La fiaba dello zar Salsicciotto: perché abbiamo nostalgia di Brežnev

Dmitrij Petrov parla della mitologia sovietica nell’odierna Russia 

Pochi russi oggi vorrebbero vivere ai tempi di Stalin, scrivono i sociologi. Molti, invece, vorrebbero tornare a vivere sotto Brežnev. Qual è il problema? Con cosa li ha sedotti l’accigliato amante dei premi e delle cacce? E cosa significa questo per la Russia di oggi?

Gli esperti spesso vivono nel passato. Sono simili all’uomo che, non da molto, ha subito un’operazione pericolosa o un grave trauma. Non di rado, ancora molto tempo dopo, può descrivere pittorescamente la sua esperienza ai cari, ma anche alle persone che conosce appena. Così, anche quelli che sono chiamati esperti a volte preferiscono non discutere dei problemi di oggi, né delle sfide del domani, ma delle sconfitte e delle vittorie dei tempi passati.

Alcuni glorificano i condottieri, morti da tempo, le conquiste e le battaglie. Altri stigmatizzano il male e gli inganni del passato. Perciò, dibattono sugli eroi e i mascalzoni, sugli esempi vergognosi e gloriosi, sulle soluzioni, sui modelli e sulle scelte (ma che cosa sarebbe successo se una qualche volta non avessero fatto così, ma in un altro modo?…), che non ci saranno mai più, come non ci sarà mai più l’URSS. Perché il mondo da allora è cambiato così radicalmente che già in esso sono semplicemente impossibili da applicare molti materiali e soluzioni tipiche degli anni Trenta e Settanta del XX secolo. 

Tuttavia, la gente (nel loro insieme) è la stessa che c’era a quell’epoca e risponde agli esperti, che vivono nei tempi passati. Queste persone non amano e non vogliono cambiare. È una delle loro caratteristiche principali. Lo sono anche l’ansia per il presente e la paura di fronte al futuro che, come gli sembra, non dipende da loro. Dopotutto, il diritto e il potere di disporre della gente sono stati assunti dai «capi e vincitori che, notte e giorno, si sono occupati di orfani e bisognosi» e su cui anche nel diciannovesimo secolo spesso ironizzavano i progressisti pubblicisti russi. 

Da qua, anche il rivolgersi verso l’epoca dove ci sono così tanta meraviglia e terrore, ma che non ti fa temere niente personalmente. Eppure, è possibile discuterne. Ecco una domanda: ma non è un’illusione? Davvero, alcuni burloni per caso hanno fondato il «Club Nazionale di Lavrentij Berija», che era l’alleato del supremo «montanaro del Cremlino», dell’amante delle signore, del calcio e della tortura sofisticata?

È possibile che ci sia una vaga eccitazione per questo. In essa c’è una delle ragioni per cui un numero abbastanza cospicuo di cittadini russi desidera vivere ai tempi di Stalin. I sociologi affermano che sono in tutto il cinque per cento della popolazione (o un po’ di più). Invece, ai tempi di Brežnev vorrebbe vivere in tutto il quaranta per cento dei russi. Che cosa puoi dire in proposito? Per primo: volere tanto significa, in realtà, finire per non volere. Infatti, la maggioranza, persino tra i più ingenui utopisti e appassionati fanatici del passato, evidentemente, sente che non ci saranno più né Stalin, né Brežnev.

Per secondo, invece, i dati delle ricerche ci parlano non dell’amore personale per questi personaggi, né della riverenza verso il loro potere, ma delle basse aspettative sociali dei cittadini russi.

Queste persone, a differenza di Brežnev, non sono delle cime e sono sempre pronti a dire grazie se li ricompensano, ma puniscono i per favore. L’importante è non soffocare nella vita, ma nello stabilimento balneare. Inoltre, in ogni aspetto della quotidianità per loro è importante spassarsela, bere e mangiare tranquillamente. 

Come si viveva, dicono, ai tempi di Brežnev? Normalmente. Come affermava uno degli eroi di Vasilij Aksënov meno amati dall’autore: «Tutto ciò che serve al popolo semplice si trova nei negozi. Ecco a voi i maccheroni, i cereali, trecento grammi di burro, i maccheroni … ci sono le pagnotte bianche!». Davvero, le pagnotte bianche non sono meravigliose? 

