Parliamo di donne

Su un fumetto norvegese femminista e sulla parità di genere in Russia

Ho avuto una discussione con le collaboratrici della casa editrice “Samokat”, per la quale è uscito il libro “Libertà, uguaglianza, sorellanza”. In questo, tra i vari esempi dell’odierna disparità di genere, proprio all’ultimo viene ricordata la Russia, nella quale “esiste una lista di 456 professioni vietate alle donne”. Nell’immagine un uomo che somiglia a Putin sbatte in faccia a una ragazza furibonda la lista proibitiva dove figurano “marinaio, autista d’autobus, carpentiere, sommozzatore…”. Dai, addirittura l’autista d’autobus, non può essere, ho pensato… così ho scritto alla redazione. Forse in Norvegia, dove questo fumetto è stato ideato e disegnato, la percezione della Russia si riduce a un concentrato di stereotipi e in traduzione, come spesso succede, i dati poi non sono stati effettivamente verificati. In risposta mi hanno sparato il link al decreto operativo del governo della Federazione Russa “Sull’approvazione dell’elenco dei lavori usuranti, l’esecuzione dei quali è vietata alle donne”. Al punto 387 vi si legge “conducente di vettura operante su un autobus con capienza superiore ai 14 posti”.

Alcune donne particolarmente perseveranti sono riuscite a vincere questi divieti – ho chiarito – o, al contrario, ad aggirarli sono i datori di lavoro, per i quali l’occupazione femminile risulta essere più economica di quella maschile (secondo i dati ufficiali le donne in Russia sono pagate il 30% in meno rispetto agli uomini), ma in ogni caso la dichiarazione stessa merita di essere menzionata.

In “Libertà, uguaglianza, sorellanza” proprio questa menzione è stata fatta in modo del tutto opportuno. In generale il fumetto è interessante, pieno di informazioni e ben disegnato, ma la sensazione finale che si ha è quella di dispiacere. Dispiace che nessuno abbia approfondito la storia della condizione delle donne dalle nostre parti. E anche se qualcosa di simile magari già esiste, certamente non è sotto gli occhi di tutti.

 

“Il mio corpo è affar mio!”

Ora, è importante dire un paio di cose. Questo fumetto norvegese “dialoga” con noi da un contesto totalmente differente dal nostro. Un contesto nel quale la piena parità di sesso, anche se ancora non raggiunta in modo assoluto, quanto meno è un ideale contemplato da tutti. Un contesto nel quale è assodato che il corpo di una donna riguardi solo la donna, nel quale la necessità di diritti per qualsiasi minoranza è un concetto palese che si apprende già a scuola. O meglio, la scrittrice Marta Breen e l’illustratrice Jenny Jordahl si trovano nello stesso sistema di coordinate dei loro lettori. Le autrici raccontano di come il mondo a loro in comune abbia raggiunto più o meno la condizione decorosa nella quale adesso si trovano e di come al di là di questo accadano cose spiacevoli, a volte terribili.

Per qualsiasi lettore russo la prospettiva sarà totalmente diversa. Guardiamo a questo libro da un posto dove nelle scuole durante l’ora di servizio ai maschi vengono dati esclusivamente martelli per riparare i banchi, mentre alle femmine stracci per pulire il pavimento e alla richiesta di una ragazzina di avere il martello la reazione sarà d’indignazione: “che discorsi! Tu sei una futura donnina di casa!” (fatto realmente accaduto in una scuola prestigiosa di Mosca). Per quanto nel contesto russo le mie vedute possano essere considerate progressiste, lo striscione con la frase “Preparatelo da solo il boršč!” tenuto da alcune dimostranti sul disegno di copertina di “Sorellanza” persino a me sembra più un’insolenza che uno slogan libertario. Ovvero, capisco di cosa si stia parlando, ma la questione della suddivisione impari tra uomo-donna del compito di “preparare il boršč” deve essere comprensibile a tutti affinché queste parole non sembrino semplicemente le frasi tipiche in una lite familiare, ma qualcosa di molto più importante a livello sociale.

La storia della lotta per i diritti delle donne in Russia si differenzia in modo sostanziale da quanto accaduto in Occidente. Infatti la giornata lavorativa intera per la donna e addirittura alcune possibilità di fare carriera venivano dai vertici amministrativi e si sono mantenute per quasi settant’anni. Di conseguenza il modello di donna-madre che si dedicava alla casa e alla famiglia, al contrario, risultava sovversivo, un’alternativa alla famosa considerazione sulla cuoca che deve saper mandare avanti lo Stato (il riferimento è alla citazione di Lenin “Ogni cuoca deve saper mandare avanti lo Stato!”, n.d.t.). Questo modello si riferiva al regime della vecchia 8Russia, al periodo pre-revoluzionario e quindi a quello sovietico. Non a caso nel ’70 proprio nelle famiglie dei dissidenti che non riconoscevano il potere sovietico o addirittura che lo ostacolavano si usava fare molti figli e le donne in famiglia erano solite non lavorare. La protesta consisteva proprio in tutto ciò e non nell’andare a lavorare, come invece voleva il potere sovietico.

“Ogni cuoca deve saper mandare avanti lo stato”
“In cucina a casa non restare, al soviet vai a votare”
“Prima l’operaia si affaticava, adesso dirige i lavori”

Negli ultimi venti anni la situazione è cambiata profondamente, l’enfasi mediatica statale si è fatta ottusa e patriarcale. Ma venti anni non sono molti e le persone che ricordano come tutto un tempo fosse diverso non sono neanche troppo vecchie. Proprio loro sono i genitori e gli educatori degli adolescenti di oggi, di coloro ai quali sono destinati questi generi di fumetti come “Libertà, uguaglianza, sorellanza”.

Perciò sì, sarebbe stato bello se qualcuno avesse scritto un libro del genere per/su di noi. Le parole sul particolare trascorso della Russia puzzano un po’ in termini di ideologia, ma ciò non significa che in queste non ci sia assolutamente niente di vero.  Se poi si parla della condizione delle donne, senz’altro del vero c’è.

Fonte: novayagazeta.ru, 6 marzo 2019 – di Anna Narinskaja, Traduzione di Beatrice Pallai