Intervista a Laura Salmon

Per rompere il ghiaccio partiamo con una domanda che siamo soliti porre a tutti i nostri intervistati. Come si è avvicinata al mondo russo e cosa l’ha spinta a studiare questa lingua complicata ed intrigante?

Da un lato, il mio incontro con il russo e la Russia è stato casuale; ovvero, tra i tanti interessi che avevo nell’estate in cui (a Genova) dovevo scegliere il percorso universitario, avevo deciso di iscrivermi al corso di Lettere e Filosofia che si chiamava “Lingue e Letterature Moderne” (era uscito un articolo su Repubblica che smascherava molti erronei stereotipi negativi sugli studi letterari, articolo che oggi sottoscriverei con massima convinzione). A Genova insegnavano russo da poco tempo, gli studenti erano ‘quattro gatti’, le insegnanti erano un paio, russe, precarie. Ci mandavano in aulette microscopiche, abbarbicate nelle soffitte dei sontuosi palazzi universitari. Volevo solo provare, non sapevo nulla della lingua russa e avevo letto solo una decina di “classici” in poco affidabili traduzioni. La mia prima lingua era il tedesco, cercavo una seconda lingua che non fosse inglese o francese (lo sceglievano tutti e io ero un po’ ‘bastian contrario’). Dopo neppure sei mesi, avevo deciso con convinzione: russo prima lingua, polacco seconda (tedesco terza, giusto per poterla insegnare). Mi ero innamorata delle lingue slave, della letteratura dei Paesi slavi, di quel mondo ‘oltre cortina’ che era pieno di fascino e di… diversità. E l’avevo capito all’istante: era quella la mia strada, sarei diventata “slavista”, anche se ero certa che non sarei mai riuscita a fare la carriera universitaria (ho cominciato a crederci molto più tardi). Comparato al tedesco (che studiavo da anni), il russo mi era parso ‘elementare’, splendido, accessibile. Era un amore sereno e appassionato dopo tante germaniche sofferenze… Ora so che le lingue sono tutte egualmente complesse, che spesso le insegnano in modo spaventoso, che sono più o meno difficili a seconda della lingua madre. Per gli italiani, il russo è particolarmente affine: la sintassi è simile, la pronuncia accessibile, il resto lo fa la curiosità, la bravura degli insegnanti, la motivazione individuale. Per me il russo è stato una lingua ‘facile’; la fatica è stata rincorrere per anni un’impossibile perfezione. Quello che è davvero tremendamente complicato in qualsiasi lingua straniera è voler… sembrare nativi… (ma in tutte le lingue… in primis in inglese). Ma, a furia di rincorrere il russo, ho ottenuto un livello davvero soddisfacente e ci sono alcuni casi in cui i russi mi scambiano per un’emigrante (è il miglior risultato possibile…).

Come nasce il binomio Salmon-Dovlatov? In occasione della proiezione di Dovlatov, I Libri Invisibili, ha raccontato il lungo incontro con lo scrittore sovietico Nekrasov che a Parigi le ha fatto conoscere le opere di Dovlatov. Le andrebbe di raccontarci (brevemente) questo episodio?

