Segreti e misteri dell’isba russa

I segreti e i misteri dell’isba russa, piccole perle di saggezza e tradizioni, regole fondamentali per la sua costruzione, presagi, avvenimenti e storia della nascita dell’espressione “capanna con le zampe di gallina”

Il legno è il materiale più antico che sia mai stato usato per costruire delle abitazioni e ci è stato donato dal più perfetto dei laboratori sulla Terra: la natura. Per questo motivo, affinché una casa sia il più ecologica e confortevole possibile, dovrebbe essere costruita interamente in legno.

Gli ambienti di una casa in legno hanno un livello di umidità dell’aria sempre ottimale per l’attività vitale dell’uomo. La particolare struttura del legno massiccio, infatti,  composta da capillari, assorbe l’umidità superflua, mentre, in periodi di eccessiva secchezza, la restituisce.

Le case in legno godono di un’energia particolare, creando un microclima specifico e garantendo una ventilazione naturale. Le mura, che trasmettono quiete e ospitalità, proteggono dal caldo durante l’estate e dal gelo durante l’inverno. Il legno, infatti, mantiene in maniera ottimale il calore all’interno della casa anche con le temperature più rigide.

Una vera isba russa è caratterizzata da un’inconfondibile e piacevole atmosfera: il delicato odore di resina, il profumo delle erbe aromatiche e quello del pane appena sfornato dalla stufa russa. Grazie alle sue proprietà, il legno neutralizza gli odori forti e depura l’aria.

I tronchi venivano utilizzati principalmente per la loro robustezza e resistenza nei secoli, tant’è che le costruzioni in legno realizzate dagli antenati russi nel XVI e XVII secolo sono tutt’ora in piedi. In Russia questo materiale piacque così tanto che si diffuse in maniera incredibilmente rapida e ottene una  popolarità sempre maggiore.

Ecco a voi i misteri e i segreti dell’isba russa!

Il nome dell’isba russa si crede derivare dalla parola dell’antico slavo ist’ba, che vuol dire “stufa”, o dalla parola istobka, che fece la sua comparsa nella Cronaca degli anni passati. A sua volta, il termine in antico slavo trova le sue origini nella parola proto-slava jьstъba. Secondo altri, deriverebbe dal tedesco Stuba. Nella lingua alto-tedesca antica, il termine Stuba voleva dire “ambiente caldo, stufa”.

La costruzione dell’isba era subordinata a delle regole consolidate nei secoli, perché la realizzazione di una nuova casa costituiva un momento significativo nella vita di una famiglia di contadini e perciò ogni tradizione doveva essere seguita fino al più piccolo dettaglio. Uno dei precetti più importanti riguardava la scelta del luogo in cui sarebbe sorta la futura isba. Non si doveva costruire in un posto dove un tempo c’era stato un cimitero, una strada o una stufa. Al contrario, sarebbe stato preferibile costruire l’isba in un luogo pieno di vita e benessere, un posto luminoso e secco.

Lo strumento principale per la realizzazione dell’isba russa era l’accetta. Si diceva, infatti, che una casa non dovesse essere costruita, bensì ricavata dal legno. La sega fece la sua comparsa al termine del XVIII secolo e in alcune aree solo a metà del XIX secolo.

Inizialmente (fino al X secolo), l’isba si presentava come una costruzione di tronchi di cui solo poco più di un terzo fuoriusciva dalla terra. Veniva scavata una grande cavità e al suo interno venivano poste tre o quattro file di grossi tronchi. In questo modo, l’isba appariva per metà incassata nel terreno.

In origine non vi erano porte e al loro posto c’era una piccola apertura di massimo un metro, coperta da una tenda e da due metà di tronco legate insieme.

Anche la provenienza del legno era soggetta a delle regole. Il materiale doveva essere ricavato da un pino, da un abete o da un larice. Il tronco delle conifere, infatti, era alto, forte, facile da lavorare con l’accetta e, allo stesso tempo, robusto. Le pareti di pino, abete o larice trattenevano bene il calore nell’abitazione durante l’inverno e non si surriscaldavano d’estate, assicurando una piacevole frescura.

La tradizione voleva che non venissero abbattuti alberi malati, vecchi e secchi, perché venivano considerati ormai morti e avrebbero potuto portare malattie nella casa. Inoltre, non si potevano tagliare alberi cresciuti nei pressi di una strada. Questo perché si riteneva che tali alberi fossero “violenti” e che i loro tronchi sarebbero potuti cadere una volta costruita l’abitazione, schiacciando i proprietari della casa.

