Recensione de La guerra non ha un volto di donna di Svjatlana Aleksievič

Dopo il capolavoro “Tempo di seconda mano”, la scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievič torna a parlare di Russia con un nuovo libro mozzafiato e rivoluzionario, dal titolo provocatorio “La guerra non ha un volto di donna”, dove una volta per tutte si supera la visione secondo cui la guerra sia qualcosa di prettamente maschile. In qualsiasi nazione, le varie testimonianze storiche, le fotografie, i film, i libri che descrivono il Secondo Conflitto Mondiale hanno sempre posto gli uomini come i protagonisti assoluti della Guerra, ma in realtà accanto a loro di donne ce n’erano eccome, che come loro marciavano, sparavano e uccidevano, che come loro morivano per difendere la propria Patria.

Dopo aver silenziosamente assistito alle devastazioni provocate dall’esercito nazista a partire dal 1941, in Russia centinaia di migliaia di donne sono corse in aiuto dei propri connazionali, mosse dall’amore e dal desiderio di vendetta per il loro Paese, per i propri mariti, parenti e figli che il nemico aveva loro tolto o rischiava di portare via. Indifferenti al sangue e alla morte, queste donne offrirono un contributo essenziale, senza il quale il popolo sovietico non sarebbe probabilmente mai riuscito a sconfiggere i tedeschi e a liberare l’Europa dal fascismo. È comunque sbagliato immaginarle soltanto in divisa militare, con un fucile in mano e a carponi in mezzo al fango, perché le donne sul campo di battaglia facevano molto di più: vi erano le cuoche, che dovevano cercare di sfamare tutti anche quando non si aveva niente, vi erano le lavandaie, che con ritmi disumani cercavano di lavare via il colore e l’odore del sangue, vi erano le telegrafiste e le infermiere, che si muovevano tra mine e proiettili per salvare una vita in un mondo di morte. Vi erano le partigiane, le geniere, le aviatrici e così tante altre che pare quasi impossibile non aver mai sentito parlare di loro e delle loro imprese. Ma in effetti in guerra le donne non erano contemplate, per loro non c’era spazio: basti pensare che per lunghissimo tempo non si videro uniformi e biancheria adatta e le donne furono costrette a camminare in stivali troppo grandi e ad indossare mutande da uomo, avendo a disposizione inoltre pochissimi cambi, anche durante le mestruazioni. Ma a questo gli uomini non avevano pensato, come non avevano pensato che per le infermiere le gonne non sarebbero state un indumento molto comodo per strisciare a terra a raccogliere i feriti e per arrampicarsi sui carri armati per estrarli. Forse proprio a questo è dovuto il titolo “La guerra non ha un volto di donna”, perché lì non si aveva tempo di essere donne, la guerra rendeva tutti soldati. Quello stesso titolo può però far riferimento anche all’incapacità di molti di accettare la donna al di fuori del contesto domestico: al posto di essere onorate e celebrate per il loro coraggio, molte ragazze che tornarono dal fronte vennero infatti socialmente denigrate, tanto che molte dovettero nascondere di aver combattuto per sposarsi e condurre una vita normale. In ogni caso la guerra inflisse in loro enormi ferite, fisiche e morali, che per guarire meglio imposero di tacere su ciò che avevano visto, di dimenticare.

La guerra non ha un volto di donna – Edizioni Bompiani

Dopo 7 anni di ricerche, viaggi, visite, quaderni di appunti e cassette registrate, Svetlana Aleksievič è però finalmente riuscita a dar voce a tutte quelle donne e a raccontare la guerra con altri occhi, una guerra fatta non soltanto di fucili e sangue, ma anche di amore, fiori, bellezza e scarpette. Gli uomini imbracciavano un fucile e quasi si dimenticavano di esistere, ma le donne no. Le donne tentavano di costruirsi reggiseni e ritagliarsi mutandine carine perché non volevano essere raccolte con indosso della biancheria maschile, le donne si truccavano perché non volevano morire brutte e per lo stesso motivo si coprivano prima di tutto volto e gambe, le donne volevano sapere cosa fosse l’amore prima di essere sepolte, e spesso lo scoprivano innamorandosi, accarezzando un ferito o inseguendolo i propri amati per combattere al loro fianco. Tutte queste nuove facce della Guerra vengono scoperte dal lettore attraverso la lettura delle innumerevoli interviste riportate, le cui parole, così vere e pesanti, riescono con una potenza inaudita a far trapelare l’orrore dell’odio, del sangue e della morte, con forse anche la speranza di far sì che ciò non accada più, un messaggio scontato quanto importante in questi tempi.

In questo libro ogni donna mette a nudo sé stessa e i propri ricordi, senza filtri, raccontando la sua storia con a volte anche solo un filo di voce. Qui le donne combattenti si celebrano due volte, mettendo da una parte nero su bianco le loro prodezze e il proprio eroismo e dall’altra sottolineando il loro coraggio nel raccontare gli anni più tremendi della loro vita, che le avrebbe cambiate per sempre; ma in realtà va a celebrare tutte le donne, esseri sorprendenti e meravigliosi, capaci di tutto in qualsiasi circostanza.

Cominciano con il raccontare a bassa voce, poi verso la fine quasi tutte gridano

È possibile acquistare il libro QUI

Giulia Pinta

Classe 1993, ho conseguito la laurea in Scienze della Mediazione Linguistica all'Università di Torino con una tesi intitolata 'Da Cigno bianco ad oca grigia: il matrimonio contadino russo', inserendomi tra le pochissime fonti italiane sul tema. Attualmente porto avanti lo studio del russo e del tedesco in magistrale. Dopo numerosissimi viaggi in Russia, tra città e campagne, a contatto con quel popolo meraviglioso, ci ho lasciato il cuore. Quel Paese è diventato aria indispensabile per i miei polmoni, ne sono inebriata.