olio di cocco. Li distribuirono con le tessere. Ma dopo non ci fu più nulla da mangiare. La razione di cibo diminuiva di giorno in giorno. Le parole “distrofia”, “scorbuto”, “morchia”, “zuppa di cintura” (di cuoio), di colla…sono tutte parole dell’assedio. L’ortica e il farinello diventarono la nostra frutta e la nostra verdura. Col farinello facevano delle focaccine, con l’ortica lo šči.

Quando andavo a comprare il pane, nel negozio cercavo di afferrare il più rapidamente possibile la mia razione dalla bilancia.

Davanti al bancone stava spesso un uomo, distrofico, che a volte faceva in tempo ad intercettare la razione prima e se la cacciava in bocca. Così ogni giorno “faceva il turno” alla panetteria. Naturalmente gli altri lo picchiavano.

Ma capivano anche: non è lui, è la fame.

Una nostra conoscente lavorava in una caffetteria e faceva scambi col pane: 500 rubli per un pezzo. Una volta mia zia lo comprò, solo per scoprire che era fatto di segatura.

Mia suocera mi raccontava che durante l’assedio fu testimone all’arresto della famiglia di una guardia del cimitero a Rybackoe, che commerciava carne dal cimitero. Coi soldi che ne ricavava comprava pane, olio eccetera. Fu arrestato con tutta la famiglia.

Invece mio marito non ha mai più mangiato il pollo, gli ricordava un gatto dal pelo rasato.

E ancora, in città iniziarono a sparire i bambini. Li uccidevano e se li mangiavano.

L’arresto della mamma
Aleksandra Ivanovna, la mamma di Nina, al momento dell’arresto, nel settembre 1941. Dall’archivio personale di Nina Kazarina.

Una nostra vicina di kommunalka, Katja, era sposata con un ufficiale di marina. Quando il marito partì per il fronte, lei si fece un amico, un poliziotto.

Una volta ci fu un battibecco tra la mamma e Katja riguardo a qualche sciocchezza scaturita dalla vita in comune. Nella foga la mamma le disse: “Quando il tuo Vasja torna dal fronte glielo dico che hai un amante”. E così la mamma firmò la sua condanna.

Alla fine di settembre del 1941 vennero due uomini vestiti di nero, in un’auto anch’essa nera. Dissero alla mamma che doveva andare con loro a firmare una cosa. Così la mamma si vestì e a braccetto col papà se ne andò nella “casa grande”, la sede dell’NKVD in via Litejnyj. Da lì non tornò.

Le attribuirono l’articolo 58: Agitazione e propaganda antisovietica.

La delazione era firmata non solo dalla vicina Katja, ma anche da altri cinque inquilini. Secondo le loro parole, la mamma lodava i tedeschi, raccontava quanto erano bravi.

In realtà aveva semplicemente detto alla kommunalka che i tedeschi nell’Oblast’ di Novgorod non ci avevano toccate, che era vero. La delazione era stata firmata dagli stessi che la mamma aveva aiutato.

L’udienza fu tenuta da una consulta speciale dell’NKVD. La delibera del procuratore recitava: condanna al campo di lavoro penitenziario per tre anni. La mamma fu mandata a Tomsk nella prigione numero tre. Credo che in qualche modo questo le salvò la vita. Se fosse rimasta nella Leningrado assediata, avrebbe potuto non farcela.

L’orfanatrofio
Nina (a sinistra) con l’amica di orfanatrofio Nelja Semenova. Dall’archivio personale di Anna Sadovnikova

Quando arrestarono la mamma, mi prese con sé la sua sorella maggiore, mia zia Pelageja Ivanovna Katešina. Non aveva figli, il marito era al fronte dove poi morì. Con lei, la nonna e un’altra zia vivevamo in via Kalinin, in una vecchia casa di legno. Il papà era sempre accasermato alla fabbrica, ma veniva a trovarmi spesso. Una volta con la sua razione di pane ci comprò una stufetta. La scaldavamo con dei pezzetti di legno, dei rametti e con la carta.

