“Overture. Baby, I love you!” – Un racconto di Vladimir Rekšan

Pronti a “una scarica di glorioso rock’n roll” suonato in vero stile sovietico? Alzate il volume della radio, allora, e immergetevi nella lettura di  “Overture. Baby, I love you!” che in poche pagine vi porterà nella Leningrado dei primi anni ’70, tra rock star nascenti e concerti in paesini di provincia…

Nessuna anticipazione, lasceremo che facciate conoscenza da soli con Lekha, cantante sbruffoncello arrivato dalla città e amante del gentil sesso, e il pubblico paesano, dedito all’alcool e alle risse facili. Cosa provocherà questo mix esplosivo? A voi scoprirlo alla fine di questa frizzante storia.

Il racconto “Overture” apre il romanzo “Kajf polnyj”  (“Una figata assoluta”, NdT) che vede la luce per la prima volta nel 1988 sul giornale letterario “Neva”. È un’opera rock, anzi “quasi una sinfonia documentaria”, come la definisce il suo autore, Vladimir Rekšan, pioniera nel suo genere in Unione Sovietica. Al suo interno si raccontano le avventure del gruppo musicale Sankt-Peterburg sullo sfondo dell’ambiente musicale underground di quegli anni. Le vicende sono quasi tutte autobiografiche e raccontate in prima persona ad eccezione del primo racconto e pochi altri aggiunti postumi.

Purtroppo inedito in Italia, pubblichiamo questo estratto su gentile concessione dell’autore nella traduzione di Francesca Loche.

Colonna sonora consigliata per la lettura: la  presa diretta di un concerto dei Sankt-Peterburg del 1972. La puoi scaricare QUI


A volte fuori città capitano cose davvero brutte. Per brutte intendo quando i musicisti vengono presi a botte. Ci sono posti in cui per prenderle basta essere forestieri. In altri, forestieri che hanno osato ballare con le ragazze del posto. Ovunque, insomma, trovano una scusa per dartele sui denti. Ma prendersela con i musicisti è la cosa più sbagliata. Perché loro tornano comunque. Perché di fronte alla paura delle botte c’è un sentimento più forte. Quale? Chi lo capisce è bravo! È solo che devi andare in scena ogni tanto, non importa dove, se sui bellissimi palchi delle sale cittadine con i loro pesanti sipari, gli enormi camerini, quando le locandine del tuo concerto sono scritte con alghe colorate, oppure su qualche scricchiolante palchetto di paese davanti a una sala angusta… Ovviamente loro torneranno ancora. Finito il concerto si trascineranno a prendere l’ultimo regionale abbracciando le custodie delle chitarre, le bacchette della batteria, più raramente abbracciando un’ammiratrice locale… Se la prendono con i più sfigati, perché sono gli unici che vanno fin là a esibirsi. Insomma, io non so come funzioni ora, ma prima queste cose succedevano.

Se fosse per me però, ai dieci comandamenti che noi onoriamo in quanto opera letteraria dei nostri avi, io ne aggiungerei ancora uno, il saggio comandamento dei cowboy del cinema: “Non sparate sul pianista, sta facendo del suo meglio”. Solo che adatterei leggermente la formula hollywoodiana ai paesini di provincia come Sablino o Berngardovka.

Ci sono i comandamenti, che noi rispettiamo, ma c’è anche un codice locale di comportamento ai concerti che funziona piuttosto bene. Lekha Stavickij, questo, lo infranse due volte.

Prima di tale avvenimento, il bassista, il chitarrista e “la tromba” sobbalzavano su un autobus marcio che aveva un senso concreto e metaforico evidente: quattro ruote, un itinerario da seguire, le articolazioni delle porte piene di reumatismi. Sul bus era in corso una lunga conversazione a proposito della cattiva saldatura di un amplificatore. Valeva comunque la pena andarci, diceva “la tromba”. Il posticino, certo, non era dei migliori, ma erano comunque dieci rubli a cranio…

Non era esattamente un passatempo divertente, parlare di amplificatori. Così Lekha si immerse nella lettura di un libro che gli aveva prestato un amico. Qui la fiera Cartagine si opponeva a Roma. Ma Annibale aveva ormai esaurito la sua forza. L’esercito di mercenari si ribellava. Di democrazia non c’era nemmeno l’ombra e le antiche polis si erano ormai perse nel fiume dell’oblio sul cui precipizio era in bilico la stessa Cartagine. Nel libro faceva caldo, elefanti da guerra camminavano da una parte all’altra. Dietro i finestrini del bus ghiacciava la pioggia…

La serata cominciò alle otto. In realtà faceva buio già dalle sei, ma così era scritto sulla locandina. Alle otto in punto, eseguito un controtempo, il batterista iniziò a far correre le sue bacchette sui tamburi e sulla grancassa. Finita la battuta, l’usignolo argentino della tromba prese a cantare. Verso le nove, duecento gambe battevano a ritmo di musica sul pavimento di assi che gemeva e si incurvava come una recluta dello zar sotto il castigo dei bastoni. Tre volte a settimana era messo sotto assedio da brutali amanti del ballo.