L’ho raccontato così tante volte che tra i miei amici è diventato una specie di mito ‘letterario’: mi chiedo a volte quali dettagli siano stati aggiunti narrando e quali, più reali, siano invece finiti nell’oblio. Ma nella sostanza la storia è questa. Grazie alla famiglia Lungin (quella del noto regista Pavel, con cui ero in amicizia a Mosca) avevo saputo che, se fossi andata a Parigi, mi avrebbero presentato Viktor Nekrasov, scrittore assai noto che aveva appena pubblicato “Una piccola storia triste”, delizioso romanzo breve che sognavo di tradurre. Nekrasov aveva accettato di incontrarmi, ma a una condizione: la “giovane rompiballe italiana” avrebbe dovuto raggiungerlo nel suo caffè prediletto di Montparnasse e avrebbe potuto restare a parlare con lui nei limiti temporali in cui avesse continuato a bere (alcol). Nekrasov beveva moltissimo (ormai era molto malato e sarebbe morto pochi mesi dopo). Insomma, Viktor Nekrasov aveva detto al giovane Evgenij Lungin: “Dì alla tua amica italiana che potrà parlarmi tanto, quanto riuscirà a bere senza mai fermarsi”. Conoscevo già bene i trucchi che consentono di bere molto restando lucidi (da anni facevo l’interprete, ore di banchetti russi innaffiati di vodka…), quindi sapevo come fare. Per sei ore ininterrotte avevo bevuto di birra (deglutendo fiumi di acqua minerale e aspirina). Avevamo parlato di tante cose, della Russia e di letteratura, soprattutto. Alle mie sincere lusinghe per la sua opera, aveva reagito in modo del tutto arcano: “Lasci stare, non vale la pena”, aveva detto, “traduca Dovlatov!”. Già allora non fingevo se non conoscevo qualcuno, così avevo confessato: “Mai sentito nominare!”. “Fa niente”, aveva detto Nekrasov, “lo apra e capirà subito”. Così mi ero fatta spedire da New York tutte le opere reperibili di Dovlatov e, in effetti, l’avevo aperto e subito avevo capito. E poco dopo, grazie a un piccolo colpo di fortuna, Sellerio ha comprato i diritti e ha accettato la mia proposta di traduzione per “Straniera”.

Staniera – Sergej Dovlatov – Sellerio Editore

Dovlatov mi ha cambiato la vita, a livello psichico, professionale, esistenziale. Mi ha insegnato ad amare la Russia in modo nuovo, a sopportare meglio me stessa e il resto degli umani. Mi dispiace da morire non aver tradotto quella piccola storia triste che mi aveva proprio colpito… e Nekrasov si meritava ogni bene.

Perché Dovlatov ha tanto successo tra i giovani? È solo grazie alla frizzantezza e al fine umorismo o ci sono anche altri motivi meno evidenti?

Sono stupita di sentire questa notizia così bella: Dovlatov piace ai giovani… Davvero? Non lo sapevo…. Sono poco esperta di “fortune letterarie”, mi interesso ai testi più che al loro successo. Ma non per snobismo, nient’affatto! Sono proprio inesperta, non so come acquisire dati affidabili. In Russia, è molto facile non sbagliare: Dovlatov piace praticamente a tutti, ormai è considerato un “classico”, il più trasversale autore dell’epoca sovietica, così profondamente e così eversivamente sovietico (anche se molti lo preferirebbero “dissidente”). Credo di poter sintetizzare così: il suo umorismo è prismatico, cioè ha diversi ‘gradi’ e angolazioni di lettura; i raffinati vedono la finezza, i rudi vedono la ‘frizzantezza’ immediata, i depressi si animano, i nevrotici riflettono. Insomma, è uno scrittore che rispetta profondamente tutti i suoi lettori, senza disdegnare nessuno: sa parlare ai meno colti, ma soddisfa anche i frequentatori delle torri eburnee, fatta salva la nutrita schiera di invidiosi suoi coetanei russi, soprattutto ‘amici’ (sé dicenti tali) che lo hanno maltrattato proprio mentre simulavano d’incensarlo… Il più sofferente tra gli invidiosi è Valerij Popov, ahimè autore di una nota e squallida “biografia” dovlatoviana e di noiosi racconti scolastici di buona fattura.

Nel suo ultimo libro I meccanismi dell’umorismo: dalla teoria pirandelliana all’opera di Sergej Dolvatov”, dedica un capitolo alla traduzione dell’opera di Dovlatov in italiano. Quali sono le difficoltà nel tradurre l’umorismo, in particolare quello di Dovlatov?

Domanda trabocchetto… In un capitolo del libro ho detto appena ‘qualcosa’, qui in poche righe posso dire ancora meno… Provo ad abbozzare qualche parola: la difficoltà sta 1) nel SENTIRE quell’umorismo (se non lo senti, non lo puoi ri-creare); 2) nel capire COME funziona l’umorismo (non solo a livello di testo, cioè di lingua, ma anche di predisposizione dell’autore all’empatia verso il lettore, verso se stesso, verso gli altri personaggi); 3) nel procurarsi il livello di bilinguismo sofisticato che permette almeno di immaginare come Dovlatov avrebbe scritto quel testo se fosse stato italiano. Traducendo, a volte scrivevo parole che poi, rileggendole, mi facevano trasalire: SENTIVO che Dovlatov mai e poi mai le avrebbe usate.

