Recensione di “Čevengur” di Andrej P. Platonov

Il “viaggio a cuore aperto” per la diffusione del verbo comunista conduce Saša Dvanov a Čevengur, un luogo dove i principi della Rivoluzione sono apparentemente riusciti a trovare il terreno ideale.

Čevengur non è una lettura semplice. Così come tutta l’opera di Andrej Platonovič Klimentov, in arte Platonov, la sua unicità richiede che il lettore si lasci trasportare, sapendo che le categorie abituali di interpretazione non gli serviranno a molto.

Figlia dei tentativi di creare una sincera prosa proletaria, l’arte di Platonov nasce durante la sua militanza come scrittore nelle fila del Proletkul’t (il movimento per la promozione della cultura proletaria) di Bogdanov, nella corrente più magmatica, riunita attorno a “La fucina”, associazione letteraria moscovita che operava negli anni Venti.

Finita quell’esperienza, non vuole e non riesce ad inserirsi nella corrente unica e dominante del realismo socialista, ma continua a plasmare il suo mondo attraverso una scrittura inedita, che fonde linguaggi diversi: quello della propaganda, quello dei manuali tecnici sui quali lui stesso aveva studiato, quello di una religiosità semplice, da catechismo, legata alla sua vita precedente nelle campagne russe.

Andrej Platonovič Klimentov, in arte Platonov

Oltre che dalla lingua, il lettore si trova spiazzato dal continuo scontrarsi della dimensione onirica in cui vagabondano i personaggi e la risolutezza spietata di alcune loro azioni, tra l’atmosfera trasognata della steppa e i continui riferimenti alla corporeità delle descrizioni. Il romanzo è caratterizzato dall’ossessione per la morte, che non segna la fine delle trasformazioni del corpo, ma solo una fase, e abitua l’uomo alla sua presenza, attraverso la
dissoluzione di tutto ciò che lo circonda.

Così nasce l’empatia che lega ai personaggi platonoviani: miseri, derelitti, sciocchi, ingenui, prigionieri di corpi che dolgono, asfissiano, corrono verso la vecchiaia e la morte, ma vivificati dal nuovo sogno del comunismo, dall’avere per la prima volta una voce nella storia. Contribuisce al tono della prosa platonoviana il legame con la filosofia della causa comune di Fëdorov, figura capace di catalizzare a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento le attenzioni di personaggi come Solov’ëv, Tolstoj e Dostoevskij.

Le sue teorie fondono un profondo senso religioso e una fiducia illimitata nelle capacità della scienza, vista come contributo umano al compiersi del vero progetto di Dio: gli uomini devono collaborare per raggiungere un livello tecnologico tale che consenta di raggiungere l’immortalità e di far tornare le generazioni passate, in carne ed ossa, di nuovo sulla terra, attraverso la ricerca delle loro componenti disperse nell’universo. L’unico vero nemico dell’umanità è infatti proprio la morte: batterla definitivamente deve essere l’unico scopo di ogni individuo, perché essa è l’unico ostacolo alla creazione dell’atteso paradiso in terra.

Entrando nel merito, il romanzo, scritto alla fine degli anni Venti ma pubblicato solo nel 1972 a Parigi, narra la storia di Saša Dvanov, un giovane orfano, figlio di un pescatore annegatosi volontariamente per scoprire il segreto nascosto negli occhi dei pesci, che “sanno tutto” sui misteri della morte e della vita. Cresciuto da un bislacco inventore-ferroviere, con la fissazione per la comprensione dei meccanismi, la vita di Dvanov viene stravolta dalla Rivoluzione, nella quale crede e in nome della quale decide di affrontare un viaggio attraverso la steppa alla ricerca di nuclei nascenti di comunismo spontaneo.

Durante il suo percorso si unisce al cavaliere Kopënkin, che girovaga senza meta per le distese sconfinate della Russia, seguendo il suo cavallo combattente di nome “Forza Proletaria”, con lo scopo di difendere e favorire
l’attecchimento del comunismo.

Andrej Platonov – Cevengur – Einaudi Editore

I due diverranno compagni di avventure e alla fine troveranno il luogo che cercano: Čevengur, un piccolo villaggio disperso nel nulla in cui una piccola comunità cerca di vivere secondo la sua idea di comunismo, ingenuamente convinta di essere riuscita a realizzarlo, da un giorno all’altro, tramite l’epurazione di una manciata di compaesani ritenuti nemici di classe.

Il 1917 pare ridursi a un tenero prendersi cura l’uno dell’altra, all’aiuto reciproco, alla solidarietà, con lo scopo di superare insieme le difficoltà dell’esistenza. La Rivoluzione vive in ogni uomo che intraveda la possibilità di una nuova esistenza, ma è stemperata da un’atmosfera allo stesso tempo grottesca e malinconica, figlia dell’ingenuo rapportarsi con la nuova realtà dei personaggi, infantili, delicati, ancora non del tutto consapevoli del nuovo
mondo che stanno per andare a vivere.

Le illustrazioni di Svetlana Filippova arricchiscono l’edizione russa pubblicata nel 2016 da Vita Nova

Celata dalla marcia incalzante verso il comunismo, si insinua una profonda inquietudine che resta sottesa alla trama e testimonia l’avvelenamento delle speranze di immediata realizzazione del comunismo agli albori dell’epoca staliniana. Lo stesso autore, che aveva abbracciato la rivoluzione con convinzione, inizia a nutrire i primi dubbi, in un momento in cui la genuinità dello slancio rivoluzionario sta sbiadendo. Il tempo dei sognatori è finito, è il momento dei burocrati.

Accanto alla telega le erbe procedevano in direzione opposta, come se tornassero indietro a
Čevengur, e l’uomo insonnolito avanzava senza vedere le stelle che brillavano sopra il suo capo
dalla fitta altezza, dall’eternità di un ormai raggiungibile futuro, da quell’ordine silenzioso dove le
stelle si muovevano come compagne – non troppo lontano, per non dimenticarsi a vicenda, non
troppo vicino, per non fondersi in un tutt’uno e non perdere la loro diversità e la reciproca vana attrazione.

Recensione a cura di: Monica Puglia

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