Mi ricordo quando il papà mi venne a trovare l’ultima volta. Allora sentii questa conversazione tra le zie in cucina: “Insomma, Žuk ha un piede nella fossa”. Chiamavano il papà Žuk (scarabeo, NdT) per il suo cognome Žukov. Aveva la distrofia e lo scorbuto, ma contrariamente alle aspettative lo chiamarono a combattere. Si era nel pieno della guerra, al fronte chiamavano ormai chiunque. Nell’esercito subito lo destinarono all’ospedale. E forse anche a lui questo salvò la vita. Là c’era qualcosa di più da mangiare, e soprattutto lo curarono.

Io restai con le zie e la nonna. Le razioni di cibo si ridussero al minimo (chi lavorava aveva diritto a 250 g di pane, chi non lavorava a 125 g). Prima morì la nonna per fame. Nelle sue ultime settimane di vita non riusciva neanche ad alzarsi dal letto.

Le rubavano le tessere. Provo persino vergogna a dirlo: gliele portava via sua figlia, una delle mie zie. Aveva due bambini e decise che siccome la nonna comunque sarebbe morta presto, le tessere non le servivano più. La nonna si spense senza dire una parola.

Era il maggio del 1942. L’altra mia zia, la buona Pelageja Ivanovana, che si prendeva cura di me, trovò da qualche parte un carrello e portò la nonna al cimitero Volkovskoe. La lasciò semplicemente là, non avendo né le forze né i soldi per seppellirla. La zia Pelageja deperiva, già faceva fatica a camminare, e anche a me era venuta la distrofia. La zia mi dava da bere soluzione di manganese, ma presto finì all’ospedale, ormai completamente distrofica.

L’altra zia, quella che aveva portato via le tessere alla nonna, fu sfollata da Leningrado insieme ai figli. Non mi invitò ad andare con loro, e io rimasi completamente sola. I primi tempi reagii come potei: a scuola davano la colazione, ma poi mi resi conto che dovevo andare all’orfanatrofio o sarei morta. Prima mi recai al distretto militare per ottenere il certificato che mio padre era nell’esercito, poi all’anagrafe per una copia del mio certificato di nascita. Fui destinata all’orfanatrofio.

Il rifugio di accoglienza dei bambini era in via Krasnaja, dove c’erano gli edifici del Senato e del Sinodo e ora c’è la Corte Costituzionale. Là mi tagliarono le trecce con la macchinetta. Mi ricordo che di fronte al rifugio, sulla Neva, si fermava un incrociatore da cui i marinai scaricavano delle ceste piene di cavoli. Noi ovviamente iniziammo ad elemosinare i cavoli dai marinai, loro ce li davano, e noi sgranocchiavamo. Era cibo che valeva oro.

Tre giorni dopo fui portata con altri bambini dal rifugio all’orfanatrofio numero 18 in via Demidov. Era una casetta dimessa, vecchissima, ma aveva nel cortile una scala con un corrimano in ferro battuto dalla bellezza senza uguali, che mi ricordo ancora.

Le prime due notti che passai in orfanatrofio piansi, la testa nascosta sotto al cuscino. Mi identificavo col protagonista del Bambino di Uržum (libro per bambini della scrittrice sovietica Antonina Golubeva, ndt), anche lui finito in orfanatrofio, ed ero molto angosciata. Poi, naturalmente, mi ambientai. In tutto il tempo che passai in orfanatrofio nessuno del personale, né le educatrici, né il direttore, nessuno, mai, fece un torto a noi bambini. Tutti ci trattavano umanamente, erano in pensiero per noi e non ci permettevano di lasciare l’orfanatrofio. Potevamo uscire solo in cortile.