I meccanismi dell’umorismo – Franco Angeli Edizioni 2018

Non manca nella letteratura russa dell’Ottocento un ramo significativo di letteratura umoristica che trova nella comicità del tragico di Dostoevskij, un chiaro esempio. In cosa si differenzia quella di Dovlatov, cosa c’è di “nuovo” nella vena umoristica del “non ci resta che ridere”?

È una domanda estremamente complessa. Anche in questo caso, molte pagine del libro sull’umorismo cercano (parzialmente) di rispondere a questo imponente quesito psico-socio-letterario, ma meglio l’ho fatto in due articoli di un libro che è accessibile gratuitamente dal sito: www.fupress.com.

Potrei dire che c’è di certo una diretta affinità tra Dostoevskij e Dovlatov. Dovlatov amava molto Dostoevskij, ma (lo spiega lui stesso più volte) era figlio di tempi particolari, dell’epoca sovietica: aveva conosciuto un mondo paradossale e assurdo, contraddittorio, crudele, ma solidale. Il mondo di Dostoevskij, invece, era crudele in modo coerente, pur con individui profondamente lacerati, capaci di immense generosità e di strepitose cattiverie. In realtà, a distanza di un secolo, i due scrittori paiono accomunati dalla profonda consapevolezza che le incoerenze e i paradossi sono propri dell’animo umano, che il bene e il male combattono ad armi pari nella psiche dei singoli individui, senza eccezione. In tal senso, Dovlatov ha ereditato dal geniale romanziere russo (più ancora che da Čechov) una straordinaria empatia per i suoi personaggi, per tutti, senza eccezione. La diversa gradazione dell’umorismo dovlatoviano è data dalla sua ibridità: Dostoevskij, pur tormentato e ambivalente nella sua arte, era un ideologo conservatore, un reazionario convinto. Dovlatov, invece, era un dubbioso cantore del dialogo, del dubbio in ogni suo aspetto esistenziale: è stato un uomo intellettualmente libero e onesto, completamente inetto ad accettare compromessi etici (pur avendo ‘cantato’ i suoi innocui compromessi professionali). Dostoevskij era un sofferto credente che cercava di capire l’umanità di Dio, Dovlatov cercava di capire e di accettare, senza mai credere a nulla e a nessuno. Ma, soprattutto, Dovlatov non era etnicamente russo (era per metà ebreo e per metà armeno, negli ultimi anni naturalizzato americano); Dostoevskij invece era russo, nazionalista e xenofobo. La patria di Dovlatov era la lingua russa e, quando gli chiedevano di che nazionalità fosse, diceva: “scrittore russo”. Lo stile di Dovlatov, in fondo, è intriso di umorismo ebraico, di caucasiche ripidità, di un sostanziale universalismo esistenziale che va al di là dell’umanesimo e del cosmopolitismo ideologico. L’ho chiamato “Zen sovietico”… Ma non si diventa Dovlatov senza Dostoevskij.

Per quanto lo scrivere di Dovlatov, quel suo sofisticato umorismo sia inimitabile, c’è qualche altro scrittore russo contemporaneo simile per stile a Dovlatov che meriterebbe di essere approfondito?

Non che io sappia, nonostante io non abbia rinunciato a sbirciare spesso tra le pagine di libri… che presto richiudo. Prima di Dovlatov e dopo Čechov, invece, ci sono stati geniali scrittori umoristici del Novecento. Babel’, Bulgakov, Il’f e Petrov sono quelli che mi vengono in mente subito. Non si diventa Dovlatov senza di loro… Quello che contraddistingue Dovlatov dai suoi epigoni è la profondità del suo messaggio: il successo, la fama erano per lui tanto ambìti, quanto secondari. Per chi lo imita, invece, non è affatto così… Per diventare un corifeo ci vuole una grande personalità e una grande dignità identitaria.