Non era ancora cominciata la pausa, che Lekha Stavickij infranse “la legge” per la prima volta. Un armadio dagli zigomi pronunciati gli si avvicinò. Portava un maglione sporco da sotto il quale spuntava una maglia da marinaio. L’armadio, agitando i suoi riccioli rossi e respirando pesantemente, reclamava la chitarra. Gli amici dietro di lui lo incitavano. Ma Lekha fu irremovibile. Onore dell’orchestrante: sul palco non si lascia salire nessuno. E fu così che l’esecuzione dello stonato lento sulla bella Zoja e le autoreggenti avute in dono venne mancata.

…Oh Zoja, eterna Zoja di minori dal sapor malavitoso: La minore, Re minore, Mi maggiore…

Sorprendentemente l’armadio lasciò perdere. La sua zucca rossa guizzò sui danzanti e sparì dietro la porta.

Arrivò allora per Lekha il momento di cantare “Tutti Frutti” e dare una scarica di glorioso rock’n roll al club madido di sudore. Lekha questo lo sapeva fare.

Durante la pausa, la folla senza fiato si riversò fuori a fumare e dare assalto alle bottiglie. Nel buio autunnale risuonavano grosse risate. C’era chi prendeva botte, spinto con fragore sulle pozzanghere. Il bassista, il batterista e «la tromba» rimasero sul palco, ma Lekha, su di giri per la musica, se ne fregava di tutto. Fu allora che infranse “la legge” per la seconda volta. Sfumacchiando una sigaretta con noncuranza, senza pensare alle conseguenze, Lekha si avvicinò alla prima bellezza sotto tiro, una ballerina dagli occhi grigi e le labbra pronunciate.

– Allora, come suoniamo? – chiese Lekha.

– Siete fichi! – esclamò lei agitando la crocchia bionda.

– Facciamo anche i Beatles, ci siamo esercitati allo sfinimento su questa cultura di massa.

La ballerina finì la sigaretta, lasciando la traccia delle sue labbra sul filtro e squadrò velocemente Lekha.

– I jeans sono di marca? – Gli chiese.

 – Wrangler, – rispose Stavickij.

 – Americani?

 – Maltesi, – disse Lekha.

Voleva continuare a parlare con la ballerina. Ormai non gli importava più di nulla. Del maledetto deflusso dei capitali! Dell’evidente sfruttamento del lavoro dei mori e dei monaci maltesi. Dell’abietto Mammona! Qual è il modo migliore per ottenere il blu? Lavare uno straccio nel mar Mediterraneo. È il miglior indaco del mondo!…

– Fico! Da poco Milka per cento rubli mi voleva rifilare una merda. Quella non era roba di marca e la zip era di plastica.

Lekha non pensava per niente alle “leggi”. Solo che quella conversazione lo stava divertendo. Si era rotto di parlare di amplificatori.

gli piaceva la ballerina dagli occhi grigi

Il trombettista soffiò nel bocchino con le sue grosse labbra, raddrizzò l’asta del microfono e disse:

– Se cerchi botte perché non lo dici subito? Ché dopo il concerto sennò le suonano pure a noi.

–  Cos’è? Ora non si può più nemmeno scambiare due parole? – protestò Lekha.

– Senti, ragazzino, io concerti ne faccio da dieci anni. Lo vedi come ti guarda il rosso?

Lekha accese l’amplificatore, accordò il Mì e pensò che le chiavette erano da cambiare. Diede uno sguardo alla sala che era stranamente nebbiosa anche se nessuno fumava. Il posto era polveroso e puzzava di sudore. La ballerina dagli occhi grigi gli sorrise.

Come semafori impazziti, le luci sui muri iniziarono a lampeggiare. Qualcuno era in piedi, altri seduti, tutti erano in attesa.

– Sai per me dove se ne possono andare?

Il trombettista afferrò la tromba e si accostò al microfono.

– Io ti ho avvisato – disse. Il batterista diede l’attacco.

– Oh Susie Q – partì con verve Lekha Stavickij, – Baby, I love you.

