Artista – giocatore, quello che, pur non volendo Vladimir Nabokov ha insegnato al lettore

La storia della cultura è costellata di numeri mistici. Ad esempio, il 37 è un segno dai connotati funesti nel destino di molti artisti, anche se qui non c’è bisogno di riportarne degli esempi. Oppure il 99. L’ultimo (o, più precisamente, il penultimo) anno di un secolo, generalmente abbonda di nascite di geni/è segnato dalla nascita di molti geni.

Tanto per rinfrescare la memoria: nel 1899 sono venuti al mondo Hemingway, Asturias, Kawabata, Borges… in Russia: Platonov, Nabokov, Leonov, Oleša, Vaginov e molti altri. Forse non tutti loro arrivano a sfiorare il livello della genialità, qualcuno «non lo ha raggiunto per poco», altri non ci si sono neanche avvicinati, perché sembra che la «richiesta», corredata di una «riserva», fosse ben più alta rispetto alla serie di nomi qui riportati. Chiaramente, però, c’è anche chi la genialità l’ha pienamente raggiunta. Nabokov è tra questi.

Naturalmente non tutto ciò che lo riguarda è semplice. Il bilinguismo, il suo particolare atteggiamento ponderato e distaccato, così come il fatto che dal punto di vista contenutistico e ideologico è come se Nabokov non fosse propriamente russo: non trova in nessun modo collocazione nella tradizione nazionale della letteratura didattica, «utilitaristica». Nabokov riteneva deleteria per la cultura la sua trasformazione nel quasi principale «strumento» di educazione dell’uomo e di riorganizzazione della società e prese apertamente le distanze da tutto ciò. Non è uno scherzo il fatto che Nabokov litigò con i suoi «antenati» letterari, infranse i loro «precetti». Aveva sempre la battuta pronta e le sue lezioni sulla letteratura russa sono un accanita demolizione di coloro che la critica letteraria russa aveva da lungo tempo assunto a idoli infallibili.

Pertanto è difficile parlare della concezione del mondo di Nabokov. Anche questo fa sorgere delle domande al lettore, abituato al fatto che lo scrittore è innanzi tutto una «posizione» nei confronti del mondo: sociale, filosofica o estetica. Se nell’ultimo caso la situazione è più o meno chiara, invece i primi due sono ancora un argomento piuttosto nebuloso. Aggirando il problema, Chodasevič definisce Nabokov «artista della forma, del procedimento della scrittura», confermando che Nabokov non camuffa il metodo [di scrittura], come si è soliti fare, ma al contrario lo manifesta intenzionalmente come un prestigiatore che, dopo aver stupito lo spettatore, gli rivela il trucco del suo prodigio». Conclusione: «l’unità stilistica» è l’unica “idea” della produzione di Nabokov.

Difficilmente questo accade. Sebbene l’eleganza formale dei testi di Nabokov li differenzi profondamente da tutte le “altre” sue opere, questa agisce sui nervi irritandoli, preoccupa e incanta. Si è notato che la passione per Nabokov inizia proprio con un “colpo di sole” stilistico. La mia esperienza personale. Tempo dell’azione: metà degli anni ’80, alla vigilia della Perestrojka. Luogo dell’azione: studentato della facoltà di Lettere. Ovviamente si è tenuto conto non soltanto (e non tanto) delle opere “consentite”. Ogni divieto è uno stimolo alla sua infrazione – e noi volevamo capire da soli che cosa fosse la letteratura vera e quella non vera, al di là di qualsiasi cliché ideologico che allappa la bocca. Circolavano tra le stanze numerosi testi dattiloscritti, materiale che poco tempo dopo, nel giro di due, tre anni, venne trasferito sulle pagine di “voluminose” riviste e che segnò la fine di una nota epoca storica. Una mattina trovai sulla scrivania del mio vicino di stanza, che sarebbe stato fuori tutta la giornata per lavorare come guardiano, una pila di fogli scritti a macchina. Una loro, inizialmente pigra, consultazione si è conclusa con il fatto che non andai a lezione all’Università, e con un mondo, a me sconosciuto fino a quel momento, che mi riecheggiava in testa e che mi fece dimenticare ogni cosa terrena. «Chi è? Chi è?» – chiesi al mio vicino, appena tornato dal lavoro, quasi gridando e brandendo i foglio appena letti. «Un certo Nabokov…» – fu la risposta.

