Maurizio Lazzarato: «La forza produttiva del capitalismo è la guerra»

Una lunga conversazione con il famoso filosofo italiano 

Il 24 e 25 maggio a Mosca si è tenuta la conferenza scientifica «Il futuro secondo Marx», organizzata dalla scuola superiore di scienze sociali ed economiche di Mosca («Šaninka»). Dopo un anno dal bicentenario dalla nascita del pensatore tedesco, in Russia giungeranno i principali intellettuali occidentali di sinistra. Insieme con i ricercatori russi, discuteranno su «ciò che è vivo e ciò che è morto» nel marxismo contemporaneo e se esso possa diventare una risposta alle sfide globali del XXI secolo: l’ineguaglianza, il fondamentalismo, le guerre imperialistiche, le crisi delle democrazie. 

Dmitrij Žicharevič, Arnol’d Chačaturov e Sergej Mašukov (in forma scritta) hanno posto una serie di domande a uno dei partecipanti alla conferenza: Maurizio Lazzarato.

Lazzarato, il famoso filosofo franco-italiano, al pari di Paolo Virno e Antonio Negri, è una figura centrale per il marxismo italiano. Negli anni Settanta Lazzarato fu un attivo partecipante del movimento operaio autonomo. Come ricercatore, ha apportato un importante contributo alla teoria della «economia della conoscenza» ed è stato uno dei primi studiosi socialisti che ha prestato attenzione alla natura morale del debito e della relazione con il potere, che ne deriva. 

— Dal momento della pubblicazione del suo famoso articolo «Il lavoro immateriale» sono passati già più di 20 anni. La categoria del lavoro immateriale ha giocato un ruolo chiave nella concezione del capitalismo cognitivo, di cui il post-operaismo, una corrente interna al marxismo, si è occupato negli anni Novanta. Semplificando, la tesi fondamentale di questa concezione può essere formulata così: dagli anni Settanta il metodo di produzione capitalistico è entrato nella «terza», post fordiana, tappa del suo sviluppo. Nella produzione del valore, un ruolo centrale lo giocano le conoscenze implicite, la cooperazione sociale e l’intelligenza generale delle masse, ma al posto del diretto controllo sul processo lavorativo sono giunti i «selvaggi» regimi del lavoro. Oggi la frontiera dell’accumulazione del capitale non è la fabbrica industriale, ma le start-up della Silicon Valley. Lei si attiene alle ipotesi sul capitalismo cognitivo? E l’apparizione di nuove piattaforme digitali cambia, forse, la Sua precedente rappresentazione della specificità del lavoro immateriale? 

— Io molto presto ho rinunciato alla categoria del lavoro immateriale e non ho mai utilizzato il concetto di capitalismo cognitivo, poiché queste categorie mi sembrano molto vicine al nuovo economismo (alla tendenza di spiegare qualsiasi fenomeno con l’economia. N. d. R.). La produzione, il lavoro e il lavoratore propongono la violenta «appropriazione» e l’espropriazione non economica, che in modo nuovo distribuiscono il potere e servono come base per «il metodo di produzione». L’accumulazione iniziale, in cui il governo e la violenza non economica svolgono un ruolo guida, non avviene una volta per tutte. L’accumulazione iniziale dovrebbe verificarsi a ogni cambio del «modo di produzione» (persino durante il passaggio dal fordismo al neoliberalismo). 

Le teorie del capitalismo cognitivo ignorano il potere e la guerra. Pongono l’attenzione soltanto sulla produzione, la produttività e l’inventività. Eppure, il potere della classe dominante è non semplicemente il risultato del suo potere economico e politico, della ripartizione delle peculiarità o della trasformazione delle proprietà del sistema produttivo, ma il potere sempre sottintende il suo storico trionfo nella lotta con le classi inferiori. Il lavoro senza rivoluzione è economismo. Bisogna completare il ritorno critico non soltanto su Marx, ma anche su Lenin e sulla questione della rivoluzione. Ammesso che lo scopo consista non semplicemente nell’analizzare il capitalismo, ma anche nel creare una teoria della rivoluzione. Bisogna, quindi, guardare alla concezione del lavoro da un’altra prospettiva. 

Hans-Jürgen Krahl ritiene che noi non dobbiamo accontentarci dell’osservazione della classe operaia come una forza «che produce capitale», ma dobbiamo, allo stesso modo, vedere in essa la forza «che distruggerà il capitale». L’idea della «forza distruttrice» ha reso nullo l’economismo, che spesso influenza il marxismo sul piano strategico e ha radicalizzato alla fine degli anni Sessanta i concetti del «lavoro come non capitale» (Die Arbeit als das nicht-Kapital) e della «rinuncia politica al capitale» di Mario Tronti (l’enfasi sulla mancata partecipazione alla produzione, anziché alle contrattazioni o ai tentativi di migliorare le condizioni del lavoro N. d. R.).