Usanze e tradizioni facevano da sfondo all’erezione della casa. Dopo che era stata posizionata la prima corona di tronchi, sotto ogni angolo veniva posto un oggetto: nel primo una monetina o una banconota, nel secondo un pezzetto di lana di pecora o una piccola matassa di filo di lana, nel terzo un chicco di grano e nel quarto dell’incenso. Si credeva che questo rito che accompagnava la prima fase di costruzione dell’isba avrebbe portato nella futura abitazione ricchezza, calore domestico, sazietà e sacralità.

Nelle stanze dell’isba non c’era neanche un oggetto superfluo o casuale, ogni cosa aveva un significato specifico e un’ubicazione dettata dalla tradizione.

Le porte dell’isba venivano posizionate il più in basso possibile, mentre le finestre erano situate in alto. In questo modo il caldo tendeva a fuoriuscire di meno dall’abitazione.

L’isba russa poteva svilupparsi su quattro pareti, con una struttura rettangolare semplice, o su cinque, anch’essa con una struttura rettangolare, ma divisa da una parete interna che “tagliava” la casa.

I locali nell’isba potevano essere disposti secondo tre modalità differenti. Poteva trattarsi di un’unica grande casa a due piani in cui vivevano più famiglie sotto lo stesso tetto, che si chiamava koshel’ (“cesto, canestro”). Se i locali di servizio poi erano posizionati di lato e la casa assumeva la forma della lettera russa “Г”, allora veniva chiamata glagol’. O ancora, se questi venivano rimediati dall’estremità della corpo principale di tronchi e tutto il complesso si sviluppava lungo un’unica linea, allora veniva chiamata brus (“asse”).

L’ingresso dell’isba solitamente era seguito da un’anticamera, per far sì che la porta non si aprisse direttamente sulla strada e che in inverno il calore non fuoriuscisse dall’abitazione.

I contadini russi raramente realizzavano da soli la propria isba. Solitamente, infatti, alla costruzione veniva invitata tutta la comunità. Tutto aveva inizio con la raccolta del legno, che avveniva durante l’inverno, quando negli alberi ormai non scorreva più la linfa, mentre la costruzione vera e propria avrebbe avuto inizio in primavera. Dopo aver posizionato la prima corona di tronchi, veniva fatto un primo banchetto in onore dei “lavoratori”. Tali banchetti sono un ricordo di antiche feste rituali, durante le quali spesso venivano fatti dei sacrifici. Subito dopo si ricominciava a costruire la capanna di tronchi. A inizio estate, quando ormai erano state poste anche le travi di legno del soffitto, veniva effettuato un nuovo banchetto per i lavoratori. Dopodiché si procedeva con il montaggio del tetto. Una volta arrivati in cima, si poneva una testa di cavallo di legno e si faceva un altro banchetto. Completata l’intera costruzione, ormai all’inizio dell’autunno, veniva organizzata una festa.

Dipinto di Andrey Popov

Il primo a entrare nell’abitazione doveva essere il gatto. Nella Rus’ settentrionale era molto diffuso il culto del gatto. In molte regioni del nord, infatti, nella parte inferiore delle spesse porte dell’anticamera veniva appositamente realizzata un’apertura per questi animali.

Nel fondo dell’isba vi era un focolare in pietra. Tuttavia, per far sì che il calore rimanesse all’interno dell’abitazione, non vi era un sistema di fuoriuscita del fumo e quello in eccesso usciva unicamente dall’ingresso. Questo, probabilmente, ha contribuito alla breve durata della vita di molti uomini in passato, i quali raramente vivevano oltre i 30 anni. Le sostanze prodotte dalla combustione del legno, infatti, erano cancerogene.

Alcuni tipi di isba vennero, così, soprannominati kurnaya isba (“isba scura”), perché erano completamente neri. Al loro interno vi era una stufa priva di canna fumaria, chiamata “stufa scura” o “nera”. Il fumo usciva solo dalla porta e, mentre la stufa era accesa, sul soffitto ne aleggiava uno strato tanto spesso da ricoprire di fuliggine i tronchi.

Nei primi tipi di isba i pavimenti erano completamente in terra, che veniva livellata semplicemente camminandoci sopra. Lo strato superiore, delle volte, veniva impastato insieme all’argilla o mischiato con il letame per evitare che si formassero delle crepe. I pavimenti in legno fecero la loro comparsa solo nel XVIII secolo, con la diffusione della sega e delle segherie nelle città della Rus’, ed erano composti per lo più da tavole ricavate da tronchi tagliati a metà, oppure da un massiccio asse di legno. Solo grazie agli sforzi di Pietro I le seghe e le segherie si diffusero nella Rus’, per mezzo della pubblicazione di un decreto riguardo “l’addestramento dei taglialegna alla segatura del legno” del 1748.

