Di come le donne riuscirono a costruire una società matriarcale nel Nord Russo

Esisteva il sessismo tra i popoli nativi del Nord? Qualcuno potrebbe obiettare che le società primitive sono quasi sempre egualitarie, portando persino come esempio l’esistenza del matriarcato all’interno di alcune di esse. Qualcun altro, invece, condannerà gli aborigeni del Nord Russo e si indignerà. In realtà le cose sono più complesse di così.

”Dormi bimba, baju baj. Presto ti addormenterai! Così in fretta crescerai. Insieme a mamma l’acqua prenderai e e nella tundra per bacche andrai. Nel chum la legna dovrai portare e la nonna aiutare. Poi imparare dovrai a cucire…” 1

Si tratta di un Njukubz, ovvero una canzone che i genitori della tribù dei Nenci compongono per i loro bambini. Ogni bambino di questa popolazione, tra l’altro, ha una canzone scritta appositamente per lui. Non si può di certo cantare una canzone sull’ago e sul filo a un maschietto, ci vuole un approccio diverso. Lui sarà, senza dubbio, il più forte, catturerà molte volpi artiche e diventerà padrone delle renne dal manto variopinto. Apparentemente potrebbero sembrare delle comuni lamentele dei genitori nei confronti dei loro figli. Tuttavia, è importante tenere a mente che nei Nenci veniva instillata, fin dalla tenera età, la consapevolezza del ruolo di genere all’interno della società, come riporta nella sua ricerca l’etnografa Stella Serpivo. I ragazzi andranno a caccia, le ragazze saranno dedite ai lavori di casa. Malgrado non ci siano significative differenze tra i ruoli di genere e gli stereotipi diffusi tra le diverse popolazioni native del Nord Russo, è difficile stabilire se nei loro rapporti esistesse o meno ciò che oggi viene chiamato sessismo. E qual era allora il ruolo della donna all’interno di società così tradizionali?

Amalija Chazanovič, trasferitasi negli anni Trenta nella Penisola del Tajmyr con il nobile progetto di estirpare l’analfabetismo, sotto questo punto di vista fece un ritratto alquanto cupo degli Nganasani. Le sue relazioni furono redatte con il noto linguaggio dei giovani entusiasti che andavano in spedizione con intenti valorosi negli angoli più remoti del paese: il capo della famiglia degli Nganasani era l’uomo, mentre la donna viveva in una ”condizione difficile e priva di autorità”. Che cosa significa questo? Chazanovič scrisse che la donna veniva considerata un essere sporco, la cui opinione non veniva presa in considerazione, non poteva mangiare la testa e la lingua della renna selvatica, né dormire sulle pelli di renna. Era, inoltre, vietato avvicinarsi alla donna per un certo periodo successivo al parto. Chazanovič (encomiabile per aver fatto un enorme lavoro per sconfiggere l’analfabetismo nell’estremo Nord) qui esagerò un po’, condannando una società tradizionale i cui usi non le erano del tutto chiari. La sua motivazione, tuttavia, è decisamente più comprensibile se si riflette a quanto fosse pervasa dall’entusiasmo dei primi anni di potere sovietico, il cui intento era quello di ”liberare la donna dalla schiavitù domestica” e cercava, quindi, di portare avanti la stessa politica ovunque, a prescindere dalle tradizioni e dall’impostazione di una determinata società.

 