Dalla sala si alzò un boato e tutti giù a massacrare il pavimento, che come al solito prese a gemere e incurvarsi. La ballerina dagli occhi grigi si contorceva con stile vicino al palco, agitando i fianchi, le cui linee rotonde si indovinavano sotto dei pantaloni neri a campana con il ricamo di un fiore. Era una sorta di tulipano, una specie di crisantemo o una dalia, un falò fatto a mano da cui si scatenava un incendio di notti scampanate. Suscitava speranza! Vampeggiava di petali che circondavano un ammasso di pistilli e stami. Ci si poteva cuocere una zuppa, mettervi al rogo Giordano Bruno, darsi alle fiamme, parlare d’amore alla sua luce e abbandonarsi a lei…

La zucca rossa dell’armadio comparve di nuovo in sala. Aleggiava sulle teste dei danzanti come un sole di cartapesta, con i riccioli che sembravano raggi. Quel rosso innaturale, un rosso che presuppone pochevolezza e tendenza al bere nonché, in apparenza, sangue irlandese, si abbinava male al suo mento di pietra e agli occhi strabici, ma non al suo evidente amore per l’alcol.

Durante la seconda pausa Lekha riprese la sua conversazione cuore a cuore con la ballerina dagli occhi grigi.

– Tornerete? – domandò quella gazzella dai capelli biondi, quella brezza di primavera, quel raggio di sole che guizza sullo specchio di un’ardente pozzanghera. Tali erano i pensieri che suscitava in Lekha Stavickij.

– Certo, Ljuba, – rispose – Torneremo ancora molte volte, Ljuba, nel vostro villaggio dagli  incantevoli paesaggi…

– Ma che cosa ti sei scolato? – rise la ballerina.

– Un boccale d’amore! E sono pronto a bermene una cisterna.

– Oh! Ma fai attenzione, i nostri cercano sempre di attaccare briga con i musicisti.

Chiacchierarono tutto il tempo e Lekha non vide che l’armadio stava aizzando altri armadi. Gli lanciavano fulmini rabbiosi con lo sguardo, ma la pausa giunse al termine. Quando Lekha salì di nuovo sul palco trovò il trombettista accigliato, seduto accanto al batterista.

– Non sono uno sprovveduto – grugnì il trombettista con le sue corde vocali fumose – Sono venuto a guadagnare un po’ di grana e non a perdere i denti.

– Ma quali denti? – fantasticò Lekha, – Tu con la tua tromba sei come un arcangelo.

– Ecco… – si arrabbiò il trombettista. Il bassista e il batterista risero. – Io filo in città. Diciamo che ho fatto mezza serata. Mi date cinque rubli e ci becchiamo alla prossima.

Il trombettista afferrò la tromba e si lanciò verso l’uscita.

– Vasja, stai sbagliando! – fu più o meno quello che gli urlò dietro Lekha.

Il bassista e il batterista si strinsero nelle spalle. Il batterista diede l’attacco…

Era un essere senziente e capriccioso, questo microfono. L’avevano venduto a Stavickij per 40 rubli. Portava il complicato nome di MD82A. Di tanto in tanto rimbombava, distorceva il suono, fischiava. Era un cavallo di Troia dell’elettronica: con i suoi cavi che si staccavano, la membrana che ronzava. Ma almeno i greci per il vero cavallo non avevano preteso soldi dai troiani. In breve, l’MD82A smise di funzionare. E questo decretò la fine del concerto. I danzatori lasciavano la sala piuttosto controvoglia. Il direttore del club, un tipo arruffato con una capigliatura asimmetrica sulle tempie, stava ritto sulla porta a salutare. Muoveva le labbra senza emettere suoni e sembrava che dicesse con gioia tra sé e sé ”Grazie a Dio è andata a finire bene! Grazie a Dio”.

Lekha saltò giù dal palco e raggiunse Ljuba, la ballerina dagli occhi grigi, che andava via con tutta calma.

– Che fai, te ne vai di già?

– Perché?

– No, così… solo che forse possiamo non salutarci così presto.

– C’è mia mamma a casa.

– Ma no, non dicevo in quel senso, non dicevo proprio in quel senso.

– E in quale?

– In quale? Beh, nel senso che potremmo chiacchierare un po’. Parlare di tante cose, non so, tipo dei jeans…

– Mi recuperi un paio di jeans?

– Ma sì, sarà una sciocchezza!

– Sai, forse mia mamma è rimasta in città, bisogna vedere se la luce è accesa.

– Ma io non dicevo proprio in quel senso…

– E in quale?

La mamma alla fine era in casa. ”E pazienza”, pensò Lekha, che non amava speculare sulla propria fama. Se solo qualcuno l’avesse amato semplicemente per quello che era e non per la sua roba firmata e la sua voce potente… ma finora nessuno aveva desiderato amarlo in questo modo.

