Recensione di “Sonata a Kreutzer”, di Lev N. Tolstoj

Spietato e carnale. Umano e fragile. Questi gli aggettivi che forse calzano meglio per descrivere Sonata a Kreutzer, una delle ultime opere di Tolstoj, romanzo breve scritto dopo la sua “conversione” ed ispirato in parte alla sua vicenda personale con la moglie Sonja.

La storia si svolge interamente su un vagone di un treno, dove il viaggio ordinario di uno sconosciuto, che ci rimarrà sempre ignoto, è interrotto dalla narrazione della vita matrimoniale di Pozdnyšev, il quale, con sconvolgente leggerezza, mostra già dall’inizio il marchio che lo segnerà per sempre: l’assassinio di sua moglie.

Dedito in gioventù ad eccessi carnali, Pozdnyšev si sposa con una donna dalla bellezza singolare, senza preoccuparsi troppo di capire se si tratti o no di un amore genuino. Presto la loro vita si sgretolerà sotto il peso di continui litigi apparentemente insensati, le preoccupazioni eccessive della moglie nei confronti dei cinque figli, la banalità del quotidiano che spinge ad una finta comunicazione tra due coniugi che non hanno più nulla da condividere.

“Sonata a Kreutzer”, ed.Feltrinelli, 2014

Ma ciò che caratterizza di più il loro rapporto sempre più instabile sono il desiderio ossessivo di possesso e la gelosia martellante di Pozdnyšev verso la moglie. La goccia che farà traboccare il vaso sarà l’entrata in scena del talentuoso musicista Truchačevskij. Dopo un periodo di frequenti visite, una sera l’artista eseguirà, insieme alla moglie del protagonista, la Sonata a Kreutzer di Beethoven. Pozdnyšev mette da parte ogni dubbio: è sicuro che sua moglie lo tradisca e, anche se non ne troverà mai prove, giungerà di lì a poco al gesto estremo:

Su di me l’esecuzione di quel pezzo ebbe un effetto terribile: fu come se mi si scoprissero sentimenti nuovi, che mi parve di non aver mai conosciuto, come se mi si svelassero nuove possibilità di cui fino ad allora non avevo avuto sentore. […] Tutte le persone che avevo lì intorno, compreso lui e mia moglie, mi apparivano adesso in un’altra luce”

Tuttavia, Pozdnyšev non è l’unico protagonista del libro. Tolstoj ci vuole parlare di una forza travolgente e maligna: l’amore, o meglio, l’assenza dell’amore. L’autore svela tutto il potere negativo degli appetiti carnali e della passione sfrenata; a tale scopo Tolstoj, in un secondo momento, si sentì in dovere di aggiungere al romanzo una postilla che chiarisse il suo personale punto di vista.

Per l’autore, l’uomo deve essere educato alla continenza e all’amore cristiano, servendo Dio e il prossimo. L’amore basato sulla comunanza di ideali e sull’affinità intellettuale, semplicemente, non esiste: è frutto di pura fantasia, è uno spregevole inganno, che illude l’uomo di avere trovato la felicità accanto ad un’altra persona. L’amore è passionalità e si riduce alla mera dimensione fisica e sensuale. Esso non è l’ancora che ci salva e non è la cura al malessere dell’uomo. La gioia dell’innamoramento iniziale si trasforma pian piano in opprimente gelosia e desiderio di possesso dell’altra persona, che sembra sfuggire al nostro totale controllo.

A completare questo quadro, l’istituzione del matrimonio non è il coronamento dell’amore, ma una prigione fatta di incomprensioni, di tormenti per i figli, di egoismo e di odio reciproco. Tutte le coppie, prima o poi, sprofondano nella disgrazia e nel dolore dopo essersi sposati; gli uomini sono incapaci di controllare le proprie pulsioni, mentre le donne sono delle vittime, insignificanti oggetti del desiderio e soggiogate all’uomo.