La divisione dei compiti e il concetto di genere

In occasione di un’intervista sui Radio Svoboda, la direttrice del Centro dello Sviluppo dell’Educazione e della Cultura Gender ”In” (”Vita”), Faina Lechanova, ammette che era effettivamente prevista una divisione dei compiti tra i generi tra i popoli nativi del Nord, ma afferma che nelle famiglie del Nord esisteva in ogni caso un senso di parità. L’uomo andava a caccia, si prendeva cura delle renne e qualcuno doveva pur occuparsi delle faccende domestiche. Allo stesso tempo, poteva anche capitare che si ammalasse e in quel caso una parte dei suoi compiti veniva assunta dalla donna. ”C’erano comprensione e sostegno reciproci, era richiesto dalla natura”, conclude lei. Le caratteristiche evidenziate dall’antropologa Chazanovič, tuttavia, esistevano realmente. Le donne degli Evenchi, ad esempio, non potevano sedere di fianco agli uomini, mangiare la testa dell’orso oppure il suo brodo di interiora…Allo stesso tempo, afferma Lechanova, ”le donne Evenche non se ne avevano a male, e se il loro matrimonio vacillava, potevano semplicemente tornare dalla loro famiglia che le accoglieva in casa senza problemi, anche insieme ai loro figli”.

Il ruolo della donna nello sciamanesimo

E qual era quindi il posto reale occupato dalla donna all’interno della gerarchia sociale dei popoli nativi del Nord e da che cosa dipendeva? Innanzitutto, fa notare Stella Serpivo, secondo la mitologia dei Nenci la donna è progenitrice del mondo e la sua sfera d’azione non abbraccia unicamente questo mondo, a differenza degli uomini. La donna rappresenta una guida nel mondo degli spiriti, qualità confermata dalla sua funzione di procreatrice. Per questo possiede lo status sacrale di creatura capace di dare nuova vita, così come di toglierla.Molto probabilmente proprio per questo motivo lo sciamanesimo dei popoli nativi del Nord ha radici femminili. Se ci rifacciamo alle fonti scritte e archeologiche del folklore, dalla loro analisi linguistica risulta chiaro che le iniziatrici di tali pratiche furono proprio le donne.

Successivamente, con lo sviluppo della mitologia, all’interno delle tribù della Siberia e dell’Estremo Oriente si formò una chiara distinzione tra i ”doveri”: sia gli uomini sia le donne si occupavano dei rituali sciamanici, ma ciascun sesso aveva la propria ”sfera d’influenza” ben definita. Le donne erano responsabili dei legami con il mondo ”oscuro”, con Madre Terra, mentre gli uomini rispondevano del legame con Padre Cielo, con gli spiriti buoni. Eppure, non era così tra tutte le popolazioni. Come riporta l’esperta di culturologia Sofija Sorokina nella sua dissertazione, i popoli altaici, ad esempio, vietavano alle donne di rivolgersi agli spiriti buoni a causa del loro sesso, della loro impurità sacrale e della debolezza fisica, mentre questa pratica era permessa tra i Teleuti, i Nganasani e gli Enci, dove la donna poteva persino ambire a raggiungere le posizioni sciamaniche più alte.

Il ruolo della donna all’interno del matrimonio

Non dimentichiamo che in molte società tradizionali, esattamente come in gran parte delle culture native settentrionali, lo status della donna dipendeva innanzitutto dalla sua capacità di mettere al mondo figli. Ad esempio, l’infertilità era considerata dai Nenci e dagli Ostiachi come una grande disgrazia per la donna, che veniva incolpata per la sua incapacità di avere figli. Colui che sposava una donna sterile con il tempo maturava la possibilità di sposarsi nuovamente, mentre la prima moglie rimaneva con lui, nella maggior parte dei casi assumendo il ruolo di serva. Era, inoltre, malvista dagli abitanti del villaggio, dalle quali veniva chiamata ”renna sterile”.

Nelle famiglie native del Basso Amur le figlie non avevano diritto all’eredità, il che significa che erano totalmente dipendenti da uomini più anziani, che decidevano se potevano avere una dote e il suo valore. È interessante notare come qui una donna non sposata avesse più diritti e meno doveri rispetto a una donna sposata, il cui status matrimoniale la obbligava a lavorare per il bene della famiglia, prima della quale era relativamente libera. Libera anche dal punto di vista sessuale, in quanto la verginità non costituiva un fattore determinante all’interno del matrimonio. Tuttavia, se il marito non era al corrente del suo comportamento e veniva a sapere improvvisamente delle sue passate frequentazioni, poteva ucciderla senza esitazione.