Lekha stampò un bacio sulle labbra rosse della ballerina dagli occhi grigi e non andò oltre. Gli orchestranti erano stati ingaggiati dal club per un mese, non c’era motivo di affrettare le cose. Le luci dei lampioni dondolavano al vento come campanelle intorpidite. La pioggia era ghiacciata. Lekha saltava sulle pozzanghere con le mani ben ficcate in fondo alle tasche. La chitarra dentro la custodia dondolava sul manico di tela sbattendogli fastidisamente sul ginocchio.

”…Baby, I love you! Ta – tata…” canticchiava sottovoce Lekha Stavickij, riflettendo su come avrebbe speso il suo onorario musicale.

Un umido burqa ottobrino copriva, o per meglio dire penzolava dal cielo, avvolgendo la notte.

Gli autobus a quell’ora non passavano. Lekha si dirigeva a prendere l’ultimo regionale orientandosi con il semaforo, di fronte al quale si scorgeva l’indice del passaggio a livello. Arrivato sul binario, vide gli armadi che colpivano svogliatamente il bassista e il batterista. Il bassista era già stato sconfitto mentre il batterista si difendeva ancora con le sue bacchette. Senza capire troppo cosa stesse succedendo, Lekha canticchiò macchinalmente ”Baby, I love you”.

– Avete suonato un sacco, bastardi! Vi siete dati delle arie, avete fatto i fighi… – Gli armadi elencavano i capi d’accusa. Questi centurioni degli ultimi regionali, questi Al Capone e Lucky Luke della legislazione delle serate danzanti!

Lekha, vista la rissa, cercò di analizzare la situazione.

…Ah, se solo avesse avuto la possibilità, Lekha, di salire su un colle vestito di una tunica appuntata  sulla spalla con una spilla araba a forma di leone, camminando sulle pietre bollenti con un paio di sandali in papiro, passando tra cactus e alberi di fico. Dalla cima del colle avrebbe visto le colonne bianche della città, i tetti a forma di cono dei templi, le terrazze, le scalinate. Al porto, sulla superficie azzurra del mare, avrebbe scorto un mucchio di galee. Una folla eterogenea e rumorosa si sarebbe quietata nei pressi  del colle, l’unico rumore sarebbe stato quello delle api in volo, cariche di polline, che ruotavano le loro bocche odorando i fiori. A destra il demo e a sinistra l’Areopago. Oh, se avesse avuto il tempo e la possibilità di declamare un discorso sul colle avrebbe detto d’un tono squillante tale a quello che produce di solito il microfono MD82A, usando tutta la sua voce:

– Tutti noi, giovani e aitanti, siamo arrivati in questo mondo nello stesso momento, e dobbiamo ringraziare il caso e baciarci l’un l’altro sulla bocca per aver avuto questa fortuna dato che, altrimenti, non ci saremmo mai incontrati, dispersi come saremmo nello Spazio e nel Tempo infiniti… Quale incredibile casualità, – fortunata casualità! – ci ha portati su questa terra con sembianze umane nello stesso momento, nello stesso posto, a questa serata. Noi cantiamo e voi ballate. Dovremmo ridere di gusto, aprendo le nostre giovani bocche piene di denti forti e di otturazioni fresche!… Perché mai sporcare l’un l’altro le nostre giovani bocche di sangue e buttare giù denti forti e otturazioni fresche? In nome di quale verità? Di quali principi? Di quale fede e amore?

Tutti allora si sarebbero riuniti in cerchio e il demo e l’Areopago si sarebbero presi per mano,   l’usignolo argentino della tromba avrebbe preso a cantare, il batterista avrebbe eseguito un controtempo e sarebbero iniziati i girotondi intorno al colle sopra il quale avrebbero volato le api odorando i fiori…

Ma Lekha non aveva né il tempo né la possibilità di salire sul colle e convincere l’Areopago e il demo.

”Oh Susie Q” pensò Lekha Stavickij, sconcertato dalla lotta del bassista e del batterista contro gli armadi. ”Baby, I love you” pensò afferrando il manico della chitarra.

Gli armadi erano in cinque e Lekha solo uno, perché il bassista era stato distrutto fisicamente e il batterista psicologicamente. Gli armadi gli avevano portato via le bacchette.

Lekha Stavickij agitava a destra e sinistra la pesante tavola della chitarra elettrica. Ma gli armadi non sembravano farsi troppo male. Poi iniziò a prenderle anche lui. Ne prendeva sempre di più, ma per un bel pezzo riuscì anche a darle, pensando che fosse un peccato che il caso non li avesse dispersi…

…nel Tempo e nello Spazio infiniti.

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com