“Strade di notte”, di Gajto Gazdanov

Un tassista emigrato dalla Russia ci guida attraverso le strade notturne della Parigi degli anni ’30, presentandoci il ritratto affascinante di un’umanità in miseria. 

Gajto Ivanovič Gazdanov, di radici ossete, nasce a San Pietroburgo nel 1903, crescendo successivamente in Ucraina e in Siberia. Giovanissimo, prende parte alla guerra civile russa, schierandosi dalla parte dei Bianchi. Nel 1920, dopo la sconfitta della sua fazione, il giovane Gajto si sposta nella vecchia Europa, a Parigi, dove trascorrerà il resto della sua vita. Questa breve premessa biografica si rivela necessaria in ogni suo dettaglio, se si intende leggere e parlare del suo romanzo del 1941, Strade di notte.

Come spesso è successo agli autori russi emigrati all’estero per motivi politici, anche in questo caso le opere di Gazdanov non conobbero pubblicazione nell’Unione Sovietica. Bisognerà aspettare la sua dissoluzione per vedere pubblicate le prime raccolte dedicate allo scrittore.

Strade di notte è, in termini riduttivi, un romanzo di chiara ispirazione autobiografica. La scena è quella dell’ormai mitica Parigi degli anni ’30 ma – ben lontano dagli ambienti d’élite o di fermento artistico che ne contraddistinsero il tempo – Gazdanov narra, dai sobborghi più miseri, le vicende degli ultimi.

Copertina del libro Strade di notte
Copertina di Strade di notte, Fazi editore, 2017

Come già detto, questi termini possono essere riduttivi in quanto il romanzo poco ha a che fare con la denuncia sociale, né si può definire cronaca della vita dell’autore in un preciso periodo. Gazdanov utilizza quest’ambientazione per raccontare l’umanità come ha avuto modo di conoscerla in alcune specifiche circostanze, per parlare, intimamente, anche di sé stesso e della sua condizione di essere umano. Difatti, a più riprese, viene quasi il sospetto che l’autore scriva per una necessità personale, più che in vista di un potenziale pubblico.

Questo romanzo è una magnifica immersione in un mondo arrivato alla sua conclusione, nelle vite di chi rimane sempre nell’ombra incivile della povertà autentica, sia essa materiale, o spirituale. Gazdanov ci propone una serie di personaggi strabilianti nella loro caratterizzazione, di cui ogni tratto è estremamente definito, anche nel caso di quelle figure secondarie che paiono, semplicemente, “aleggiare”.

Ad eccezion fatta per alcune poche persone di effettiva rilevanza narrativa, incontriamo tutta una serie di comparse apparentemente di nessuna utilità ai fini della trama, se non fosse per la loro perfetta capacità di descrivere momenti precisi nel corso di una vita. Ci sono personaggi che conosciamo per due sole pagine – anche meno – che, tuttavia, rendono il racconto dell’autore incredibilmente vivido. Sembrano celare, con la loro presenza nel romanzo, il bisogno visceralmente umano di imprimere i ricordi in qualche modo, l’esigenza dello scrittore di preservare i dettagli di certe circostanze che, altrimenti, svanirebbero col tempo.

Emigrando a Parigi, Gazdanov dapprima lavora come operaio in uno stabilimento Renault e, in seguito, si impiega come tassista notturno. A bordo della sua vettura, proseguiamo nello snodarsi delle sue vicende personali e di quelle di vari clienti che si avvalgono dei suoi servizi, girando pigramente per le solite strade rischiarate dai lampioni o attendendo un nuovo turno presso luridi marciapiedi.

La clientela del protagonista-autore è varia: ci sono vecchi ubriaconi che rincasano a notte fonda, uomini d’affari che si recano in stazione e gentiluomini di un certo rango che non vedono l’ora di gettarsi attraverso le porte di night club d’alta classe. Più in basso ancora, ci sono i poveracci che non possono permettersi un taxi e che ogni notte bazzicano i bassifondi parigini. Per loro, questo tassista emigrato nutre un particolare interesse e con loro soli riesce a stringere una parvenza di rapporto. Sia ben chiaro, il protagonista non è un pio samaritano mosso a compassione da qualsiasi tipo di miseria: esistono pur sempre persone povere e sgradevoli.

Egli stesso vive una situazione economica precaria, eppure conserva sempre la rara dote di riconoscere il peggio; sarà pure un immigrato lontano dalla sua terra e con un lavoro da schifo, ma almeno non vive nell’indigenza come buona parte dei malandati abitatori della notte che incontra. In tal modo, conosciamo la schiera di infelici con cui il protagonista è abituato ad intrattenersi.