Solitamente chiediamo ai traduttori se c’è un’opera che vorrebbero tradurre, un’opera a cui sono particolarmente affezionati, ma su cui non hanno avuto ancora modo di lavorare. Dopo Dovlatov, quale autore le piacerebbe tradurre in lingua italiana?

Ho tradotto alcune opere di Tolstoj, compresa “Anna Karenina”. Ho tradotto Dostoevskij, “L’idiota” e (appena uscito) “Le notti bianche”. Due anni fa, ho trovato miracolosamente un nuovo grande “amore”, un nuovo connubio artistico-esistenziale: il poeta (immenso) Boris Ryžij. La prima raccolta che ho tradotto è uscita l’anno scorso (Il Ponte del Sale) e ora sto preparando una seconda raccolta. Ma il mio ‘sogno nel cassetto’ è ancora quello che avevo trent’anni fa: “I fratelli Karamazov”. Per me, resta il vertice della letteratura moderna.

Concludiamo l’intervista chiedendole un consiglio. Molti tra i nostri lettori sono studenti universitari o russofili interessati al mondo della traduzione. Ha dei suggerimenti da dare a chi vuole percorrere questa strada o anche solo a chi voglia avvicinarsi al mondo russo?

Preferirei distinguere le due cose: l’amore per la Russia e la traduzione come professione. Per quanto riguarda la Russia, come forse ogni Paese, è difficile generalizzare: ognuno ‘ama’ la Russia a modo suo. Boris Ryzij, in una sua poesia del 1993, dice che la Russia va amata “di un immenso amore animale”. Chi s’innamora della Russia sente quanto questo verso renda l’idea: la Russia è un Paese viscerale e paradossale. È una terra di saggezza e di stravaganza, di pazienza e d’impazienza, forse l’unico Paese ricco in cui ancora oggi la gente resiste (sempre più fiacca e sbalestrata) alle pressioni del capitalismo e del consumismo. Più conosci la Russia, più ami quello che la rende diversa da tutti i luoghi al mondo. C’è una sostanziale anarchia nei russi, per quello amano i poteri forti, se no fanno le rivoluzioni o cadono in letargo. Le mezze misure sono faticose per i russi.

Per quanto riguarda la traduzione, si tratta di una professione che costa anni di fatiche improbe, di studio ed esercizio, in cui si deve parallelamente sviluppare un sofisticato bilinguismo e studiare la teoria, la tecnica, la pratica traduttiva. Ormai il livello medio dei traduttori italiani è molto cresciuto: nessun autodidatta può fare concorrenza a un professionista. Il mestiere in Italia è finalmente disciplinato da seri corsi universitari e spero ci sarà presto un Albo dei Traduttori. La traduzione letteraria è un àmbito particolare della professione, che richiede anche competenze critiche, propriamente estetiche: è un settore per pochi, per pazienti e appassionati cultori, disposti ad avere altre mansioni importanti nella vita lavorativa. Infatti, con la traduzione per l’editoria, si guadagna troppo poco rispetto alla quantità di tempo che richiede un lavoro “a regola d’arte”. Ma posso dire con convinzione agli studenti che chi fatica impara, chi impara comprende meglio cosa ama e chi ama qualcosa profondamente non ‘molla’ e non deve ‘mollare’. A prescindere dalla fortuna professionale, tradurre letteratura è un piacere immenso che si può coltivare sempre, anche solo per se stessi. Io sono un professore universitario, un lavoro che oggi è faticosissimo: spesso lavoro anche la notte, anche nei giorni di festa. Quindi, traduco nel poco tempo libero che ho, ma è per me un piacere infinito, un momento di ‘pura felicità’. Chiunque si può permettere di tradurre per se stesso, se vuole, se ha grande passione e investe nelle proprie competenze: ci sono poesie che si possono tradurre per anni, che non si vorrebbe (né si dovrebbe) mai abbandonare…. In sintesi estrema, se si fanno gli studi giusti, se si traduce tanto, si diventa professionisti e, prima o poi, se si è molto bravi, qualcuno se ne accorge…

Il primo passo: l’umiltà. L’ultimo: l’umiltà estrema.

Intervista a cura di Marcello De Giorgi e Massimiliano Macrì

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