L’azione rivoluzionaria è la distruzione delle relazioni del potere capitalistico, che contemporaneamente genera il capo e i lavoratori. Eppure, il post-operaismo fa una previsione opposta: esso dimentica le strategie degli anni rivoluzionari ed esalta «la forza produttrice», escludendo dall’attività della forza lavoro tutta la negatività. Secondo questo punto di vista, in effetti, la storica sconfitta della classe operaia avrebbe potuto portare alla vittoria della forza lavoro, perché le imprese capitalistiche non sarebbero state «più in grado di centralizzare le forze produttive e integrare la forza lavoro, come fecero ai tempi della grande industria».

La rinuncia alle strategie del primo operaismo e all’accento sul pieno potere positivo della forza lavoro richiede un altro fondamento, ma non la cessazione del confronto con le relazioni capitalistiche della dominazione. Sotto la lotta di classe, ogni volta unica, giace la filosofia della storia che, uscendo dalle porte principali, è tornata attraverso la piccola finestra del «progresso» della forza lavoro. Lo storicismo, non accettato come un principio, in realtà è del tutto accettato, non appena si affermi che il lavoratore cognitivo, a differenza del lavoratore delle piantagioni e del lavoratore delle grandi industrie, possiede «l’autonomia cognitiva», che il capitalista è obbligato a prendere in considerazione e con cui deve intraprendere delle contrattazioni. 

Tuttavia, la storia della forza lavoro, pare, non abbia scopi o significati a lei attribuiti e non si sviluppi linearmente fino al proprio compimento: il lavoratore cognitivo. Come uno schiavo, così anche l’operaio della grande industria ha espresso il proprio potere politico, avendo attaccato le relazioni della sottomissione grazie alla sua «forza distruttrice», che i «lavoratori cognitivi» sono incapaci di mobilizzare proprio perché hanno perso tutta la negatività, poiché loro, prima di tutto, sono la «produzione», la «cooperazione», la «forza inventiva». Senza la rivoluzione il lavoro diventa un semplice cambiamento di capitale e della sua funzione. 

— Il filosofo Paolo Virno ha chiamato il post-fordismo, il «comunismo del capitale». È d’accordo con il fatto che il capitalismo contemporaneo contiene in sé elementi che hanno molto in comune con il comunismo? Per esempio, l’open-source software e la possibilità di produrre gratuitamente e diffondere beni digitali via internet. Possono simili elementi trasformare il capitalismo dall’interno? 

— L’idea del «comunismo del capitale» è una variante del concetto di capitale come forza rivoluzionaria. Cosa che il capitalismo non è mai stato, perché il sessismo, il razzismo, lo sfruttamento sono sempre stati le sue tecniche per il potere e la produzione. Ecco io penso di doverlo dire: il capitale non può essere un metodo di produzione, senza essere allo stesso tempo un metodo di distruzione. Non c’è nessun tipo di «comunismo del capitale», poiché il capitalismo si è trasformato, nel periodo tra le guerre, nelle nuove forme di fascismo, per uscire dal vicolo cieco, in cui si era rinchiuso da solo dopo il crack finanziario del 2008.

Il fascismo contemporaneo è una mutazione del fascismo storico, nel senso che è più nazional-liberale, piuttosto che nazional-socialista. I movimenti politici, usciti dal 1968, oggi sono talmente più deboli che non serve neanche tornare alle loro richieste e rifiutarle, come fecero [con le richieste dei socialisti] i fascisti e i nazisti negli anni Trenta. A quell’epoca i «socialisti» portarono a termine proprio questa funzione: avanzare le richieste di cui la dittatura aveva cancellato il significato rivoluzionario. Non c’è niente di simile nel fascismo contemporaneo che, invece, è ultraliberale. Esso è per il mercato, per l’impresa, per l’iniziativa individuale, nonostante che esso rappresenti un governo forte, con il fine da una parte di «pacificare» le minoranze o gli «estranei», i delinquenti e così via e, dall’altra come ordo-liberali (una sorta di neoliberalismo, nato alla fine degli anni Venti intorno alla rivista annuale Ordo, che poneva l’accento sulla difesa della concorrenza di mercato, N. d. R.), nel senso letterale di costruire un mercato, un’impresa e una proprietà privata. 

Il fascismo contemporaneo utilizza la democrazia, che, priva dell’impulso egualitario della rivoluzione, diventa una nuvola vacua, pronta a qualsiasi avventura. Il regime parlamentare e le elezioni si accordano perfettamente al fascismo, poiché loro gli sono utili a queste condizioni. Il suo razzismo porta un carattere «culturale». In esso non c’è più niente di «aggressivo» o d’imperialistico, come all’epoca della colonizzazione: esso avrebbe preferito tornare nelle fila dello stato-nazione. Esso è piuttosto difensivo, pauroso, agitato, che riconosce che il futuro non è dalla sua parte. L’antisemitismo ha lasciato il posto all’islamofobia e alla paura nei confronti degli immigrati. 