L’autore, Gajto Ivanovič Gazdanov

C’è la Raldi, un tempo donna di straordinaria bellezza e influenza, frequentatrice giovanile di ambienti altolocati e desiderata da tutti, ormai ridotta sul lastrico e costretta a prostituirsi ad un’età non più adeguata. Il tassista rimane estremamente affascinato dalla storia e dalla parabola di questa sconfitta dagli occhi grandi e dolci, che ama raccontare le sue gesta ai tempi d’oro. La sua fine disgraziata sarà una delle poche cose in grado di muoverlo profondamente e per lungo tempo.

C’è poi Alice, la giovane donna dalla bellezza statuaria che l’anziana Raldi prende inizialmente come sua protetta, rivivendo attraverso lei il suo passato glorioso. La ragazza si rivelerà un’inetta povera di spirito, in grado di suscitare le più bieche ire del tassista dopo aver abbandonato – non appena raggiunto il successo – la generosa mecenate al suo infausto destino.

Un’altra prostituta è Suzanne, che intreccia il suo destino con un vecchio conoscente del protagonista, tale Fedorčenko. Questo emigrato di origine ucraina si scoprirà avere un’importanza inaspettata, nel corso del romanzo; egli non ha nessuna particolare dote: è un ometto ridicolo, precisa incarnazione del concetto di pošlost’ russa, che si innamora di Suzanne e decide di costruire per entrambi una vita ridicolmente domestica e piccolo-borghese.

La felicità dei due novelli coniugi non ha neanche il tempo di realizzarsi, grazie a uno strano personaggio – tale Vasil’ev – che, animato da una sorta di schizofrenia, insidia la pace di casa Fedorčenko con racconti di oscuri complotti bolscevichi ai suoi danni, fino a portare la situazione ad esiti rovinosi.

Intorno a queste figure si muove, in sottofondo, l’ambiente suburbano della città, dove troviamo molti russi rifugiatisi a Parigi che conducono vite più o meno sempre simili: c’è chi si è impiegato come operaio di fabbrica, chi s’è dato a strani movimenti finanziari, chi al bere. Sembrerebbe che questa “atmosfera russa” presente attorno al protagonista contribuisca, in parte, a tenerlo ancorato al Paese che si è lasciato dietro, il suo Paese.

Nella lettura, ci si imbatte spesso in accorate dediche alla sua terra natìa ed è certamente molto significativo il legame che persiste – e anzi sembra accrescersi – con i luoghi della sua giovinezza. Si possono ammirare dei passaggi di una commovente profondità evocativa, come testimonia perfettamente il seguente estratto:

Ogni tanto, ogni paio d’anni o più, su quel fondale di pietra capitavano sere e notti piene del fascino inquieto di primavere ormai dimenticate da che avevo lasciato la Russia, alle quali corrispondeva una tristezza particolare, diafana, molto diversa dalla mia solita ansia, che era invece densa e mista a ribrezzo. E allora, come in un piano riaccordato da poco, tutto cambiava: invece dei sentimenti rozzi e forti che mi tormentavano di solito […] mi ritrovavo senza sapere perché e per come in un mondo altro, lieve, fragile, tintinnante e vasto, dove finalmente respiravo quella meravigliosa aria di primavera che mi era mancata fino a sentirmi soffocare. In quei giorni e in quelle notti sentivo […] che come tutti i miei simili faticavo a respirare l’aria di quell’Europa che non conosceva la purezza del gelo invernale, né gli odori e i suoni senza fine della primavera del Nord e nemmeno le immense distese della mia patria.

La Russia compare spesso nel romanzo di Gazdanov, costantemente avvolta da un’aura malinconica di antica purezza perduta. Curiosamente, nella maggior parte dei casi, questi ricordi russi sono correlati alla musica, un elemento che pare in grado di scatenare nello scrittore questo speciale sentimento dolceamaro con particolare forza.

Con uno stile asciutto che riesce, ciononostante, a descrivere un’umanità intima e desolata, Strade di notte costituisce una prosa di una delicatezza toccante, a volte, pur riuscendo a preservare un cinismo che sconcerta nella sua inoppugnabile familiarità.

Rincasando dopo il turno di notte per le strade morte di Parigi, mi inventavo spesso i dettagli di un omicidio: l’antefatto, le conversazioni, le sfumature della voce, l’espressione degli occhi; fra i personaggi dei miei dialoghi immaginari finivano per esserci conoscenti occasionali, un passante che mi aveva colpito o, magari, io stesso nei panni dell’assassino. Alla fine di quei pensieri di solito giungevo alla medesima deduzione-sensazione: un misto di stizza e dispiacere all’idea di ritrovarmi con una vita tanto inutile e sconfortante in cui un caso assurdo aveva fatto di me un tassista.


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Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.