Ma io mi ingegnavo ad aggirare il divieto per andare a trovare la zia in ospedale. Scappavo andando dall’orfanatrofio a scuola. La scuola si trovata di fronte ai Giardini di Alessandro, così bella, con le statue dei leoni. Dall’orfanatrofio andavamo accompagnati dagli insegnanti. Noi bambini ci tenevamo per mano e gli adulti ci accompagnavano. Quando eravamo quasi arrivati a scuola, mi allontanavo senza farmi notare. Dicevo a Vit’ka Gorškov (lui ed io eravamo i più anziani): “non farmi la spia. Quando poi mi porti i compiti, li facciamo insieme” .

E la zia intanto moriva in ospedale. Non le funzionavano più le gambe. Certo, in ospedale le davano da mangiare, ma le dosi erano sempre quelle delle tessere, cioè misere. Una delle ultime volte che la andai a trovare mi disse: “Ninočka, a casa, nel baule, ci sono duemila rubli (allora era una cifra enorme). Prendili e comprami del latte e del pane al mercato”. Le chiavi le avevo. Così una volta scappai dall’orfanatrofio. Quando entrai nel cortile di casa mi ritrovai davanti l’amministratrice del nostro condominio. “Ninočka” mi disse “Lo sai, è morta la zia”. L’avevano saputo prima gli amministratori. Scoppiai in un pianto disperato…

I soldi li presi comunque dal baule. All’orfanatrofio erano sempre con me: li mettevo nel mio zainetto e ci andavo a scuola. Ma un giorno sparirono. Andai dalla direttrice Klavdija Ivanovna Zarembo e le raccontai tutto. Lei sgranò gli occhi “Cosa?! E io che mi aspettavo venisse a reclamare la perdita di duemila rubli qualcuno degli adulti”. Venne fuori che la donna delle pulizie aveva trovato quei soldi nascosti nei bagni dei maschi e li aveva dati alla direttrice. Qualcuno dei bambini li aveva rubati dal mio zainetto. E pensare che la donna delle pulizie avrebbe potuto tenerseli e non dirlo a nessuno…la direttrice mise via i soldi con i miei documenti. Più tardi, dopo l’orfanatrofio e lo sfollamento, con quei soldi ci comprai un paio di scarpe, perché non ne avevo più nulla da mettere ai piedi.

Nina, anni 1950-60. Dall’archivio personale di N. Kazarina

Cosa ci davano da mangiare in orfanatrofio? A colazione di davano la kaša, di avena o di orzo, uno o due cucchiai, un bicchiere di tè dolce e un pezzettino di pane. A pranzo un brodo acquoso senza carne, e di nuovo kaša. Tuttavia, di fame non morì nessuno. Morì una bambina di meningite e un’altra sempre di una qualche malattia. Eravamo in tutto sessanta bambini.

Non riesco a non commuovermi ricordando i festeggiamenti di Capodanno del 1943. Il patrocinio dell’orfanatrofio ce l’avevano i marinai sommergibilisti. Ci portarono un bellissimo abete, lo decorarono e la sera ci accesero le luminarie. E ci diedero anche dei regali, sottraendoli alla loro razione, che, come sommergibilisti, era buona. Nel pacco che ogni bimbo ricevette c’erano un pan pepato, un cioccolatino e dei biscotti secchi. Organizzarono anche un bel concerto. Ci fecero festa, una festa vera, come spetterebbe a dei bambini.

In orfanatrofio c’era un bambino di sette anni, Kolja, che era il più piccolo di noi. Gli altri bambini gli facevano delle angherie, e le educatrici lo misero a dormire da noi, dalle bambine. Ma anche noi ci litigavamo, perché lui si svegliava alle sei di mattina e si metteva a cantare: “Tre carristi, tre allegri amici…”. E proprio questo Kolja si mangiò subito il regalo dei sommergibilisti, anche se le educatrici ci avevano avvertito: “Non mangiate tutto subito, aspettate la cena”. Ma lui, piccolo com’era, non era riuscito a trattenersi e se l’era mangiato a stomaco vuoto. E per cena quella sera, ciliegina sulla torta, ci fu il budino di semola.