Il razzismo contemporaneo è una mutazione del razzismo coloniale e della guerra contro i popoli colonizzati. I neri, i musulmani, i migranti adesso non si trovano dall’altra parte della barriera della razza, separati dal mare o dall’oceano. Essi s’insediano nelle città del Nord, spesso occupandosi delle mansioni più faticose nel mercato del lavoro, che gli stessi abitanti dell’Occidente non vogliono esercitare. 

Il capitalismo dal momento della conquista del Nord e dell’America meridionale si è trovato sotto la direzione mondiale, il cui principale compito è la produzione e riproduzione della separazione tra la popolazione della metropoli e delle colonie. L’economia-mondo (un concetto di Fernand Braudel per descrivere la composizione territoriale con forti legami economici tra le sue parti – N. d. R.) era un’uscita strutturata dalla separazione di razza, che intersecava il pianeta e che svolgeva sia funzioni politiche sia economiche. Questa è una drammatica divisione, sotto il cui manto è stato formato non solo l’ensemble europeo del potere e della conoscenza, ma anche il movimento operaio, che «è stato vinto» da questa strategia imperialista, come ricorda Engels ai lavoratori inglesi. 

La forza e il ruolo strategico di questa divisione balza letteralmente agli occhi, appena (all’inizio della Prima guerra mondiale e, soprattutto, dopo la Seconda guerra mondiale) essa cade sotto i colpi di grazia anti coloniali e delle rivoluzioni anti imperialistiche. A causa del suo crack, il capitale aveva la necessità di cambiare strategia e trasformare la divisione tra il popolo del Nord e del Sud in una concorrenza tra tutta la popolazione del pianeta. Quest’atto strategico di collocamento della forza lavoro nella diffusione della concorrenza su scala mondiale è la globalizzazione. 

Nel corso di tutta l’epoca della colonizzazione, i flussi migratori erano diretti dall’Europa verso il resto del mondo, affinché fossero sfruttati e, sfruttando la sua popolazione, prevenissero le guerre civili europee. Ai nostri tempi una non molto grande percentuale dei flussi migratori, che non vanno da Sud a Sud, sono sufficienti per destabilizzare il Nord, cosicché le divisioni razziali, le cui vittime sacrificali sono i migranti, diventano un mezzo di controllo della popolazione del Nord e si aggiungono alle precedenti segregazioni, che già hanno subito i cittadini europei di origine «coloniale». Il razzismo, la tecnica di governo (gouvernementalité) nel mercato del lavoro, giocherà un ruolo non meno fondamentale nella gestione politica, dove si presenta come uno dei più potenti meccanismi della soggettivazione dell’identità nazionale. 

Nonostante qualsiasi concezione modernizzante del capitale, questa divisione deve essere obbligatoriamente riprodotta. Perciò, se il capitale non può più distribuire il «lavoro libero» e il «lavoro forzato» in accordo con la divisione tra la colonia e la metropoli, il capitale prova a portare questa divisione dentro le stesse metropoli. Proprio per questa ragione il lavoro precario prende la forma del «lavoro obbligato» e anno dopo anno conquista tutti i nuovi settori e i nuovi strati del lavoro salariato tradizionale.

— Dopo l’elezione di Donald Trump e il voto per la Brexit, noi sentiamo molte discussioni sui pericoli del populismo. Tuttavia, alcuni teorici, al contrario, affermano che il populismo è semplicemente una forma di espressione democratica. Altri dicono che lo stesso significato della parola «populismo» alla fine è molto sbiadito e non porta niente in sé. Quale posizione ha Lei? Può il populismo essere progressivo? 

— L’elezione di Bolsonaro come presidente del Brasile sancisce la radicalizzazione del neofascismo, dell’ondata razzista e sessista che sta conquistando il pianeta. L’unico merito di questa radicalizzazione è che essa chiarisce (si può sperare definitivamente) il pensiero politico di questa guerra. Chiamarla «populista» o «neoliberale-autoritaria» è un modo per nascondere il suo vero volto. 