«Un certo Nabokov…» allora fece esplodere e confuse tutte le idee che avevo riguardo a “come” bisognasse scrivere. Proprio “come”. L’innamoramento tempestoso, che stava nascendo all’improvviso, richiedeva la continuazione della trama. Le mie energiche ricerche furono coronate dal successo e presto lessi praticamente tutte opere di Nabokov in lingua russa. Il romanzo “Il dono” fu l’apice sentimentale di questa personale storia di lettore e tuttora ritengo che questo romanzo sia il suo testo migliore. Poi fu tutto più complicato. Perché senza ombra di dubbio avevamo di fronte degli scritti artistici eccellenti, con un ritmo e una sintassi unici, con delle metafore meravigliose, dei dettagli dalla precisione fotografica che si trasformano davanti agli occhi in immagini indimenticabili. Che meraviglia! – lo stelo della rosa ricoperto di bollicine, un foglio di carta bianca da guardare in tralice, lo scalpiccio dei passanti che impasta l’oscurità, una porzione di purè simile ad un cratere lunare, «la lunga ombra del facchino, l’ombra rotolante del carrello, trascinò con sè quest’ombra, ma di nuovo venne scacciata via in una curva da un angolo appuntito», tutti questi esempi sono tratti da due pagine de “Il dono”. «Penso che sarai uno di quegli scrittori come mai ce ne sono stati prima, e la Russia ti porgerà le sue scuse, quando se ne accorgerà, troppo tardi…» dice Zina a Godunov Čerdyncev proprio nel finale de “Il dono”, anche se con Nabokov non è successo nulla di simile. Poi sorsero delle domande: perché tutto questo stupendo gioco? Di cosa tratta Nabokov? Di cosa tratta nel senso più alto? Giunse il momento dell’analisi, delle sfumature di contenuto e all’improvviso si comprese che Nabokov non cede ad un’interpretazione definitiva e che, secondo le parole di Z. Šachovskaja, possono essere individuati livelli di pari importanza, senza che nessuno di questi prevalga mai sull’altro. È divertente ricordare come “Invito a una decapitazione” sia stato definito un’opera distopica, includendo questo romanzo tra le fila di analoghe opere distopiche di Zamjatin, Huxley, Orwell. Poco dopo si capì che si trattava di una sorta di allegoria del Nuovo Testamento. Poco dopo ancora si ritenne che fosse invece una ricerca dell’anima “nera” dell’artista. Una cosa simile successe con “Il dono”. C’è stato un momento in cui il romanzo è stato considerato principalmente come un “rovesciamento” di Černyševskij e della sua scuola. Divertente.

L’incapacità di “spiegare”Nabokov in via definitiva ha suscitato irritazione e una serie di accuse. Snob senza cuore, esteta crudele, mente fredda, cinico che non crede a nulla… Questo è stato l’altro estremo che si è dovuto superare prima di collocare Nabokov su uno “scranno aureo”, prima di renderlo “l’eterno satellite” che ruota sempre accanto a qualcuno, dopo essersi liberati da un’infatuazione cieca, per poi provare un amore equilibrato. Un autore che non leggi per molto tempo, ma che riprendi di tanto in tanto provando un senso di vero piacere per la sua scrittura incredibile, per il gioco, per la risoluzione del rebus artistico, per la disperazione metafisica, per l’impossibilità di superare i punti di sospensione del testo… e i punti di sospensione della vita vera, che palpitano in questo testo. «Lì dove ho messo un punto: una prolungata sensazione di vita illividisce dietro il tratto della pagina, come le nuvole di domani, senza concludere la riga»

Si, Nabokov, amava il gioco. Paragonò la stesura di un’opera al gioco degli scacchi. Possiamo aggiungere che nei componimenti di Nabokov c’è sempre un rebus, un eccellente rompicapo. «L’arte è un dono divino. Questi due elementi – la divinità e il gioco – hanno pari importanza. L’arte è divina perché avvicina l’uomo a Dio, rendendolo a pieno titolo un vero creatore», come si legge in “Lezioni di letteratura russa”. Nabokov non giocava solo in letteratura, era infatti un discreto calciatore e tennista. Se lo avesse voluto sarebbe potuto diventare un noto scacchista, inoltre faceva con passione le parole crociate, che chiamava “cruciverba”. Anche le sue ricerche etimologiche per lui erano un gioco. Persino i suoi “studi letterari”, notevoli per i giudizi maligni che contengono, erano un gioco. Un gioco che si protrasse fino alla morte.

Aleksandr Panfilov, professore associato di filologia

Tuttavia, al di là del gioco, il suo atteggiamento nei confronti della vita era molto serio. Persino più serio poiché Nabokov non aveva intenzione di impartire lezioni a nessuno, dal momento che odiava ogni discorso politicamente impegnato e moralmente edificante. Proponeva a noi stessi di scegliere da soli dove porci tra un’esistenza vissuta nel “Terrore” e una nella vissuta “Benevolenza”. Proprio “Terrore” e “Benevolenza” sono i titoli di due dei suoi primi racconti scritti a due anni di distanza. E se nel primo il protagonista prova un terrore senza fine e sempre vivo, sentendosi come «una vista nuda, uno sguardo senza scopo, che si muove in un mondo privo di senso», invece nel secondo, cito: «allora percepivo la tenerezza del mondo, un profondo senso di benevolenza verso tutto ciò che mi circondava, un dolce legame tra me e tutto l’universo… capii che il mondo non è per nulla una lotta, non è una serie di rapaci casualità, ma una gioia baluginante, un’emozione piacevole, un dono per noi inestimabile».
Seppur consciamente non volesse essere un «maestro di vita», Nabokov ci ha comunque insegnato molto. La sensazione della parola viva. L’odio verso la parola logorata, “svuotata di senso”, l’odio per il clamore ideologico. La premura nei confronti del mondo. La distinzione tra bellezza e non bellezza. L’assenza di paura per il proprio pensiero, l’atteggiamento personale verso la letteratura e il mondo. Non è poco, neanche nel “senso più alto”.

 

Fonte: Literaturnaja Gazeta, 24/04/2019, Traduzione di Irene Regondi