Ed ecco che Kolja seduto al tavolo con noi, si cacciava in bocca cucchiaiate di budino e con le dita spingeva in gola, aiutandosi ad inghiottire. Non dimenticherò mai questa scena.

Il fatto è che eravamo tutti denutriti. Kolja aveva avuto paura di non riuscire a finire il suo budino…per due giorni stette in infermeria, gli dovettero fare una lavanda gastrica.

Così iniziò il nostro 1943.

A metà gennaio ruppero il blocco, ma la situazione in città rimase difficile. Facevano sfollare gli orfanatrofi. Ed ecco che fu la volta del nostro.

Faceva caldo. Ci portarono in battello al di là del lago Ladoga. Per noi bambini era come stare in prigione. Stavamo stretti, faceva caldo, si soffocava…dopo qualche ora ci fecero scendere a riva, in una stazione ferroviaria vicino a Leningrado. Là i binari del treno passavano praticamente sull’acqua. Passammo alcune notti nelle baracche militari vicino alla stazione. Quando arrivò il treno ci caricarono e viaggiammo per sedici ore fino alla meta, la stazione di Šalja nell’Oblast’ di Sverdlovsk. Là c’era un grande villaggio, Sylva, dove mandavano i contadini dekulakizzati. Non erano certo felici di averci, affamati com’eravamo. Per qualche motivo ci chiamavano “giudei”.

Ci misero nel vecchio edificio scolastico. La direttrice dell’orfanatrofio locale era una donna orribile. Aveva i capelli rossi e una verruca sul naso, e ci odiava. In seguito venni a sapere che aveva fatto annegare in un buco nel ghiaccio l’amante del marito, o forse un’altra donna che con cui aveva litigato.

All’orfanatrofio nutrivano poco e male, ci davano una brodaglia, e noi già venivamo dalla fame. Mi ricordo che la direttrice con la verruca sul naso diceva sdegnata: “Com’è, io mangio due cucchiai e mi bastano, per loro invece è troppo poco?!”

E allora noi bambini dovevamo darci da fare: prendemmo a scappare dall’orfanatrofio, a dare via le nostre cose in cambio di cibo. Io “mi mangiai” la giacchetta, le scarpe, e qualcos’altro: li scambiai per delle patate bollite. Andavo al mercato con lo zainetto, e i commercianti ci mettevano direttamente dentro le patate. Di notte le mangiavo nascosta sotto la coperta. Era una lotta per la sopravvivenza, avevamo così tanta fame…

A un certo punto ci coprimmo tutti di scabbia: le gambe, e tutto il corpo, prudevano, facevano male. Ci dissero che era avitaminosi.

In quel momento dal fronte era tornata un’infermiera con un neonato. Rimanere incinta era infatti un modo per poter lasciare il fronte. Questa donna si mise a curarci. Andò a Sverdlovsk a parlare con un professore suo conoscente, e riportò all’orfanatrofio due grossi flaconi con un liquido che prese a spalmarci addosso. E così ci guarì.

All’ufficio contabile dell’orfanatrofio lavorava una ragazza a che mi aveva presa in simpatia. Disse che le ricordavo la sua sorellina, che era morta. Lei e sua madre ottennero dalla direttrice di lasciarmi andare da loro nel fine settimana. Fu una favola. Scaldarono la banja, mi spalmarono con una lozione per tutti i miei mali, mi lavarono, mi fecero fare la banja, mi diedero del latte fresco e da mangiare…quella notte dormii in un letto pulito: un paradiso.

Ancora un’altra volta mi lasciarono andare, ma alla terza la direttrice disse “basta”. Nel villaggio correva voce che all’orfanatrofio non ci davano da mangiare e non si prendevano cura dei bambini. Non vorrai mica rovinare l’immagine dell’orfanatrofio!