La vittoria di Bolsonaro impressiona tanto perché essa si riferisce direttamente all’atto di nascita politico del neoliberalismo, ossia al Cile dei tempi di Pinochet. Il governo del Brasile con i generali nelle posizioni chiave e i ministri dell’economia e delle finanze ultraliberali, con un allievo dei «Chicago boys», sono una mutazione degli esperimenti neoliberali, condotti un tempo sui cadaveri delle migliaia di comunisti e attivisti socialisti armati in Cile e in tutta l’America latina. Milton Friedman, il leader dei «Chicago boys», incontra Pinochet nel 1975. Friedrich von Hayek, il cantante della «libertà», lo arrestano in Cile nel 1977. Lui afferma che «la dittatura può essere necessaria» e che «c’è più libertà personale ai tempi di Pinochet, che ai tempi di Allende». Nei «periodi di passaggio», quando, come si può dedurre da queste affermazioni, esiste il diritto di uccidere quelli che non obbediscono al libero mercato, «chiunque deve inevitabilmente avere facoltà assolute, affinché eviti e delimiti qualsiasi potere assoluto nel futuro». Malgrado ciò, nel corso di un decennio (1975—1986) gli economisti neoliberali hanno tratto vantaggio dalle condizioni «ideali» per gli esperimenti con le proprie ricette, poiché la soppressione della rivoluzione nel sangue ha eliminato ogni stato di conflitto, ogni opposizione, ogni critica. 

Per quanto riguarda il populismo di sinistra, esso è una catastrofe politica. Le risposte, date alla crisi del 2008, dalla «primavera araba» all’Occupy Wall Street e agli eventi del giugno del 2013 in Brasile, ecc. sono state molto deboli. I movimenti continuano a cercare e sperimentare, senza trovare delle reali strategie. Questi vicoli ciechi in nessun modo possono essere superati con l’aiuto del «populismo di sinistra», praticato da «Podemos» in Spagna. La loro strategia completa la liquidazione della rivoluzione, iniziata nel periodo successivo al 1968 da molti marxisti, le cui opinioni marxiste hanno fallito. La democrazia come il luogo dei conflitti e della soggettivazione sostituisce il capitalismo e la rivoluzione (Lefort, Laclos, Rancière) nello stesso momento, quando la macchina del capitale letteralmente assorbe la «rappresentanza democratica». L’affermazione di Claude Lefort sul fatto che «in una democrazia il posto del potere è vuoto» è stata confutata dall’inizio degli anni Settanta: questo posto è occupato da un «sovrano» sui generis, com’è il capitale. Neanche un partito può funzionare, se non come suo «fiduciario» (molti hanno deriso la «semplificazione» marxista, ma essa è stata pienamente incarnata — persino in modo caricaturale— ai nostri giorni dal presidente della repubblica francese Emmanuel Macron). Il populismo di sinistra dà nuova vita a ciò che non esiste più. La rappresentanza e il parlamento non hanno nessun potere, esso è totalmente concentrato negli organi esecutivi, che nel neoliberismo non soddisfano gli ordini del «popolo» o le richieste dell’interesse comune, ma seguono gli interessi del capitale e della proprietà.

Il desiderio di politicizzare i movimenti, che si sono formati dopo il 2008, appare una reazione, poiché impone proprio quello, cui ha rinunciato la rivoluzione degli anni Sessanta e cui rinuncia ogni movimento che è apparso da allora: il leader (carismatico), la «trascendentalità» del partito, il delegare la rappresentanza, la democrazia liberale, il popolo. La posizione del populismo di sinistra (e la sua sistemazione teorica nei lavori di Laclos e Mouffe) non permette di definirlo nemico. Le sue categorie («le caste», «chi sta in alto» e «chi sta in basso») si trovano a un passo dalla teoria del complotto e a due passi dalla sua culminazione: le condanne dell’«ebreo internazionale» che controlla il mondo attraverso le finanze. Questi fraintendimenti, attentamente supportati dai leader e dai teoretici dell’impossibile populismo di sinistra, continuano a influenzare i movimenti. Nel caso dei «gilet gialli» essi sono supportati dai mass media e dal sistema politico e contemporaneamente esprimono l’incertezza, che ancora caratterizza la modalità del divario. Bisogna dire che, nel contemporaneo deserto politico, la preparata controrivoluzione cinquantennale non si orienta facilmente. 

— Si può dire che il post-operaismo «è una conclusione» dei «Grundisse» di Marx, dove lui scrive de «l’intelligenza generale» (general intellect)? Quanto sono stati importanti questi testi per Lei? 

— Certamente molto, ma bisogna anche notare come la contemporanea «intelligenza generale» non abbia niente in comune con ciò che descrisse Marx, perché essa era stata creata dalla guerra. La tecnologia cibernetica e la grande scienza non sono estranee alla guerra. Al contrario, la guerra è stata la loro culla. La cibernetica e la grande scienza sono state pensate, discusse e applicate per le guerre totali. Il loro sviluppo durante e dopo la Seconda guerra mondiale è stato un lavoro dei militari degli Usa, del più grande e più innovativo imprenditore che abbia mai conosciuto il capitalismo. Il potere di questo imprenditore governativo non è proporzionale al potere dell’impresa schumpeteriana del XIX secolo, la cui scomparsa è pianta. La formula della «distruzione creativa» (cioè è un tentativo di spiegare l’essenza del capitalismo attraverso la continua produzione d’innovazioni, che distruggono i vecchi mezzi dell’organizzazione economica; un concetto popolarizzato dall’economista e sociologo austriaco Joseph Schumpeter. — N. d. R.) applicabile a esso quasi idealmente a condizione che adoperiamo una piccola inversione in questa formula, poiché il fine della creazione qui dal principio è la distruzione. L’esercito americano include in sé la reversibilità della distruzione e della creazione, della violenza verso le persone e le cose. Questi sono i dualismi costitutivi del potere contemporaneo. 

