Perché la betulla è considerata il simbolo della Russia

Perché la betulla è considerata il simbolo della Russia? Risponde Ekaterina Gudkova, autore del portale «Kul’tura.RF»

Gli antichi Celti consideravano la betulla come il simbolo del Sole. Questo albero era venerato dai Komi, dagli Udmurti, dagli Ostiachi e dai Mari. Il culto della betulla esisteva presso tutti i popoli slavi: gli Jakuti e i Chakassi tutt’oggi la considerano un albero sacro. Alcune tribù altaiche e buriate la venerano come un totem. Perché allora nel panorama culturale la betulla è diventata simbolo proprio delle Russia e del popolo russo?

I rapporti con la betulla, nella antica Rus’ avevano un duplice significato. Da un lato, la betulla era vista come l’albero delle spose e stava in coppia con la quercia, l’albero dello sposo. Dall’altro, le betulle, ancora dal periodo del paganesimo erano state associate al mondo dei morti: si credeva che in esse risiedessero le anime delle ragazze defunte. In alcune regioni della Russia Centrale, quando ci si voleva riferire a chi era sul punto di morire si diceva: «Si sta preparando a raggiungere le giovani». Con delle lastre di legno di betulla ricoprivano l’interno della bara, fissavano il cuscino del defunto.

La betulla era un albero sacro: in occasione della Trinità e del Semik, festività dei popoli slavi orientali che si festeggiano nel periodo pasquale, nonché dette feste del ciclo primaverile, le ragazze «mettevano in piega» una giovane betulla, cioè la decoravano a ritmo di canzoni di rito e girotondi.

Oh, oh, betullina,
oh, oh, ricciolina!
I giorni santissimi del Semik e della Trinità
sono di festa per tutte le ragazze!

Poi portavano l’alberello abbattuto in campagna, entravano in casa, dove i padroni offrivano alla «bianca betullina» ogni ben di Dio. È importante il fatto che il Semik e la Trinità fossero strettamente legati al culto pagano dei morti. Tutt’oggi il giorno della Trinità, molte persone vanno per cimiteri i ricordano i defunti.

I critici letterari hanno rivolto attenzione al tema della betulla soltanto nel XIX secolo. Aleksandr Puškin scrisse a Anton Del’vig a proposito del suo viaggio in Crimea: «Abbiamo oltrepassato le montagne e, il primo elemento che mi ha lasciato a bocca aperta è stata una betulla, una betulla argentata! Provai una stretta al cuore: già iniziavo a sentire la mancanza di quel tenero mezzogiorno, nonostante io mi trovassi ancora nella Tauride e vedessi ancora pioppi e viti».

Ivan Šiškin – Bosco di Betulle 1871

Nel 1842 Afanasij Fet scrisse una poesia La betulla malinconica.

La betulla malinconica
È alla mia finestra,
E dai capricci del gelo
È agghindata.

Come un grappolo d’uva
le estremità dei rami penzolano
E tutta la funerea eleganza
appare gioiosa alla vista.

Io amo il gioco dell’aurora
e amo ammirarla,
e mi dispiace se gli uccelli
fanno cadere gli ornamenti dei rami
.

Nella poesia Betulla (presumibilmente del 1855) Pëtr Vjazemskij confessò:

Tra gli alberi scelti, la betulla
non si presenta in forma poetica;
ma in essa risiede l’anima della prosa natale
e parla un linguaggio vivo.

Più dolce di tutte le melodie soavi,
allegra notizia da una persona cara,
qualsiasi distico scritto di propria mano,
in cui il cuore ha molto da capire.

Punto di riferimento in territorio straniero,
per tutti noi, un caro amico;
è una radura nel bosco, un’oasi nel deserto
nostra guida inuma paese straniero.

Chi tra noi riuscirebbe a restare
indifferente davanti al marchio russo?
Noi ora siamo qui e tu, o betulla, sei come
una lettera dall’amata madre.

Igor’ Grabar’ – Viale di betulle 1940

Questo fu uno dei primi tentativi di collegare l’immagine della betulla con l’immagine della Russia.

Nella letteratura del XIX secolo, la betulla era «malinconica», di «un’eleganza funerea», «nera», «frondosa», «piangente», «gialla». L’immagine della bianca betulla, ormai da molto tempo nota grazie alle canzoni e ai riti popolari, ha fatto il suo ingresso nella cultura accademica a partire dai versi di Sergej Esenin del 1913:

Bianca betulla
sotto la mia finestra
ti sei ricoperta di neve
quasi fosse argento.

Esenin nella sua produzione poetica costruì anche un solido sistema di associazioni tra la betulla e la Rus’:

La mattina della Trinità, il canone del mattino,
in un boschetto, tra le betulle, si ode un bianco rintocco.
La campagna si sveglia dal sonno di festa,
nei soffi del vento si percepisce la primaverile ebbrezza.

Proprio Sergej Esenin, figlio di un contadino di Rjazan’ collegò l’ideale letterario alla percezione popolare della betulla.

Attorno all’anno 1942, quando Anna Achmatova iniziò a scrivere un piccolo ciclo di poesie, dal titolo Betulla, la pianta aveva già fatto il suo ingresso nel codice culturale, in quanto simbolo della Russia e degli antenati.

È piacevole iniziare qualcosa di piacevole
nel fragore della tempesta, nelle nuvole di neve
in cui languisce un corpo purissimo
di una terra profanata dai nemici.
Da lì le betulle nostre connazionali
ci porgono i rami e aspettano e chiamano,
e i potenti Babbi Natali
Procedono con noi in file serrate.

Nel 1948 sulla scena del teatro estivo Ermitage per la prima volta si è esibito il gruppo danzante sotto la direzione di Nadežda Nadeždina. Le ragazze si esibivano in un girotondo con rami di betulla tra le mani. Fu una vecchia litografia a spingere la Nadeždina alla messa in scena: il girotondo nel giorno della Trinità per il rito della «messa in piega» della betulla. Anche l’ensemble, che nei 70 anni di sopravvivenza fece conoscere la cultura russa al pubblico di 80 paesi, aveva il nome di Bereska.

FONTE:  – traduzione di Alessia Baratti

Alessia Baratti

Nata in provincia di Brescia nel 1995, mi sono laureata in lingua e letteratura inglese e russa all'università Ca' Foscari di Venezia, dove frequento il corso di laurea magistrale di Slavistica. Amo molto leggere, viaggiare, conoscere culture nuove. Mi piace mettermi alla prova e tradurre, perché penso che sia importante dare a tutti la stessa opportunità di imparare.