E a loro cibo in scatola, zucchero, vodka «Iskra» – «Solncedar». Per la carne e i salumi, però, bisogna andare a Mosca, a Mosca in fila. C’è un uomo sulla ventina. Sta in silenzio. Ma te, vicino, lo compari con quelli degli anni Trenta, quando, secondo le parole di Vasilij Grossman «l’un l’altro si avvinghiano intorno alla cintura e stanno in piedi … se qualcuno inciampa, la fila vacilla come un’onda che la attraversi. Inizia letteralmente una danza, da una parte all’altra. Hanno paura che le braccia si aprano e per questo timore le donne cominciano a gridare e tutta la coda ulula…» Dov’è la somiglianza tra le raccapriccianti fila staliniane e le non lunghe e cerimoniose file brežneviane?

Inoltre, capitava di avere gli spiedini e il cognac nei giorni festivi. Come c’era anche il kit per la vacanza: il salame ungherese, il barattolo di piselli bulgari, la bottiglia di «Champagne sovietico», la scatoletta di pesce e un pacco di grano saraceno. Asilo-scuola-cinema-domino-ospedale-pensione. Non è un granché, ma si può vivere. Oh, è troppo presto per morire!

Inoltre, notate come la fame reale e grande fece sì che la morte non esistesse più. 

Così, infatti, anche Nikita Chruščëv chiarì come l’economia dell’URSS non fosse per gli uomini sazi, ma per i carri armati e i missili. Cosicché, bisognava iniziare a comprare il grano dagli Stati Uniti e dal Canada, affinché fosse sufficiente. 

Un altro punto importante: ai tempi di Lëna, com’era chiamato familiarmente Brežnev, non ci fu molto spargimento di sangue. Eccetto che durante la guerra in Afghanistan. Tuttavia, lui era morto al terzo anno (di dieci) del conflitto. Anche durante l’entrata dei carri armati in Cecoslovacchia nel 1968 soffrirono centinaia di persone e non migliaia, come nel 1956 in Ungheria.

Inoltre, ci fu la distensione politica, di cui il popolo discuteva animatamente. «Nixon chiede a Brežnev: «Come è riuscito a organizzare l’approvvigionamento di un così grande paese?». E quello: «Portiamo tutto a Mosca, da lì distribuiamo da soli». Tra l’altro, per queste chiacchiere sarebbero potuti entrare nella storia. Eppure, anche qui scherzarono: «Nixon chiede: «Leonid qual è il tuo hobby?» «Io, Richard, compongo barzellette su di me» «E ne hai create molte?» «Sì, due lager e mezzo». 

Durante il governo di Brežnev si evitarono repressioni di massa. C’erano arresti, certamente. Ginzburg e Galanskov, Daniel’ e Sinjavskij, Marčenko e Bukovskij, gli eroi della protesta contro la campagna praghese e altri. In effetti, comunque, quelli che la pensavano diversamente erano delle centinaia e non le centinaia di migliaia innocentemente condannate. Ma chi ti ha detto di pensare in modo diverso? Ecco. Arrestavano «con moderazione». Esiliavano pure. Non fucilavano. Quasi.

Tra l’altro, ammettevano di farlo, essenzialmente, attraverso i messaggi delle «voci» all’estero, che censuravano pesantemente. Tuttavia, l’ascoltatore sovietico fondeva le informazioni della propria radio VEF e della rivista «Okean» e traeva le sue conclusioni. Sempre che, certamente, non guardasse i programmi «Temp» e «Rubin» su Štrilic, un concerto su richiesta o la battaglia «della squadra del ghiaccio» di Šadrin-Šalimov-Jakušev, di Charmalov-Petrov-Michajlov, persino di Sani Malcev e Slava Tret’jak… Tenete duro, fratelli, avete il posteriore assicurato! Sopravviviamo fino lunedì!