Durante la Seconda guerra mondiale proprio i soldati americani e il governo posero le basi per quello che i marxisti italiani chiamarono «intelligenza generale», prendendo in prestito questa espressione da Marx. Rendere la produzione capitalistica meno dipendente dall’orario di lavoro, rispetto allo sviluppo della scienza, della tecnica e della comunicazione era il fine, perseguito con la creazione dei grandi laboratori, dove si unirono diverse discipline e attività scientifiche. Questo processo, che iniziò durante la prima guerra totale, richiese il diretto controllo del governo e del capitale sulla produzione scientifica. Le ricerche furono eseguite dalle università «per la risoluzione dei problemi organizzativi, poste dalla struttura militare – industriale <…>. Per la prima volta nella storia dell’Europa l’applicazione tecnico-militare della scienza <…> richiede la gestione diretta della ricerca da parte del governo». Il comando, necessario per la creazione della bomba atomica, richiese ancora più controllo governativo sulla produzione della scienza. 

In tempo di guerra la macchina governativa per elaborare nuovi macchinari tecnici di distruzione modella e modula un nuovo tipo di ricercatore e organizza nuovi metodi di collaborazione produttiva, che saranno migliorati e rafforzati durante il periodo di una guerra fredda. «I radar e un altro armamento atomico non sono stati elaborati dagli artigiani: queste tecnologie sono state create alle riunioni dei team multidisciplinari, formati da scienziati, ingegneri e manager». I metodi organizzativi, che Boltanski e Chiapello (sono famosi sociologi francesi, che nel libro «La nuova anima del capitalismo» hanno dimostrato come il capitalismo dopo gli eventi del maggio del 1968 abbia incorporato la critica sociale e si sia rinnovato sotto la sua influenza, N. d. R.) attribuiscono all’inventiva dei capitalisti dopo il 1968, ma che i teorici del capitalismo cognitivo legano al potere del lavoro e della cooperazione dei lavoratori cognitivi, furono scoperti dall’esercito americano. 

«Sebbene queste squadre abbiano protetto e finanziato una opprimente burocrazia, essi non lavorano secondo i criteri dello status o del rango. Al contrario, essi lavorano nei limiti della struttura sociale senza una reale gerarchia. Questa struttura era principalmente forgiata dalla necessità di adattare il sistematico approccio globale all’elaborazione delle armi. Questa struttura può rappresentare uomini e macchine come elementi accoppiati in un apparato da combattimento senza precedenti». La trasgressione delle barriere disciplinari e professionali è il segreto di questo metodo. 

Quello che non aveva previsto Marx e che i marxisti de «l’intelligenza generale» ancora non vedono è che finora lo sviluppo delle scienze, della tecnica e della comunicazione/informazione ha lo stesso fine della produzione: la distruzione. La tecnica e la scienza sono soltanto elementi della macchina da guerra, che dall’inizio del XX secolo combina irreversibilmente il capitale e la guerra, la produzione e la distruzione. Sebbene questa collaborazione non gerarchica tra i militari, gli scienziati e gli imprenditori abbia continuato in un’atmosfera rilassata e amichevole, l’esercito americano grazie ai frutti di questa collaborazione ha architettato le uccisioni di massa in Corea e Vietnam e ha organizzato l’assassinio di Allende. Inoltre, decine di migliaia di attivisti armati sudamericani sono stati uccisi durante la decennale guerra civile sotto il comando del criminale di guerra Henry Kissinger. 

— Per Lei quanto sono stati importanti la rivoluzione del 1968, gli eventi di maggio in Francia, gli «anni di piombo» italiani?

— La rivoluzione nasce dalla borghesia in Francia, diventa proletaria, conquistando l’Europa, ma soltanto grazie allo spostamento prima a Oriente e poi al Sud può diventare mondiale. Questo ciclo di rivoluzioni, aperto dai bolscevichi, ha fatto nascere accese discussioni. L’affermazione di Gramsci che «gli eventi del 1917 sono gli ultimi del genere nella storia della politica», evidentemente, è errata poiché sono vere soltanto per il Nord. Nel corso di tutto il ventesimo secolo è stato confutato dal numero e dall’intensità delle rivoluzioni uniche su scala planetaria. La rivoluzione mondiale, nonostante il suo insuccesso dopo il 1917, ha continuato a progredire, anche senza trovare un’adeguata strategia internazionale per i suoi scopi. 

