Ritorno all’URSS: la nostalgia non risolve nulla

Secondo un sondaggio dell’agenzia di indagini sociologiche Levada Centre, il numero di russi favorevoli al collasso dell’Unione Sovietica ha raggiunto il 66%. Una cifra, questo è certo, rappresentativa, anche troppo rappresentativa, quasi tagliata su misura: esattamente i due terzi degli intervistati. Considerando la reputazione ambigua (per usare un eufemismo) di tale fonte (un’associazione indipendente senza fini di lucro con un ruolo di agente straniero) e il generale trend “di sinistra” dell’attuale guerra ibrida del “collettivo occidentale” contro la Russia di oggi, il presente risultato merita un’attenta considerazione. Poiché la fascia anagrafica del campione del “Levada Centre” non è stata resa nota, considereremo di default che abbiano espresso rammarico per il collasso dell’URSS quelli con sufficiente esperienza personale della vita prima e dopo tale evento.

Per inciso, di per se la cifra del 66% non lascia molti dubbi: a un certo livello la nostalgia del passato, quando gli alberi erano più alti e verdi, e i genitori giovani e felici, è propria di quasi ciascuno di noi. Il problema sta solo nell’associare tali ricordi al proprio presente e al proprio futuro.

Nella società russa va avanti già da tempo una vivace – a volte persino feroce – discussione su tale tema. Nelle altre Repubbliche post-sovietiche, a eccezione della Bielorussia, questo problema è stato risolto a livello statale: dal Tagikistan all’Estonia il periodo sovietico è visto come la forma più inaccettabile e umiliante di “occupazione russa”. La negazione o anche solo la messa in dubbio di ciò sono ritenute un segno di inaffidabilità civile, un reato amministrativo se non addirittura un crimine.

Il che, a sua volta, aumenta di default il sentimento filo-sovietico all’interno della stessa società russa, irritata dalle affermazioni storiche degli attuali “non più fratelli” (molti dei quali a loro tempo avevano fra le mani non soltanto i medesimi passaporti con falce e martello, ma anche quelli del Komsomol, oltre ai biglietti per le feste del PCUS).

Putin aveva ragione?

Una volta il Presidente russo Vladimir Putin si è espresso a questo proposito all’incirca così: “Chi non rimpiange il collasso dell’Unione Sovietica, non ha cuore, ma chi la vuole restaurare non ha cervello”.

Dunque, prescindendo al massimo (farlo completamente in ogni caso non è possibile) da qualunque orientamento politico e ideologico, io, cittadino del mio Paese dall’anno di nascita 1964, vissuto esattamente 27 anni sotto il governo sovietico e altrettanti dopo di esso, posso probabilmente guardare a entrambe le parti e rispondere ponderatamente alla questione sul collasso dell’URSS, che il “Levada Centre” ha posto indirettamente anche a me: lo rimpiango o no?

Probabilmente “non ho cuore”, tuttavia risponderò che no, non lo rimpiango. Non perché sotto l’URSS (ai miei tempi, gli anni ‘70 e ‘80 del XX secolo) “si vivesse male” e mancassero salumi, gomme da masticare, jeans, automobili, soldi, sesso o libertà di parola. Onestamente, nel caso qualcosa mancasse, non era la tragedia della vita, in 99 casi su 100.

E coloro per i quali la carenza di qualcosa era una tragedia della vita erano visti come non del tutto normali, una sorta di sociopatici. D’altra parte, quando con lo sviluppo di “perestrojka” e “glasnost’” sotto Gorbačëv sparirono letteralmente dagli scaffali generali alimentari e non, quella fu completamente un’altra storia.

Ovvero, le condizioni di vita per tutta la società sovietica iniziarono a deteriorare significativamente solo nella seconda metà degli anni ‘80, ma fino ad allora tutto sembrava (ed era) a conti fatti decente. Ma, in qualche modo, senza scopo. Ed ecco, questa assenza di un reale scopo sociale (le autorità non hanno mai costruito quel comunismo che era stato promesso entro il 1980) ha reso l’intera Unione Sovietica sempre più liquida e frammentata all’interno del suo stesso sistema. Il che ha contribuito al cosiddetto collasso nel 1991.

La corsa è terminata

Proprio per questo, il rimpianto o a maggior ragione il tentato ripristino dell’Unione Sovietica è, a mio parere, assolutamente controproducente. E non solo da una posizione piccolo-borghese, sebbene in quella posizione vi sia anch’io. Per esempio, a che pro confidare nel domani, se questo non differirà in nulla dall’oggi, come in un infinito “Ricomincio da capo”?

O a che serve la giustizia sociale, se una famiglia con due genitori che lavorano non può crescere decentemente più di due figli (noi in condizioni di economia di mercato ne abbiamo allevati sette – da notare, senza neanche un soldo di sostegno statale alle famiglie numerose o di reddito d’impresa, cioè senza sfruttamento dei propri concittadini)?

Tuttavia, ciò non è essenziale. Essenziale è che, in base alla tecnologia energetica esistente nella civiltà contemporanea e con la disponibilità informativo-ideologica (sia sull’URSS che sull’Occidente e/o Oriente), nel complesso non si può ancora costruire, purtroppo, nulla di più efficace dell’attuale economia di mercato globale. La Cina ne è un esempio. L’Unione Sovietica ha provato onestamente ha farlo, ma senza riuscirci.

Pertanto non ci può essere nessun “ritorno all’URSS” come reale obiettivo di ulteriore sviluppo storico per la società russa – a meno che non ci mettiamo a correre in cerchio con ostacoli e rastrelli. L’argomentazione nostalgica non risolve nulla. L’Unione Sovietica ha, nel bene e nel male, completato la sua missione storica: trasportarci tutti dall’aratro al mondo della tecnologia moderna. Che rimpianti o, al contrario, accuse vi possono essere?

E dunque, dobbiamo andare avanti. Senza nessun “Mamma, fammi nascere di nuovo” e “non si può rigirare indietro la bistecca”. Che lo vogliamo o no.

Fonte: riafan.ru, 19/12/2018, di Vladimir Vinnikov, tradotto da Stefania Persano

Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.