La figura stessa della donna presenta tratti negativi: è causa di tutti i mali, è colpa sua se si lascia sottomettere, è un essere nato per ingannare e sedurre gli uomini per poi godere delle loro ricchezze:

Tutto il lusso della vita è destinato alle donne, viene preteso e mantenuto in essere dalle donne. Faccia un po’ il conto di tutte le fabbriche, e vedrà che una grandissima parte di esse lavora per produrre inutili ornamenti, carrozze, mobili e gingilli per le donne. Milioni di uomini, intere generazioni di schiavi, sprecano la loro vita lavorando come forzati nelle fabbriche unicamente per soddisfare i capricci delle donne. Le donne sono vere e proprie regine che costringono i nove decimi dell’umanità a vivere in condizioni di schiavitù e di duro lavoro”

Mentre siamo immersi nella vibrante tensione della lettura, ci accorgiamo, però, che le motivazioni che spingono Pozdnyšev ad uccidere non sono sufficienti. Anzi, lui stesso ammette di essere stato perfettamente cosciente di ciò che stava compiendo. Infatti, Pozdnyšev non arriva all’omicidio per amore, ma perché si sente privato del possesso di sua moglie. In quel periodo la sua donna gli sembrava essere rinata, spensierata, più felice rispetto a lui: egli si sente escluso dalla gioia della moglie. Ciò che porta il protagonista ad alzare quella lama fredda è la virilità offesa di un uomo invidioso e privato del suo “oggetto”.

“La sonata a Kreutzer”, René-Xavier Prinet

Un altro aspetto interessante è costituito dall’identità del viaggiatore che ascolta la vicenda di Pozdnyšev, che rimane ignota per tutta la durata della narrazione. Tolstoj sembra ammonirci: non importa chi sei e dove stai andando, perché ciò che stai leggendo riguarda anche te. Tutti sappiamo cosa significhi la gelosia ossessiva, la rabbia cieca dopo un litigio, l’insofferenza verso i figli.

Il romanzo indaga nel profondo le mille sfaccettature dell’animo umano, mettendoci di fronte a pulsioni carnali e pensieri a dir poco avventati. Quello che viene descritto dall’autore in un modo o nell’altro ci appartiene, anche senza dover giungere a terribili conseguenze. Ci mostra il vero volto dell’amore dopo essersi spogliato della sua finta maschera di tenerezza e complicità: spietato e carnale, umano e fragile.

Le posizioni di Tolstoj narrate attraverso la vicenda di Pozdnyšev ci sembrano ormai antiquate e bigotte, nella nostra epoca votata all’amore libero e incondizionato. Riusciamo a immedesimarci nel personaggio, ma non a condividere le sue posizioni, tanto più quando ci imbattiamo nella suddetta postilla. Ogni parola ci lascia addosso un senso di fastidio; siamo sbigottiti ma, allo stesso tempo, stimolati a continuare la lettura, per vedere fino a che punto si spinga il protagonista nelle sue eccentriche argomentazioni.

In fondo, sappiamo che i sentimenti descritti non sono così estranei alla nostra società: c’è ancora chi uccide per gelosia. Episodi di femminicidio e di molestie verso le donne sono all’ordine del giorno. Gli interrogativi sulle relazioni tra i due sessi, ancora profondamente attuali, sorgono con tutta la loro forza quando veniamo a conoscenza dell’assoluzione di Pozdnyšev. Potremmo trarre una parziale e scomoda risposta, difficile da accettare in una società moderna, teoricamente trionfo della parità di genere e dei diritti umani.

Tolstoj sembra, quindi, distruggere l’ideale a cui tutti gli uomini e le donne anelano: un amore eterno e un matrimonio felice. Quello che rimarrà eternamente sono gli aspetti irrazionali e inconsci dell’animo umano, la sua gelosia e la sua ossessione del possesso. Forse è anche questo il motivo della scelta del treno come ambientazione: non importa dove stai andando, l’illusione del vero amore sarà la condanna ad una vita tormentata per ognuno di noi. La destinazione, alla fine, è sempre la stessa.

 

Eravamo come due forzati legati alla stessa catena, che si odiano ferocemente e si avvelenano la vita a vicenda, facendo tuttavia ogni sforzo per non rendersene conto.

 

Recensione a cura di Elena Barozzi


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