Come si viveva nelle kommunalki sovietiche

Come si viveva nelle kommunalki sovietiche: docce a turno, sedute igieniche personalizzate e altre leggi non scritte

Nel film “Il vitello d’oro”, i coinquilini di una kommunalka (appartamento di epoca sovietica in cui convivevano più nuclei familiari, NdT) picchiano Vasisualija Lochankina per aver tenuto accesa una luce. Una storia del genere è forse esagerata, ma si fonda su una base piuttosto realistica. Nelle kommunalki non si arrivava forse alle bastonate, ma era facile imbattersi in dispute con i “conviventi”, a causa della non osservanza di regole comunemente accettate. A tal proposito, alcune regole stabilite all’interno degli alloggi si ponevano frequentemente in conflitto con la legislazione ufficiale. E discutere con inquilini residenti da più tempo era anche peggio: ai nuovi arrivati veniva rapidamente indicato il loro posto.

L’eterogeneità delle kommunalki

Inizialmente, le kommunalki erano state concepite come misure temporanee per migliorare le condizioni di alloggio. Esse esistono in Russia da prima della rivoluzione, sono sopravvissute all’intera era sovietica e continuano a esistere un quarto di secolo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ma la loro massima popolarità giunse dopo il 1917, durante il periodo dei cosiddetti “sigilli”. A quel tempo, il nuovo stato sovietico, deciso ad eguagliare i cittadini nei loro diritti e benessere, li privò della proprietà privata. Anche lo spazio abitativo in eccesso era soggetto a sequestro.

 

Pertanto, i capitalisti di ieri, le cui proprietà erano ormai divenute pubbliche, furono i primi inquilini delle kommunalki sovietiche. Ad essi si aggiunsero quelle persone che non potevano permettersi un alloggio indipendente o che non ne volevano uno. Verso la metà del secolo scorso, la popolazione degli abitanti nelle kommunalki era quindi divenuta estremamente eterogenea. Tutto ciò ha contribuito alla formazione di un habitat specifico e di una speciale mentalità comunitaria, spesso macchiata da conflitti, inganni, mancanza di rispetto per lo spazio personale altrui e persino spionaggio.

I fondamenti della “famiglia” comune

In Unione Sovietica, era in vigore il documento universale Regole per l’usufrutto delle abitazioni. Si trattava di disposizioni redatte per regolamentare la vita negli appartamenti. Nelle kommunalki, questo testo si trovava spesso ben esposto, con punti sottolineati in rosso per attirare l’attenzione dei residenti. Un’importanza particolare era riservata al rispetto del silenzio. Dopo le 20:00, ad esempio, non si poteva guardare la televisione ad alto volume né parlare ad alta voce.

Spesso i nuovi arrivati non accettavano queste regole da caserma, ma di solito dovevano adeguarsi all’opinione della maggioranza. I trasgressori impavidi di queste regole erano solo gli alcolisti, che ogni tanto nelle kommunalki si pronunciavano in rumorose “orazioni” dopo aver abusato d’alcool. L’esistenza di normative, quindi, non garantiva del tutto il rigoroso rispetto delle regole.

A volte poteva esistere un’autorità di controllo, un cosiddetto “portavoce d’appartamento”, scelto dagli inquilini e che fungeva da collegamento con l’ufficio per i servizi abitativi. In assenza di un’autorità di questo genere, gli inquilini delle kommunalki dovevano organizzarsi autonomamente. Ma, a causa delle diverse opinioni, il regolamento si riduceva spesso ad un insieme di minuzie impensabili.

Spazi privati e “terre di nessuno”

Lo spazio nelle kommunalki era tacitamente diviso fra privato e comune. La prima categoria comprendeva le stanze separate, di proprietà dei diversi residenti. Gli spazi senza proprietario, ovvero i corridoi, i bagni e la cucina, erano considerati luoghi di uso comune, ma in realtà di queste aree non si occupava nessuno. Pertanto, nella maggior parte dei casi, questi spazi presentavano un aspetto deprimente.