La vita va avanti: oggi a lavoro, domani al “sabato comunista”, al corpo di funzionari del partito, alla scuola del marxismo-leninismo, all’attività artistica dilettantistica. E non ti fai il mazzo nella lotta per qualcosa di diverso da una bandierina del primato e il titolo di una brigata d’assalto.

Ma il potere garantisce il minimo vitale di sussistenza. Cosa? La vodka costa più della paga giornaliera? Dopotutto, la vodka è un fattore che unisce gli uomini nei momenti d’instabilità, ma anche i gruppi intraprendenti. Gli uomini sanno che se in tre mettono i soldi per una bottiglia, andranno un po’ meno di cento settanta grammi all’investitore. E questo è già qualcosa. Come scrisse un poeta.

Adesso questo, certamente è quasi epos. In parte cantato nel ritornello popolare:

Raccontami la storia dello zar Salsicciotto, della regina Salsiccia e del permesso di residenza a Mosca!

Sì. Per alcuni cittadini sono aumentate le possibilità di trasferirsi a Mosca «entro il limite». Su ciò il popolo canta le canzoni, tra le quali ce n’è una basata sul motivo della canzone «Felicità» degli allora di moda Al bano e Romina Power. 

 

Sono nel limite! 

Vado nella capitale

Lavoro in polizia.

Eh, felicità!

 

Cioè, in conclusione, chi non ha bisogno di molto, non vive male e «ara» senza difficoltà. Ai tempi di Stalin, invece, c’era molta paura: «Sull’autobus metà gente sedeva e metà tremava». Sì, impreca contro un cavallo così grande 

Tra l’altro, anche adesso c’è paura. Ora, ti ritrovi all’improvviso nell’agguato di una guerra ibrida. Ora, osservi mangiare governatori e ministri di sbarco. Ora, odi l’evidente gozzoviglia dei ricchi. Cosa, però, gli impedisce di seguire le loro orme? E chi vuole «finire sotto le mani della polizia»?

Nelle leggende e nei miti dell’era brežneviana non ci sono discorsi su questo. Ecco è un’era qualsiasi per il quaranta per cento. La vita. Un poco alla volta. Si è alzato – si è ubriacato; si è seduto – ha mangiato. Durante la settimana ha passeggiato-si è divertito, campa a pane e acqua. Ecco anche la sicurezza nell’abisso del domani. Classe inferiore? Cosa: classe superiore a noi? 

Da qui anche lo stimolo. Condannando in anticipo quel 40 per cento al ruolo di statisti, che non fanno niente da soli, ma con qualcuno fanno qualcosa. Tra l’altro, l’illustre filosofo dell’epoca sovietica, Georgij Ščedrovickij, insegna che gli individui partecipano alla vita storico-culturale. Includendo «il riconoscimento della propria posizione, la massima sincerità nella valutazione della propria situazione… il futuro incalza oppure no: dipende da quanto esattamente e precisamente pianificherò le linee strategiche del mio lavoro, fino a che punto sarò persistente e capace nel raggiungere gli obiettivi. <…> È necessario superare le fasi ideologiche del passato, che ormai invecchiano, i suoi valori e le sue tradizioni. Senza di questo rimani degradato nel secondo millennio».

Con ciò lui intende «la propria persona» e «l’umanità intera», da cui la Russia o è inscindibile, o non esiste, così come lo sono anche i cittadini russi. Indipendentemente da ciò, l’uomo russo vuole vivere ai tempi di Brežnev, Ivan il Terribile o ai tempi che Berta filava. 

Fonte: gazeta.ru, 25/05/2019 – di Dmitrij Petrov, traduzione di Rebecca Gigli 

Rebecca Gigli

Galeotto fu l'incontro con la letteratura russa. Infatti, nel mio caso, la passione per la Russia e la sua cultura sono nate dalla scoperta dei suoi scrittori. È stato naturale, quindi, scegliere di studiare lingue all'università. Anche adesso, dopo aver conseguito la laurea magistrale, continuo a coltivare il mio interesse per il mondo slavo. In particolare, spero di tornare presto a visitare questo paese dalle mille contraddizioni, ma dal fascino ineguagliabile