Nel complesso, non si può di certo parlare di parità di diritti tra uomo e donna all’interno delle famiglie dei popoli nativi settentrionali. Ma allo stesso tempo, non possiamo etichettare queste culture come sessiste.

Il ruolo dell’uomo e della donna, anche se dettato da stereotipi di genere, non era vuota tradizione fine a stessa. La vita al Nord è dura e non c’era spazio per discussioni circa la parità dei sessi.
Gran parte di queste tradizioni fa ormai parte del passato. I veri sciamani non esistono praticamente più e, quelli che resistono, lo fanno per intrattenere i turisti. Sempre meno donne conducono una vita nomade nella tundra. Ma che cosa è successo?

La situazione oggi

Come riporta l’antropologa Elena Ljarskaja nei suoi studi, ancora agli inizi del XX secolo gli uomini non potevano vivere nella tundra senza le donne, e le donne senza gli uomini, mentre ora la situazione è sostanzialmente cambiata. «Tra gli abitanti nativi ha iniziato a diffondersi (o forse si è già diffusa) una visione della tundra (e della taiga) non solo come ambiente ostile, ma come luogo inadatto alla vita quotidiana, destinato esclusivamente al lavoro», spiega la situazione l’antropologa. Così, la vita si svolge nel villaggio, mentre la tundra è il luogo in cui gli uomini si guadagnano da vivere. Elena Ljarskaja aggiunge che la vita nella tundra viene oggi percepita come «incivile, troppo pericolosa, troppo pesante e in generale non adatta a donne e bambini». Ecco perché le giovani donne non hanno fretta di andarci a vivere: per fare cosa in un posto dove non poter indossare dei begli abiti, condividere foto su Instagram, dove fa freddo e si soffre la solitudine?
Il potere sovietico, così come auspicava Amalija Chazanovic, ha effettivamente cambiato gli usi dei popoli nativi del Nord. E di questo bisogna biasimare (o ringraziare) proprio questo potere. Il lavoro delle brigate di allevatori di renne durante l’Unione Sovietica era determinato esclusivamente da fattori economici.

Lavoratrice dei chum, ecco il nome della mansione della donna che viveva nella tundra. Per il lavoro svolto riceveva un compenso e la quantità di questi lavori era limitata. E non era casuale: il governo si aspettava che le donne, gli anziani e i bambini abbandonassero la tundra per trasferirsi nei villaggi. E infatti andò così.

L’istruzione pubblica, i collegi, l’ideologia del governo contribuirono all’intento. La vita nomade di per sé veniva considerata retrograda dal sistema. La donna, come si evince sopra, era vista in questo paradigma come una creatura oppressa, e la posizione nella tundra come lo strascico di un passato ormai remoto. In più vivere in un villaggio si rivelò di gran lunga più confortevole rispetto al chum o alla yaranga.

Di certo, parlando di questa situazione è difficile non incorrere in banali generalizzazioni, ma nel complesso il quadro è abbastanza chiaro. Poche donne oggi decidono di andare a lavorare nella tundra, puntando, invece, alle grandi città dove la vita ferve. E anche questo lascia un’impronta nella vita dei popoli nativi del Nord: sempre meno uomini che conducono vita nomade nella tundra si sposano con donne della loro tribù (o si sposano in generale).

1 Спи, малышка, баю-бай, Поскорее засыпай! Незаметно подрастешь, С мамой по воду пойдешь, В тундре ягод наберешь, В чум дровишек принесешь, Будешь бабе помогать В ушко нитку продевать…

Violetta Giarrizzo

Nata in Russia nella lontana Repubblica di Calmucchia, tra steppe, tulipani e templi buddisti, vivo ormai da quasi vent'anni nella mia amata Torino. Laureata in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale con specializzazione in lingua inglese e polacca, mi sono riavvicinata nell'ultimo periodo alla Russia e alla sua affascinante cultura.