La possibilità di una rivoluzione mondiale collide con una mancanza, che idealmente corrisponde a un errore coloniale. Negli anni Sessanta il leader dei giovani socialdemocratici e del movimento studentesco tedesco, Hans-Jürgen Krahl, pose questo problema precisamente: se è vero che «non c’è un esempio di rivoluzione vittoriosa nei paesi molto sviluppati», ciò è anche dimostrato dal fatto che nel terzo mondo continuano a divampare le rivoluzioni. Ciò mostra come nella «protesta unica e internazionale anti-capitalistica», così come anche nella sua «costellazione c’è anche qualitativamente un nuovo fatto: l’attualità della rivoluzione. Per la prima volta nella storia del capitalismo la rivoluzione è globalmente una possibilità esibita ed evidente, ma si realizza nei paesi oppressi e poveri del terzo mondo».

La rivoluzione nelle colonie, scrive Krahl, «non ha un carattere paradigmatico per i paesi capitalisti», perché in Occidente «la sovranità e l’oppressione non sono esercitate sulla base di sofferenze materiali e aggressioni fisiche». La lotta rivoluzionaria, che si sviluppa da entrambe le parti della divisione coloniale, non è unica. Inoltre, i metodi rivoluzionari, che appaiono vittoriosi nelle colonie, non possono essere trasferiti nelle metropoli, dove le strutture del capitale, del potere e i soggetti sfruttati si differenziano.

Della rete mondiale dei partiti, delle organizzazioni, dei movimenti e persino dei governi che «hanno lavorato» con altri mezzi alla rivoluzione, non è rimasto letteralmente niente. La globalizzazione capitalistica, che l’ha distrutte, era una risposta strategica alla rivoluzione mondiale. Malgrado ciò, qualsiasi politica, inclusa nei confini del governo nazionale, è condannata al fallimento.

— In uno dei suoi lavori, Lei scrive che il capitalismo continuamente dà origine alle guerre, molte delle quali sono nascoste o non vengono viste come tali. Esse sono le guerre di classe, le guerre di razza e le guerre tra i sessi. Cosa Le permette di collegare queste guerre proprio con il capitalismo? 

— La guerra come contemporaneamente la forza produttiva e il potere della trasformazione politica del capitalismo hanno subito nel corso di tutto il XX secolo profonde trasformazioni, che i critici del capitalismo, ritenendo che essa non sia una parte dell’organizzazione capitalistica, trascurano totalmente.

Iniziando dalla fine degli anni Settanta, i movimenti nati dal 1968 hanno smesso di dubitare e problematizzare la guerra, la guerra civile e la rivoluzione. I concetti di guerra e di rivoluzione sono rimasti «sconfitti», come se la guerra fosse integrata, inclusa e riappacificata senza lasciare traccia nella produzione, nella democrazia, nei consumi. La rivoluzione, invece, può interfacciarsi soltanto con le tecnologie (automobilistica, del computer, robotica, ecc.). Confondono la «pace» con la vittoria storica del capitalismo e la «fine» delle guerre con la sconfitta della rivoluzione. Tuttavia, non è possibile capire il cambiamento del funzionamento del capitalismo, la sua variante neoliberale e l’emergere di nuove forme di fascismo senza la tematizzazione delle vittorie e delle sconfitte del XX secolo, poiché sono i «trionfi» nella guerra interclassista che hanno aperto le possibilità per queste trasformazioni.

Se, come immagino, la sconfitta politica al volgere degli anni Sessanta e Settanta implica anche una sconfitta teoretica, il suo primo sacrificio è stato il marxismo, che diede al secolo delle rivoluzioni i suoi principali strumenti politici e teorici. L’apparire dei problemi politici, che sono difficili da identificare con la classe operaia (in particolare, sono il movimento per la decolonizzazione e il movimento femminista), hanno minato il concetto di soggetto rivoluzionario, inerente al marxismo europeo, ma le cause del suo veloce crack negli anni Settanta devono, prima di tutto, essere ricercate nelle guerre totali. La Grande guerra fu la ragione per la presa del potere da parte dei bolscevichi, ma anche una fonte di radicali cambiamenti nel funzionamento del capitalismo, che continuarono durante la Seconda guerra mondiale e la guerra fredda. Questi erano sconvolgimenti che il marxismo, a differenza dei capitalisti, non era in grado di capire. 

Le due guerre totali hanno profondamente influenzato la categoria marxista della produzione, allora base per lo scoppio della rivoluzione, che crea il soggetto capace di realizzarla. La produzione esce dalle guerre totali radicalmente diversa da come l’aveva delineata Marx (insieme alla produzione lui definì anche i soggetti della «rivoluzione»). Essa diviene una parte della circolazione in alcune relazioni. Dalla guerra fredda, la produzione non è altro che un momento della circolazione delle merci (la logistica), ma a cominciare dal neoliberalismo è un momento della circolazione monetaria (le finanze) e dell’informazione (i mass media e l’industria digitale). In generale, come hanno proposto le teorie femministe, la produzione adesso è soltanto una parte della «rigenerazione sociale». La produzione è soggetta alle possibilità e capacità di riprodurre e controllare la totalità delle dominazioni e dei loro caratteristici scontri strategici. 