Tutto ciò che nelle aree comuni si rompeva o veniva abbandonato in condizioni indecenti poteva restare in quello stato per anni. Nei corridoi stretti e già ingombri di oggetti venivano asciugati i vestiti e si immagazzinavano le cose inutili o raramente usate, il che impediva il mantenimento dell’ordine. Per lo sgombero delle aree comuni venivano programmati dei turni, che spesso non venivano rispettati, e a quel punto lo spazio abitativo si trasformava in un porcile. Anche gli inquilini più puliti si arrendevano davanti ai vicini indisciplinati, lasciando così la pulizia e l’ordine al proprio corso.

A tavola a turni

Nelle kommunalki più esemplari, in cui l’atmosfera era amichevole, la gente cucinava e sedeva a tavola insieme, accordandosi in precedenza sul menu. Tuttavia, più spesso nella cucina comune si stabilivano dei turni, regolati da un programma appeso al muro. Molto dipendeva dallo spazio della zona cucina: nelle stanze più anguste si riuscivano a sistemare solo un paio di stufe e un tavolo da pranzo. In questi casi, i bruciatori venivano semplicemente divisi, uno per ciascun inquilino. Pertanto, si sviluppavano contrasti anche per l’utilizzo del piano cottura: poteva capitare che una parte di esso venisse mantenuta pulita, separata da un tacito confine dallo strato di grasso adiacente.

Nel frigorifero, sempre che ce ne fosse uno, i prodotti venivano segnati o conservati sugli scaffali riservati, separati per ogni stanza. In inverno, al fine di evitare incomprensioni e anche furti, i sacchetti in rete per la spesa con dentro il cibo venivano a volte appesi fuori dalle finestre delle stanze. I grappoli luminosi di borse a rete sparsi sulla facciata dell’edificio indicavano inequivocabilmente che si trattava di una kommunalka.

Sedute per i servizi igienici nominative

I luoghi peggiori nelle kommunalki sovietiche erano il bagno e il gabinetto. In questi appartamenti spesso non ci si faceva il bagno, poiché lo si considerava poco igienico. Ci si limitava invece ad una normale doccia secondo turni stabiliti. I vicini più scrupolosi si concedevano di controllare la “routine del bagno”, tenendo conto di chi andava a lavarsi e quando, e per quanto tempo rimaneva sotto la doccia. Permanenze di durata eccessiva venivano solitamente interrotte da un insistente bussare alla porta.

Nel caso in cui nella “famiglia” della kommunalka fare il bagno fosse comunque permesso, si stabilivano dei turni per evitare possibili code e litigi serali. Bisogna anche aggiungere che le tabelle orarie per fare una doccia o un bagno non erano le stesse, poiché nel caso del secondo ci voleva molto più tempo per ogni inquilino.

Una pratica separata riguardava il gabinetto della kommunalka. Alle pareti di questa stanza erano di solito appese le sedute per i servizi igienici: ogni famiglia aveva la propria. Secondo lo stesso principio, a partire dal momento in cui venne introdotta nella vita civile, si iniziò a firmare anche la carta igienica. A tal proposito, si racconta che, negli estremamente sospettosi anni ’30 stalinisti, i residenti di una kommunalka sovietica sporsero denuncia nei confronti dei propri vicini. Questi ultimi furono accusati di “trockismo con deviazione conservatrice”, colpevoli di utilizzare in bagno fogli di giornale sui quali era stampato il ritratto del leader.

Ad oggi non tutti lo ricordano, ma le kommunalki erano presenti persino nei grandi magazzini GUM, al centro di Mosca. 

FONTE: kulturologia.ru , 23/05/2019 – traduzione di Michael Bianchi

Michael Bianchi

Nato a Roma con sangue italiano e belga, 3 mesi a San Pietroburgo durante il centenario della Rivoluzione hanno reso il mio cuore un po' russo. Traduco per RIT per raccontare questo mondo affascinante, a tratti fiabesco, figlio di una storia e una cultura che risuonano di un’eco mitica e millenaria.