Nina Kazarina osserva le fotografie e le lettere. Foto: Elena Luk’janova

Mi è rimasto impresso un episodio. Misero i bambini dell’orfanatrofio a raccogliere dei tronchi segati nel bosco, per farci una staccionata intorno all’orto. Non ce la facevo, i pezzi di legno erano lunghi e pesavano, e bisognava portarli dal bosco all’orto. Piangevo. Ogni bambino doveva spostare 9-10 pezzi al giorno. Scrissi al papà al fronte lamentandomi. E lui lo fece sapere al comitato locale del partito. La nostra direttrice fu mandata a chiamare…Dopo di che, divenni un’emarginata. “Il papà è al fronte, e lei gli scrive per lamentarsi, gli rovina l’umore e lui non può combattere. Che razza di pioniera!” Diceva di me la direttrice.

Grazie al cielo poco dopo venne la mamma a prendermi. L’avevano liberata dal campo di Tomsk dopo un anno e mezzo. La nota del protocollo della divisione dell’NKVD di Novosibirsk dichiarava che le avevano ridotto il termine di carcerazione preventiva.

La mamma non era scolarizzata, non sapeva leggere o scrivere. Penso che all’NKVD avessero capito che non aveva proprio la stoffa dell’agitatore!

Appena fu scarcerata, per dispetto fece a pezzi tutti i documenti che le avevano dato all’uscita dalla prigione, incluso il passaporto. E così le tocco andare da Tomsk a Leningrado a piedi, arrivando, insomma, come poté. Ci mise quasi un anno per attraversare a piedi tutta la Russia…Arrivò nell’Oblast’ di Kostroma, dove vivevano i parenti del papà. Come in seguito ricordava mia zia Manja, quando la mamma arrivò era gonfia, sporca, disperata…L’aiutarono a scrivere una lettera a Vorošilov in cui diceva di aver perso i documenti. E si immagini un po’, dal fronte lui le rispose. Diede disposizioni perché le rifacessero i documenti, e quando li ebbe ricevuti mi venne a cercare.

Quando si presentò alla porta dell’orfanatrofio mi fece paura. Non riuscii neanche a darle un bacio. Era invecchiata, si era gonfiata, dava l’impressione di non essere del tutto a posto con la testa…si vede che la prigionia e la camminata di un anno per tutto il paese avevano avuto questo effetto. L’orfanatrofio non voleva nemmeno restituirmi a lei, ma per legge fu costretto.

Era estate. Io e la mamma andammo alla stazione. Aspettavamo il treno sedute su una panchina. Dall’orfanatrofio non mi avevano dato del cibo con me, neanche la mamma aveva niente: avevamo fame. Ed ecco che alla stazione arriva lo zio Vasja, uno dei custodi dell’orfanatrofio, che aveva un braccio solo. Che la terra gli sia lieve! Si avvicina e mi chiede:

“Allora, hai fame?” Gli dissi di sì. E lo zio Vasja si toglie la maglietta e va al mercato vicino alla stazione, la scambia per del latte. Si direbbe che io per lui ero totalmente un’estranea, ma lui venne e mi diede quel latte…un santo.

Dopo la fine della guerra la nostra famiglia si riunì. Il papà fu smobilitato, la mamma riabilitata, io tornai a scuola. Mi ricordo distintamente che una delle donne che avevano firmato la delazione contro la mamma, in seguito ci veniva a trovare come se niente fosse. La mamma rimase in buoni rapporti anche con quella zia che aveva rubato le tessere della nonna e che mi aveva abbandonato nell’assedio. La mamma non portava mai rancore, per me invece tutto questo era sbalorditivo».

Fonte: Novaja Gazeta; 23/01/2019; articolo di Vera Čeliščeva; tradotto da Daria Mangione

Daria Mangione

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull'Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.