— Le discussioni odierne sull’intelligenza artificiale e le sue influenze sul mercato del lavoro e le diseguaglianze tornano sulla questione della qualifica professionale. Sempre più spesso gli economisti prevedono che i ricavi sproporzionati dell’intelligenza artificiale li riceveranno specialisti altamente qualificati e competenti. In questo contesto, le discussioni, che continuano dall’inizio del XX secolo, sulle «nuove classi» e sui loro ruoli ambivalenti nella riproduzione del capitalismo si rinnovano. Per esempio, l’anno scorso al simposio berlinese per il bicentenario di Marx, Marion Fourcade ha parlato della comparsa delle artificially intelligent classes. È d’accordo con il fatto che la questione della qualifica professionale oggi è effettivamente centrale e, forse, ha senso parlare dell’apparizione di una sorta di «nuova aristocrazia (operaia)»? Ci si può aspettare che la diffusione di queste tecnologie esacerberanno soltanto l’ineguaglianza economica (date le diseguaglianze esistenti nell’accesso all’istruzione e l’impatto che l’origine della classe sociale ha sui rendimenti scolastici)?

— La questione che avete posto è prima di tutto economica e tecnologica, mentre bisognerebbe mantenere un punto di vista strategico.

Trump è un nuovo tipo di fascista e razzista, che può essere descritto come un «cyborg»: La sua «entità» è inseparabile dai macchinari tecnici (la televisione, Internet, Twitter), con il cui aiuto lui esiste come «soggetto politico». Allo stesso modo, i suoi elettori «esistono» e si manifestano politicamente con l’aiuto di questi stessi cyber-dispositivi. Eppure, la sua ibridazione con la macchina non fa di lui un nuovo «io» fascista. La sua strategia politica e la sua soggettivazione creano una nuova configurazione e nuove funzioni nell’assemblaggio cibernetico. Lui non era il candidato né per il classico sistema mediatico (la televisione e la stampa), né per le grandi compagnie della Silicon Valley, che controllano i social. Ha vinto perché ha saputo esprimersi e costruire politicamente, facendo affidamento sulla devastazione sociale e mentale, causata dalla finanziarizzazione e numerazione, e sulle soggettività neofasciste, razziste e sessiste. Ha dato voce ed espressione politica alla paura e alle sofferenze dell’uomo, che è gravato dal debito. Questa voce è stata alimentata e rafforzata dai mass media, spostando l’opposizione sul campo dell’identità, giocando a favore di una parte della popolazione (i bianchi) contro l’altra (i migranti, le donne, gli stranieri e tutte le minoranze). Lui ha conquistato le soggettività, schiacciate da quarant’anni di politica economica che li ha sistematicamente portati all’impoverimento e alla politica dell’informazione che le disprezzava come dei «perdenti» che resistevano a qualsiasi modernizzazione, rifiutando qualsiasi riforma. Durante tutta la cosiddetta crisi del debito governativo, l’informazione, osservando la strategia rivolta alla salvezza del sistema bancario, è entrata nei registri comunicativi dell’«ordine» («bisogna pagare i debiti»), delle «minacce» («se non pagherete, il sistema crollerà e voi con esso») e dell’«insulto» («questa è colpa vostra, siete pigri»). L’«ordine», la «minaccia» e l’«insulto» sono quelle caratteristiche dei media di cui Trump è riuscito ad appropriarsi, utilizzando gli stessi dispositivi tecnologici, ma rivolgendoli contro le élite, che si dividevano tra loro il dominio democratico. 

La forza delle parole intelligenti e delle immagini del GAFAM (un acronimo per indicare le cinque compagnie tecnologiche più popolari degli USA: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. — N. d. R.) e le reti multimediali sono state neutralizzate, perché si sono imbattute con una strategia diversa, con un’altra macchina da guerra, capace con le sue parole di ordine suprematista, razzista e sessista di fare politica. Le loro informazioni rimbalzano sulla superficie dell’«io» neofascista e in nessun modo lo influenzano (le masse controllate, che di solito devono «rispondere alle richieste» dell’apparato governativo, hanno rinunciato a giocare a questo gioco, sfuggendo in questo modo al controllo). Gli «automatismi» tecnologici sono inefficaci nella situazione di aperto conflitto, quando ognuno sceglie la sua parte e diventa un «partigiano dell’informazione». Alle grandi compagnie digitali non riesce costruire una realtà consensuale all’opinione pubblica democratica, poiché il governo neoliberale è stato inizialmente respinto e questo rifiuto ha trovato la macchina sociale per la sua realizzazione e auto resistenza. I turbamenti, trasmessi dalla «sensibile» superpotenza della Silicon Valley, non possono fare niente contro gli affetti (la paura, la delusione, la malinconia e il desiderio di vendetta), rafforzati e organizzati dalla macchina da guerra mediatica «del risentimento» che porta il nome di Trump. La capacità di pronosticare e prevedere che miliardi di miliardi di dati sarebbero dovuti essere garantiti è risultata sbagliata. I dati possono anticipare quando mangerò una pizza Margherita la prossima volta (se la mangerò spesso), ma la pianificazione di uno scisma politico è logicamente impossibile da predire, persino nel caso dell’utilizzo di una rete infinita di computer. I dati possono controllare il comportamento di chi accetta ciò che «sono», ma essi non possono predire, né controllare il comportamento delle soggettività nella situazione di uno scisma. 