Il legno per l’isba veniva preparato intorno a novembre o dicembre, abbattendo i tronchi d’albero e facendoli seccare in posizione verticale durante l’inverno. Poi venivano tagliati e portati nuovamente sulla neve fino al disgelo primaverile. Durante la costruzione, i tronchi venivano disposti con il loro lato più massiccio verso l’esterno, in modo che il legno si crepasse di meno e rispondesse meglio agli agenti atmosferici.

Fino al IX secolo nell’isba russa non erano presenti finestre.

Fino al XX secolo, invece, le finestre non potevano essere aperte. Si faceva passare l’aria solamente attraverso la porta e, quando presente, attraverso l’apertura per il fumo (una sorta di condotto di areazione posto sul tetto). Delle imposte proteggevano l’isba dal maltempo e dagli estranei. Le finestre coperte dalle imposte di giorno venivano utilizzate come specchi.

La maggior parte delle decorazioni dell’isba russa servivano (e servono tutt’ora) non tanto come ornamento, quanto come difesa dalle “forze maligne”. Il simbolismo e le immagini sacre derivano dai tempi pagani e così sull’isba compaiono cerchi solari, simboli di tuoni (saette), simboli di fertilità (un campo con dei puntini), teste di cavallo, ferri di cavallo, pioggia fitta (linee ondulate di varie forme), trecce e nodi.

Il cosiddetto angolo “rosso” nell’isba russa si trovava nel punto più lontano dell’abitazione, nel lato est e in posizione diagonale rispetto alla stufa. Le icone erano raggruppate in un piccolo santuario posto in questo angolo “rosso” o “sacro” della stanza in modo che potessero essere viste immediatamente entrando nell’isba e dovevano essere disposte necessariamente in verticale, e non in orizzontale, poiché considerate vive. Si riteneva che fossero in grado di difendere la casa e tenere lontano le forze maligne.

Il marito malato, 1881 – Dipinto di Maksimov Vasilij

L’isba poteva essere costruita direttamente sul terreno oppure adagiata su dei sostegni. Agli angoli venivano posti dei tronchi grezzi o delle grandi pietre o ceppi sui quali veniva poi eretta l’abitazione. Durante l’estate, il vento, soffiando sotto l’isba, asciugava i tronchi. D’inverno, invece, la casa veniva cosparsa tutta intorno di terra per evitare il congelamento. In primavera, infine, veniva effettuata un’apertura per favorire l’areazione.

L’isba continuò a esistere nei villaggi russi fino al XIX secolo, ma se ne trovarono alcuni esemplari anche agli inizi del XX secolo. Nel XVIII secolo e solo a San Pietroburgo, lo zar Pietro I vietò la costruzione di case con riscaldamento di questo tipo.

L’origine dell’espressione “capanna con le zampe di gallina” di Baba Yaga è legata storicamente  all’isba russa, la quale, nell’antica Rus’, poggiava su dei tronchi con le radici tagliate (che ricordavano delle zampe di gallina) per evitare che il legno della stessa isba marcisse. Secondo il dizionario di V.I. Dal’, la parola kur’’ (che ha una forte assonanza con la parola gallina in russo, N.d.T.) rappresenta la trave adoperata nella costruzione dell’isba dei contadini. Nei terreni paludosi l’isba veniva costruita proprio su di queste travi.

Molto tempo fa, nella Rus’, veniva praticato un rito funebre сhe prevedeva che la salma venisse riposta proprio all’interno di una piccola isba senza porte né finestre poggiata su delle travi e che il corpo venisse poi avvolto dal fumo nero.

L’espressione “capanna con le zampe da gallina” nella fantasia popolare è nata quindi a immagine di questa piccola “casa dei morti” dei riti funebri slavi, che si ergeva su dei ceppi, i quali, nei racconti, vengono sempre descritti come simili a zampe di gallina. La gallina, tra l’altro, era considerata un animale sacro e protagonista indispensabile di molti riti magici. La piccola casa dei morti slava, la bara e il cimitero rappresentavano una finestra, una botola per il mondo dei morti, un mezzo di transizione per il regno sotterraneo. Ecco perché Baba Yaga, protagonista di molti racconti slavi, si reca sempre verso l’isba “con le zampe di gallina”, per entrare in una dimensione temporale differente dalla nostra e in una realtà che non appartiene più ai vivi, ma agli stregoni. E l’isba era l’unico modo per farlo.

Fonte Moiarussia, 23/02/2016 – di Andrey R., Traduzione di Francesca Giannotti

Francesca Giannotti

Nata a Roma nel 1996. Laureata in Lingue e Mediazione Linguistico-culturale e iscritta al corso magistrale in Traduzione specializzata. Dopo aver vissuto qualche mese a San Pietroburgo e a Mosca mi sono innamorata del paese e della cultura russa. Collaboro con RIT per condividere questa mia passione.