Perciò la veramente futuristica Silicon Valley è incline all’apparizione del «nuovo fascismo». Ciò che ha rivelato la debolezza politica di queste aziende, viste come modelli economici e di potere del futuro, è un’operazione rivoluzionaria, organizzata dall’estrema destra: essa ha lanciato una lotta politica all’interno dell’élite capitalistica, che, probabilmente, sarà finita dai raggruppamenti con diversi tipi di orientamento di politica neoliberale, che potranno condurre con successo soltanto le organizzazioni neofasciste. Noi non dobbiamo sottovalutare quello che è accaduto in Europa e negli USA, perché quest’onda reazionaria continua a diffondersi (in Brasile, ancora una volta, l’autonomia delle tecnologie è fallita, dopo essere stata facilmente integrata nella strategia politica fascista).

L’intensificazione della crisi dei debiti ha reso evidente, attraverso la catena internazionale degli eventi del 2011, del Brasile nel 2013 e della Grecia nel 2015, l’emergere della conflittuale soggettivazione di portata mondiale e la possibilità di uno scisma politico. 

Nonostante la debolezza di questi movimenti politici, alcune élite capitalistiche hanno preferito giocare la carta del neofascismo, del razzismo, del sessismo e della xenofobia. In questo modo, il razzismo è diventato il mezzo principale della conduzione strategica della guerra contro il popolo, diviso secondo il principio della nazionalità o della provenienza, nonché di tutto ciò che riguarda la cittadinanza e il mercato del lavoro. Pertanto, bisogna porre le domande non sull’onnipotenza, ma sull’impotenza di queste giganti aziende, sulle loro macchine e algoritmi, che presumibilmente dovrebbero controllarci, poiché essi non possono penetrare nei territori e nelle reti che dovrebbero affermare politicamente la loro indipendenza e autonomia politica. Queste macchine tecniche sono molto efficaci quando agiscono sulle persone singolarmente, che sono frammentate, disperse, spaventate e liberate dall’iniziativa capitalistica e interconnesse solo con l’aiuto dei mezzi della democrazia mediatica. Eppure, imbattendosi nella socializzazione, nello scambio e nelle affermazioni collettive (persino di carattere fascista), essi improvvisamente diventano impotenti.

Al posto di lodare il potere del GAFAM (un segno inequivocabile della nostra impotenza), noi dobbiamo iniziare a guardarli così come fecero i rivoluzionari del XX secolo con le altre macchine da guerra, cioè come «tigri di carta», la cui debolezza ha un carattere non tecnico, ma politico. È inutile tentare di competere con esse nel loro campo: questo significherebbe perdere in anticipo. Non sono macchine tecniche che stabiliscono le conoscenze, il potere e la loro automazione ma macchine militari. Félix Guattari, cui dobbiamo questo concetto, ricorda che i motori a vapore furono inventati in Cina, dove erano usati come giochi innocenti per bambini. La macchina militare determina il destino del vapore: può trasformarlo in uno strumento infernale, come nelle fabbriche del XIX secolo, ma può anche installarlo nelle locomotive e utilizzarlo come immagine del progresso.

Alcune delle risposte sono state prese da Lazzarato dal suo nuovo libro «Le capital déteste tout le monde — fascisme ou révolution!», pubblicato ad aprile in lingua francese. 

Fonte: m.colta.ru, 23/05/2019 – di Dmitrij Žicharevič, Sergej Mašukov, Arnol’d Chačaturov, traduzione di Rebecca Gigli 

 

Rebecca Gigli

Galeotto fu l'incontro con la letteratura russa. Infatti, nel mio caso, la passione per la Russia e la sua cultura sono nate dalla scoperta dei suoi scrittori. È stato naturale, quindi, scegliere di studiare lingue all'università. Anche adesso, dopo aver conseguito la laurea magistrale, continuo a coltivare il mio interesse per il mondo slavo. In particolare, spero di tornare presto a visitare questo paese dalle mille contraddizioni, ma dal fascino ineguagliabile